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Online il numero di dicembre della rubrica di approfondimento di AgCult

Già nel 2015 un articolo del The Atlantic titolava “Museums Must Attract Diverse Visitors or Risk Irrelevance”. È l’anno di adozione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs) con orizzonte al 2030 per il loro raggiungimento. Pur non prevedendo un goal indirizzato esplicitamente alla cultura, gli SDGs trovano nella cultura della diversità uno dei principi fondanti. Come il settore culturale si posiziona oggi rispetto a questa agenda di lavoro? Troppo presto per dirlo, forse, ma possiamo (dobbiamo) quantomeno chiederci se il percorso che abbiamo intrapreso ci porterà agli obiettivi prefissati, soprattutto in vista dell’accelerata trasformazione a cui la pandemia ci obbliga.

L’abbiamo rilevato più volte, tramite la voce dei nostri autori nonché di altri autorevoli esponenti del mondo culturale che amiamo riprendere: la crisi in corso sta avendo conseguenze drammatiche anche per il settore culturale – che nessuno vuole negare né sminuire – ma il settore culturale, seppur in questo scenario  instabile, ha possibilità per emergere nettamente dallo stato di marginalizzazione in cui l’abbiamo confinata, “rideclinare la propria missione esaltandone l’efficacia e la pervasività nel corpo sociale” (Luca Dal Pozzolo, 2020). Un ruolo di agente di trasformazione sociale responsabile nei percorsi di crescita e sviluppo non è di certo una novità degli ultimi anni. Quello che è nuovo, però, è il contesto di aggravate disuguaglianze in cui ci muoviamo oggi, soprattutto in quelli noti come “paesi sviluppati”, tra cui l’Italia. Basta leggere, tra le numerose pubblicazioni sul tema, l’edizione 2020 dell’Atlante dell’infanzia di Save the Children, fenomeno che rende palese la necessità di un’agenda di lavoro globale come quella delineata dall’ONU, pista strategica imprescindibile per ogni soggetto, in ogni sistema.

Molti musei statunitensi hanno compreso l’urgenza di attivarsi come piattaforma civica, mobilitandosi in occasione delle ultimi elezioni presidenziali come seggi elettorali (azione in linea con il Goal 16 degli SDGs: Pace, Giustizia e Istituzioni Solide e senz’altro importante anche in vista della discussione sulla nuova definizione di museo, che ICOM riprende dal 10 dicembre). Istituzioni culturali italiane sono in campo, una per tutte il Polo del ‘900 che tra le ultime azioni ha istituito un servizio di biblioteca a domicilio (coerentemente con il Goal 1: Sconfiggere la Povertà ma anche con il Goal 4: Istruzione di Qualità). L’accelerazione digitale, tra improvvisazioni ed epifanie, è terreno di sperimentazione di nuove forme di interazione con i pubblici, come vediamo dalla recente attivazione di teatri ed enti lirici. Ma lo sono anche i videogiochi. Una delle ultime frontiere riguarda la promozione della salute e i percorsi di cura (di cui ci parla Fabio Viola): giochi che, attraverso un accurato storytelling e una intimistica esperienza interattiva trasferiscono conoscenze, informazioni e formazione su patologie e sul loro trattamento, con valenze riconosciute in protocolli (in linea con il Goal 3: Salute e Benessere e il Goal 4: Istruzione di Qualità). Un modo di apprendere giocando, di allenare alla resilienza, che può contribuire alla lotta contro le fake news più di tanti algoritmi di controllo dell’autenticità dell’informazione. E approdano crescenti forme ibride di creazione e di fruizione digitale (Claudio Calveri) che possono generare nuove economie nel mondo della musica e del gaming (Goal 8: Lavoro Dignitoso e Crescita Economica), con uno straordinario impatto in termini di pubblici attratti.

Esperienze attraverso le quali la cultura si fa portavoce del cambiamento, ma allo stesso tempo lo abilita agendo su saperi e comportamenti, come ampiamente discusso da studiosi del tema come il prof. Pier Luigi Sacco e la prof. Paola Dubini durante l’incontro “Il ruolo della cultura per sviluppo sostenibile” del 30 novembre curato della Fondazione Unipolis a partire dal rapporto “CULTURE | 2030 Indicators” Unesco, qui recensito. “Il ruolo della cultura [va inteso soprattutto] dal punto di vista della capacità che ha di agire sui comportamenti umani, di modificarli, di motivarli in modo profondo. E se gli obiettivi di sviluppo sostenibile hanno tutti un focus sul cambiamento comportamentale, non considerare esplicitamente la cultura all’interno di questo tipo di ambito è una grave limitazione. Lo possiamo capire, la cultura è abituata a queste forme di relativa marginalizzazione, ma adesso è veramente arrivato il momento di prenderla sul serio. E non semplicemente inserendola surrettiziamente tra i vari obiettivi, ma capendo come alla base del raggiungimento di molti di questi ci sia una componente culturale fortissima, in alcuni casi ineludibile” (Sacco).

In questi mesi, sono state aperte piste importanti, come lo dimostrano la recente Netflix italiana della cultura, un progetto nazionale a forte valenza industriale che ci richiama alle responsabilità delle conseguenze dell’innovazione: il warning è sulla missione pubblica da salvaguardare e che il sistema di raccomandazione sugli orientamenti del pubblico profilato potrebbe pregiudicare (v. Flavia Barca).

Innovazione è anche il nuovo Fondo Cultura da 50 milioni di euro per la tutela e valorizzazione del patrimonio istituito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo e da quello dell’Economia e delle Finanze. Il Fondo amplia il ventaglio delle possibilità di intervento dei  privati “attraverso operazioni di microfinanziamento, di mecenatismo diffuso, di azionariato popolare e di crowdfunding idonee a permettere un’ampia partecipazione della collettività”. Non è poco. Perché non si tratta di meri finanziamenti, ma di operazioni che incarnano principi importanti come il valore sociale del patrimonio (Convenzione di Faro) e l’accesso diffuso alla cultura.

Ed è una grande conquista anche il budget di 2,22 mld di euro di Europa Creativa (da 1,46 miliardi nel settennato 2014-2020), nonché il nuovo focus del programma sul riconoscimento e la valorizzazione del ruolo degli artisti e dei professionisti culturali come ambasciatori dei valori comunitari e attivatori di processi di innovazione, per cui l’ex eurodeputata Silvia Costa si è personalmente spesa.

Sono passi importanti in un tempo in “edizione speciale”, costellato di azioni significative, ma che richiede sforzi interpretativi, nuove composizioni di risorse e proattività, anche per raggiungere i pubblici. Molto resta da fare per creare le condizioni politiche affinchè la cultura possa andare oltre alla reattività, per manifestarsi come forza di innovazione civica che percorre il paese (ci riferiamo alle innumerevoli piattaforme di change makers che stanno acquisendo forza, dal Manifesto di Assisi, ad Asvis, ai 16 giorni del Forum delle Diseguaglianze) e affrontare il cambiamento necessario alle sfide della contemporaneità. Complessità che possono essere gestite solo con uno sguardo sistemico, cross-settoriale, che veda la cultura in dialogo con settori come la sanità, il turismo, l’ambiente. Con percorsi che ri-mettano al centro le persone, il loro ben-essere, il loro bisogno di apprendimento come lo strumento più potente che abbiamo per renderle libere e in grado di governare la propria vita. In questo senso, ci ricorda Alessandro Bollo, che anticipa il suo intervento all’interno di un prezioso volume corale (“Blueprint, pratiche culturali trasformative e urgenti”), l’alleanza tra cultura ed educazione diventa urgente, oltreché di importanza strategica.

Qualcuno potrebbe obiettare che al settore culturale è richiesto uno sforzo eccessivo di immaginazione e cambiamento, in un momento di grande incertezza e spossatezza. Ma se il settore culturale spesso rivendica il suo carattere di eccezionalità, è forse giunto il momento di mostrarla. Non in termini di piedistalli da reclamare ma in termini di capacità di raggiungere corde emozionali, sfere cognitive e obiettivi di sviluppo sociale, lavorando per una “riappropriazione di una socialità ricca” e ricostruendo fiducia nel prossimo futuro, nonostante chiusure o aperture contingentate.

“Non ti inventare un progetto in una stanza da solo che non ha senso” ha detto qualche giorno fa in un’intervista Fabrizio Barca, attualmente coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità che ha da poco organizzato 136 ore di diretta live con i protagonisti del nostro tempo per parlare del presente, immaginando il futuro. Più di  200 gli ospiti tra ministri, politici, giornalisti, scrittori, sindacalisti, attivisti, società civile. “Abbiamo di fronte un treno che passa ogni 40 anni” ha inoltre affermato Barca a proposito della strategia-paese che nel Piano di Ripresa e Resilienza avrà un suo cardine. “Per il cambio radicale di passo, è necessario tendere l’orecchio ai movimenti, al fermento sociale ed economico del Paese, mobilitare tutti i suoi saperi, darci missioni strategiche motivanti e concretizzabili”. Messaggi che illuminano le nostre azioni presenti e future, ora che la pandemia ci ha mostrato come le nostre vite siano più che mai interdipendenti. Messaggi che possono guidare le stesse politiche pubbliche verso l’adozione di un nuovo paradigma di sostegno, un paradigma che incentivi la co-progettazione e obiettivi condivisi, oltre la logica del mero sussidio. Un percorso non semplice, ma necessario.

E ancora,  in questo numero:

Letture Lente prosegue con la raccolta di riflessioni  curata da Flavia Barca, relativa al contributo dei settori culturali e creativi a uno dei pilastri dell’Agenda 2030 – la parità di genere, la madre di tutte le diseguaglianze. Ne parlano Carola Carazzone (ripresa da molte testate internazionali, come l’Alliance Magazine), Beatrice Verri e Monica Cerutti. Carazzone, tra i molti spunti, rileva la responsabilità di tutti gli enti, pubblici e privati, nel portare avanti questo cambiamento sociale,  integrando le lenti di genere nell’interpretazione dei fenomeni, nelle linee di intervento economici, culturali, ambientali e sociali che portano avanti, contrastando la “mascolinità tossica” che avvelena il corpo sociale. Verri sottolinea il valore del pluralismo del pensiero ed evidenzia racconto delle donne che tornano in montagna, la capacità di portare un pensiero etico, ecologista, che non è rappresentazione ideologica ma una weltanschauung, una visione del mondo. Cerutti sottolinea la centralità delle politiche pubbliche nel contrasto alla violenza di genere, nella doppia direzione di “curare” (più finanziamenti ai centri antiviolenza e alle case-rifugio, tra gli altri) e “prevenire” incidendo sugli stereotipi che non sono solo ancora vivi nelle relazioni sociali, con un cambiamento culturale che parta dell’educazione.

Letture Lente è la rubrica di approfondimento culturale di AgCult, che ospita recensioni di libri e studi, e riflessioni di studiosi e professionisti che ruotano attorno al tema della Cultura in una duplice accezione: Cultura, quale patrimonio di conoscenza che concorre alla formazione dell'individuo sul piano intellettuale e morale e all'acquisizione della consapevolezza del proprio ruolo nella società; e Cultura quale settore di attività che ha di per sé una valenza sociale ed economica ma il cui valore viene moltiplicato dalle interazioni che intercorrono tra il comparto culturale in senso lato (musei, audiovisivo, video giochi, editoria, musica, teatro, arti visive, artigianato, ecc.) e numerosi altri settori di attività, dal turismo alla salute, passando per le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. È in questa duplice veste che Letture Lente tratta del tema Cultura, interrogandosi in particolare sul ruolo che questa può giocare di fronte alla sfide epocali identificate dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile – dalla povertà educativa, alle disuguaglianze di genere al cambiamento climatico. Vedi anche: “Letture Lente”: studi e approfondimenti, oltre la notizia.

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