skip to Main Content
di Claudio Bocci
Foto Da Www.parchivaldicornia.it
Foto da www.parchivaldicornia.it

Seguo sin dalle sue origini la società Parchi Val di Cornia costituita nel 1993 dai Comuni toscani di Campiglia M.ma, Piombino, San Vincenzo, Suvereto e Sassetta. Quell’esperienza ha rappresentato a lungo un punto di riferimento per coloro che si proponevano di valorizzare al meglio il patrimonio culturale e paesaggistico italiano. Se ne sono occupati  amministratori, accademici, associazioni e operatori culturali, nazionali e internazionali. Nel 2000 alla società Parchi venne attribuito il premio nazionale Cultura di Gestione che Federculture riconosce alle esperienze che contribuiscono alla valorizzazione culturale dei territori, allo sviluppo economico e alla coesione sociale. Lo stesso Ministero dei Beni Culturali (che quell’esperienza ha contribuito a far nascere con il conferimento in uso dei beni archeologici statali di Populonia direttamente alla società Parchi nel 1998) selezionò il sistema dei parchi della Val di Cornia quale candidato unico nazionale per il premio europeo per il paesaggio del 2008. La notorietà della società Parchi si è consolidata quando nel 2007, con la gestione unitaria del sistema, raggiunse il pareggio del bilancio di parte corrente coprendo il 99,68% dei costi di gestione con ricavi propri. Un dato eccezionale di autofinanziamento, forse unico nel panorama nazionale della gestione del patrimonio culturale che, come ben sanno gli addetti ai lavori, si basa su consistenti contributi delle Istituzioni pubbliche. 

Ho citato questa esperienza in innumerevoli convegni e pubblicazioni, indicandola come riferimento per le amministrazioni che si proponevano di agire unitariamente, concertando i processi di valorizzazione tra enti locali, Regione e Ministeri. Da questa esperienza hanno preso le mosse iniziative in molte regioni italiane.  Io stesso ne ho tratto elementi fondamentali per mettere a punto metodologie per la  progettazione culturale integrata e la redazione di piani di sviluppo territoriale a base culturale di cui ha sempre più bisogno l’Italia. Propositi che hanno trovato ascolto nel Ministero per i Beni e le Attività Culturali e in alcune Regioni (tra cui la stessa Toscana) che negli ultimi anni hanno messo a disposizione risorse per promuovere la progettazione culturale integrata. Di questo stiamo parlando. Di un’esperienza simbolo del buon governo nel campo dei beni culturali.

Duole leggere oggi delle difficoltà in cui versa la società Parchi. Difficoltà che risiedono nel disconoscimento delle basi su cui quel modello virtuoso venne costruito: la pianificazione unitaria del territorio, la costituzione di una società pubblica (in origine pubblico-privato) per realizzare gli interventi e gestire il patrimonio come se fosse un bene unico dei Comuni, la stipula di un contratto unico di servizio che consentiva di bilanciare le perdite dei musei e dei parchi archeologici, comunque molto ben gestiti, con i maggiori ricavi dei parchi naturali, in particolare quelli sulle coste. A tutto ciò deve aggiungersi la nomina di CdA basati sulle competenze professionali che, a lungo, hanno escluso criteri di rappresentanza municipale.

Oggi sulla stampa leggiamo di amministratori della società nominati dai singoli Comuni ed eletti a maggioranza, di contratti di servizio separati che pongono a carico delle singole amministrazioni il costo dei beni che ricadono nei rispettivi confini amministrativi e di una capacità di autofinanziamento che si è ridotta dal 99,68% del 2007 a poco più del 40% del 2020. Le cause, ampiamente analizzate in  tanti seminari di studio, non sono solo quelle della pandemia Covid. Il processo è iniziato da tempo con la sottrazione da parte dei Comuni  di ingenti ricavi di gestione (soprattutto quelli delle aree di sosta dei parchi naturali sulle coste) e nel mancato sviluppo del progetto territoriale che in origine prevedeva di valorizzare sei parchi territoriali estesi in tutti e cinque i Comuni del la zona, mentre oggi la società gestisce solo tre parchi collocati in soli due Comuni. Nel 2020 è stato sottratto dalla  gestione unitaria anche il parco naturale di Rimigliano. L’abbandono del contratto unico di servizio nel 2020 ha fatto esplodere le contraddizioni di una gestione che ha poco a che vedere con il modello virtuoso nel quale, per decenni, in tanti hanno riposto fiducia e speranza.

Si può ancora rimediare? Lo voglio sperare! Bisogna analizzare e riconoscere gli errori del passato e del presente, bisogna ristabilire una forte coesione tra le amministrazioni della zona mettendo da parte visioni municipaliste e decisioni unilaterali. Si deve quanto prima ripristinare il modello virtuoso che, in passato, ha consentito alla società Parchi di raggiungere l’autofinanziamento. Servono amministratori consapevoli di cosa significa attuare un progetto territoriale e governare una vera e propria impresa culturale di servizio pubblico. Il sistema dei parchi ha contribuito non poco alla riconversione economica di una zona in cui la crisi siderurgica, da decenni, fa sentire il peso sociale e occupazionale. Ha favorito la crescita di un turismo responsabile basato sulla valorizzazione delle risorse storiche e naturali del territorio. Questa esperienza costituisce oggi un bene comune, non solo della Val di Cornia, per il quale ciascuno è chiamato a fare un passo indietro per poterne fare molti di più in avanti.

Claudio Bocci
già Direttore Federculture
Consigliere Delegato Comitato Ravello Lab

© AgenziaCULT - Riproduzione riservata

Back To Top