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Il direttore della Scuola di Fundraising di Roma prende spunto dal bando del Teatro Lirico di Cagliari per un procacciatore di fondi ‘a percentuale’ per dire “come non si fa fundraising per la cultura”

“Operare per diffondere una cultura moderna del fundraising che il nostro paese da tempo meriterebbe di avere, offrendo strumenti amministrativi che facilitino l’investimento in fundraising professionale, come avviene in tutto il mondo, anche in paesi che hanno patrimoni culturali minori del nostro”. E’ questo quello che le istituzioni italiane dovrebbero fare a favore di un approccio professionale ed efficace al fundraising culturale secondo Massimo Coen Cagli, direttore scientifico della Scuola di Fundraising di Roma. Coen Cagli fa partire il suo ragionamento da un bando pubblicato dalla fondazione dal Teatro Lirico di Cagliari per la figura di procacciatore ‘a percentuale’ di sponsor e mecenati, simile peraltro a quelli che in passato hanno emanato già molte altre istituzioni culturali. Coen Cagli ha quindi scritto una lettera aperta alle istituzioni italiane – e in particolare al Ministero della Cultura, all’ANCI e alla Conferenza delle Regioni (posto che la Fondazione è costituita e diretta da queste amministrazioni) – per stigmatizzare questo bando poiché, spiega, “in poche pagine viene riassunto il manuale perfetto di come non si fa fundraising per la cultura” e come sia necessario piuttosto “fare professionalmente fundraising per le istituzioni culturali”.

IL BANDO DI CAGLIARI

Nel bando del Teatro di Cagliari, riporta Coen Cagli nella sua lettera alle istituzioni, “all’operatore economico si riconosce una percentuale a success fee (che l’operatore dovrà proporre a ribasso sapendo che il Teatro stima – per un impegno di 36 mesi – che si reperiscano 2 milioni di euro a fronte di un success fee di al massimo 60.000 euro. Non sono previste coperture di eventuali spese vive né altra retribuzione. Dal bando non si evince che il Teatro si assuma impegni di qualunque genere funzionali a rendere possibile il reperimento di finanziatori”.

GLI UFFICI DI FUNDRAISING

In tutto il mondo “istituzioni come i teatri lirici si dotano di un ufficio di fundraising la cui responsabilità è in capo agli organi direttivi, guidando una strategia integrata con quelle di produzione artistica, di audience development, di comunicazione e di management. E anche in Italia alcuni Teatri lirici hanno istituito al proprio interno uffici e responsabili del fundraising”.

Certo, per fare questo – prosegue il direttore della Scuola di Fundraising di Roma – “occorre adottare un approccio imprenditivo, fatto di investimenti e non di mera gestione dei costi. Cosa che è esplicitata nel decreto costitutivo delle Fondazioni lirico sinfoniche. Ma in questo caso non solo non si investe, ma neanche si intende sostenere costi, scaricando il rischio dell’operazione solo sul procacciatore, pensando quindi che il successo di una operazione di fundraising dipenda solo dalla capacità di vendita e non dai contenuti, dalle relazioni con i pubblici, dalla capacità di produrre impatti significativi e altri ‘asset’ propri dell’ente. Ci aspetteremmo a questo punto che anche tutte le altre funzioni importanti di un ente vengano ricoperte da professionisti pagati a success fee, incluse le funzioni dirigenziali. Non si capisce perché solo il fundraising vada fatto a costi e investimenti zero e tutto il resto invece vada retribuito ed essere oggetto di investimenti. Così non si cresce, ma si acuisce solo il problema della sostenibilità della cultura. Inoltre in tutto il mondo, e anche in Italia (si veda la campagna ‘zero%’ di Assif: https://www.assif.it/fundraiser/retribuzione/zeroxcento/), i professionisti del fundraising rispettano un codice etico che esclude la retribuzione a percentuale non solo per un rispetto dei diritti di chi lavora ma anche per rispetto dovuto ai donatori e ai mecenati che se vogliono sostenere un ente lo fanno per la sua bontà e per la capacità di coinvolgere la comunità attorno alla sua missione e non certo per la capacità di vendita di un ‘operatore economico’”.

CONCLUSIONI

Di cose da fare, “invece di emanare bandi di questo tipo – conclude Coen Cagli -, ce ne sono e le abbiamo già identificate insieme alle amministrazioni durante l’evento “+fundraising +cultura” (www.fundraisingperlacultura.it): basterebbe prendere sul serio le 44 indicazioni emerse dal lavoro congiunto di tutti gli stakeholder pubblici e privati della cultura e contenute negli Atti dell’evento”.

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