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Dal successo planetario de “La ferita” di JR, alla nuova mostra dedicata a 40 anni di storia america, scopriamo i segreti di questo palazzo rinascimentale che attrae gente da tutto il mondo e che ha conquistato i fiorentini
Palazzo Strozzi, Firenze. Dove L’antico Si Fa Contemporaneo E Dialoga Con I Grandi Temi, Anche Scomodi
Palazzo Strozzi, Firenze. Dove l’antico si fa contemporaneo e dialoga con i grandi temi, anche scomodi

#BackToMuseums, l’appuntamento attraverso cui ogni settimana esploriamo i luoghi della cultura per riscoprirne la storia, l'arte, gli aneddoti e le vicende, incontra Arturo Galansino, direttore di Palazzo Strozzi di Firenze, noto per la bellezza dell’edificio storico, per le straordinarie mostre e di recente oggetto di una straordinaria notorietà a livello internazionale grazie a “La ferita” dell’artista contemporaneo JR.

ANTICO E CONTEMPORANEO

Direttore, come è possibile realizzare – usando le parole del vostro sito – questo “vivace dialogo fra tradizione e innovazione”, questa fusione tra antico e contemporaneo?

“Un’accoppiata non facile – racconta Galansino – che dev'essere realizzata sempre prestando molta attenzione ai contenuti e alla qualità. Sono tanti gli esempi che potremmo portare per parlare di questo binomio a Palazzo Strozzi. Sicuramente l'ultimo, molto acclamato e molto ben visibile, l’installazione ‘La ferita’ di JR, incarna proprio questa idea di utilizzare il passato come cassa di risonanza delle tematiche del presente. È questa la chiave vincente: queste associazioni tra storia e contemporaneità non sono mai occasionali o scontate. Spesso si è utilizzata la storia per parlare del presente in un modo nuovo, per dare nuovi punti di vista e prospettive, ma si è anche fatto un percorso inverso. Ricordo una mostra in particolare: Rinascimento elettronico di Bill Viola, nel 2017, in cui il presente illuminava il passato e viceversa, in cui venivano messe per la prima volta a contatto le installazioni video dell'artista americano e le opere del Rinascimento cui si ispirava. Ma potremmo parlare anche dei gommoni di Ai Wei Wei, che ‘sbattevano in faccia’ a tutti il problema dell’immigrazione; oppure dei palloni di Tomàs Saraceno che invitavano a porre la fine di questo antropocentrismo, che nasce proprio durante quell’umanesimo di cui Palazzo Strozzi è uno dei simboli. Molte sono le stratificazioni e le suggestioni e tutte le volte queste operazioni sono state fatte nel rispetto della Storia, e mai in un modo banale: al di là di quello che è il colpo d'occhio, noi cerchiamo di ragionare sul contenuto. Forse questo è uno degli elementi del nostro successo”.

Ma Palazzo Strozzi non è solo arte contemporanea. Non mancano esempi di mostre di arte antica – come quella sul Verrocchio, maestro di Leonardo, che ha cambiato il punto di vista su un'epoca e sull’artista – pensate però sempre con un approccio accattivante, innovativo e di ricerca.

“Quando abbiamo cominciato questo programma – prosegue il direttore – che coincide un po' con il mio arrivo a Firenze circa 6 anni fa, abbiamo accettato una scommessa: quella di portare un altro genere di offerta, che forse mancava alla città e al nostro Paese: una proposta contemporanea di alto livello e di ricerca, che potesse attrarre grandi numeri. Ma l’arte contemporanea in Italia non fa grandi numeri… quindi orientarsi verso un prodotto culturale considerato difficile e meno di successo era sicuramente un azzardo. Noi però eravamo abbastanza convinti. Perché? In primis perché Firenze attrae ogni anno un grandissimo numero di turisti internazionali, molti dei quali non sono interessati a offerte culturali ‘da cartolina’, ma a proposte innovative e di ricerca. Poi perché Firenze è molto ben connessa con le grandi città italiani, quindi una offerta unica come quella di Palazzo Strozzi avrebbe potuto attrarre anche pubblico interessato da tutta Italia. Ma naturalmente anche i fiorentini potevano essere interessati a questo genere di offerta, un po' nuovo per la città. E infatti il nostro pubblico è suddiviso equamente proprio in queste tre parti!”

IL RAPPORTO CON UNA CITTÀ STORICA COME FIRENZE

La città ha reagito molto bene a questo cambio di strada di Palazzo Strozzi, che ha inoltrecreato una proficua rete di relazioni con le istituzioni pubbliche, con gli altri musei – si pensi alla collaborazione con il Museo del Bargello n occasione della mostra sul Verrocchio – e con il tessuto sociale.

“Sul rapporto con i  cittadini – racconta Galansino – sul loro senso dell'umorismo, vi posso dire tante cose… Devo dire che adesso i fiorentini adorano e aspettano con impazienza le nostre offerte contemporanee, ma ricordo che all'inizio di questo nostro percorso, ad esempio tornando ai famosi gommoni di Ai Wei Wei esposti sulla facciata del Palazzo, non mancò qualche resistenza, a volte anche molto ironica, tipica dell'humor fiorentino: come quando su alcuni palazzi della periferia della città appesero alle finestre dei materassini rossi per fare il verso ai ‘nostri’ gommoni”.

LA SFIDA DELLA COMUNICAZIONE

Chiediamo al direttore come si riesca a comunicare questa loro anima così mutevole e varia: “Non è facile, anche perché ‘cambiamo pelle’ due volte l'anno, pur mantenendo ovviamente una certa coerenza. Abbiamo uno stile abbastanza riconoscibile e tutto nostro; una comunicazione istituzionale, in senso positivo, ricca di contenuti, ma sempre con una punta di umorismo, che rispecchia anche quella gioia che abbiamo nel compiere il nostro lavoro, le nostre imprese. Tutto quello che facciamo è sempre guidato da molto entusiasmo e molta passione e credo che questo trasparisca dalla nostra comunicazione”.

Matthias Favarato, social media manager di Palazzo Strozzi, sottolinea l’importanza del lavoro di squadra: “Nonostante il periodo nefasto, ci troviamo a lavorare fisicamente nella stessa stanza – dal responsabile della comunicazione, alle relazioni esterne, dalle vendite al marketing e siamo molto affiatai. Questo rende possibile il fatto che qualsiasi cosa esca da queste mura risulti coerente e coordinato e usi tone of voice unitario e identitario. L'idea generale, condivisa con Arturo, è quello di riuscire a coinvolgere tutti: quando una persona viene da noi e legge i pannelli nel palazzo oppure quando vede i post sui social deve sentirsi accolta. I contenuti devino essere comprensibile per tutti… che si parli di Bill Viola, Marina Abramovich o delle teorie più complesse di Tomas Saraceno… che effettivamente sono state una bella sfida da comunicare!”

LA RIAPERTURA. AMERICAN ART 1961-2001: LE COLLEZIONI DEL WALKER ART CENTER, DA ANDY WARHOL A KARA WALKER.

“Una mostra veramente… io credo sensazionale!” Sono le parole di Arturo Galansino in relazione alla nuova mostra, inaugurata il 28 maggio: un viaggio di 40 anni di arte e di storia americana.

“Ancora una volta cerchiamo di dare senso e importanza non tanto al valore estetico all'arte moderna – prosegue il direttore – ma cercando di leggere di questi anni quello che è stato il dominio geopolitico degli USA; un percorso, una periodizzazione che è stata studiata dai due curatori, il sottoscritto e Vincenzo de Bellis, Senior Curator al Walker Art Centre di Minneapolis. Tutte le opere che vedrete provengono da questa importante collezione: certo non famosa quanto quella del MoMA, ma è importante proprio conoscere e far conoscere anche queste realtà, non particolarmente note al grande pubblico. Un racconto di 40 anni, che si concludono 20 anni fa, nel 2001 quando la caduta delle torri gemelle cambia per sempre le nostre vite. Una mostra molto attuale, che parla di consumi, di diritti civili, di problemi razziali,… tutti temi ancora fortemente attuali. Quindi una mostra storica ma anche attuale!”

IL RUOLO SOCIALE E ATTIVISTA DEL MUSEO

“L’istituzione – conclude Galansino – non si è mai sottratta dal parlare di temi scomodi, urgenti, come l'inquinamento, l'immigrazione e oggi questa mostra che ne tocca alcuni molto attuali. Non ci tiriamo indietro dall'azione politica del museo. Certo lo facciamo con molta attenzione, perché la nostra mission non è quella di fare dell'attivismo vero e proprio, ma quella di far comprendere nel modo più corretto possibile quelli che sono problemi e i fenomeni attuali”.

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