Un appello al ministro della Cultura Alessandro Giuli e agli organi centrali e consultivi del Ministero della Cultura per chiedere la “corretta tutela e valorizzazione” dello Stadio Flaminio di Roma e contestare il progetto di riqualificazione presentato dalla SS Lazio. A inviarlo, con una nota del 27 agosto, sono Do.co.mo.mo Italia, AIPAI, AAA/Italia, Italia Nostra Roma, Carte in Regola, Fondazione Nervi ed esponenti del mondo accademico. L’appello è indirizzato al ministro della Cultura Alessandro Giuli, al presidente del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici Claudio Strinati, al direttore generale Archeologia, belle arti e paesaggio Fabrizio Magani, al presidente del Comitato tecnico-scientifico per l’arte e l’architettura contemporanee Giovanni Francesco Tuzzolino, al direttore generale Creatività Contemporanea Costantino D’Orazio e a Maria Piccarreta del Servizio III – Architettura contemporanea, periferie e rigenerazione urbana. Al centro della mobilitazione c’è lo Stadio Flaminio, realizzato da Pier Luigi e Antonio Nervi e inaugurato nel 1959 in occasione della XVII Olimpiade. Un’opera alla quale, ricordano i promotori dell’appello, è stato riconosciuto con decreto ministeriale del 27 settembre 2018 l’interesse storico-artistico particolarmente importante ai sensi dell’articolo 10, comma 3, lettera d), del decreto legislativo 42 del 2004. Italia Nostra Roma, presieduta da Oreste Rutigliano, ritiene che il parere della Soprintendenza sia “da censurare nel merito e nel metodo”, perché a suo giudizio emesso “in pieno contrasto con i dettami del vincolo e con la normativa di tutela”, evidenziando inoltre “una sommessa e pericolosa rinuncia ai compiti e doveri istituzionali assegnati dall’art. 9 della Costituzione”. L’associazione confida quindi nell’intervento del ministro e degli organi ministeriali competenti “per il ritiro in autotutela del parere di massima favorevole” espresso dalla Soprintendenza Speciale di Roma Capitale con la nota del 10 agosto e, comunque, per l’adozione di ogni misura necessaria alla conservazione e alla salvaguardia di quella che viene definita un’importante testimonianza dell’architettura e dell’ingegneria del XX secolo.
L’OPPOSIZIONE AL PROGETTO DELLA LAZIO
Nell’appello le associazioni partono anche dal caso dello stadio Artemio Franchi di Firenze, i cui lavori di ristrutturazione, sostengono, ne starebbero “progressivamente cancellando i valori espressivi e testimoniali riconosciuti dal Ministero per la Cultura”. Ora, affermano, si manifesta un nuovo “caso”, quello del Flaminio, con Roma che appare “invischiata tra un colpevole abbandono del monumento e un progetto di presunta valorizzazione che ne cancella la percezione oltre a rischiare una pesante alterazione dell’assetto del contesto urbano”. I firmatari dichiarano quindi la loro “netta opposizione al progetto presentato dalla SS Lazio”, sostenendo che la sua realizzazione comporterebbe “la concreta cancellazione dell’opera che, pur materialmente presente, diventerebbe concretamente ‘invisibile’”. Il rischio, secondo l’appello, è quello di vedere “un altro capolavoro del nostro patrimonio monumentale del Novecento irrimediabilmente perduto”.
IL PARERE DELLA SOPRINTENDENZA
Le critiche derivano dalla presa visione del progetto di “riqualificazione” dello Stadio Flaminio presentato dalla SS Lazio e dalla lettura del parere della Soprintendenza Speciale di Roma Capitale. Con una nota del 10 agosto 2026, indirizzata a Roma Capitale e ad altri uffici del MiC, la Soprintendenza ha fornito il proprio “parere di competenza” dopo aver esaminato le integrazioni richieste e successivamente fornite dalla società. Un parere che l’appello definisce “imbarazzato e imbarazzante”: “Imbarazzato – scrivono i firmatari – per il modo in cui la stessa Soprintendenza sembra aver smarrito il suo ruolo abdicando alle sue responsabilità pubblicistiche e a ogni elementare discernimento tecnico e critico”. Viene inoltre contestata l’affermazione secondo cui “la proposta del nuovo stadio risulti essere soprammessa allo stadio Flaminio preesistente” e quella per cui le nuove strutture metalliche destinate a sostenere l’anello riprodurrebbero “a scala più grande” i telai di Nervi.
La Soprintendenza, dopo aver richiamato i caratteri architettonici e testimoniali dell’opera e la necessità di avviare un intervento di “conservazione, restauro e valorizzazione dello Stadio Flaminio con opere di riqualificazione, ammodernamento e adeguamento al fine della rimessa in pristino”, ha anticipato il proprio “parere preliminare di massima favorevole” al progetto della Lazio, ponendo alcune “condizioni”. La prima riguarda “l’alleggerimento dell’anello-pensilina esterno per poter percepire maggiormente lo stadio preesistente che resta all’interno della nuova struttura”. Un’impostazione che i firmatari contestano chiedendosi come sia possibile pensare che l’effetto “fuori scala” del progetto e il “mascheramento dello stadio preesistente”, con strutture metalliche “ben più alte” di quelle originarie in calcestruzzo, possano essere alleggeriti al punto da consentire una maggiore percezione delle strutture originarie.
LA PENSILINA E IL VINCOLO DEL 2018
Un altro punto dell’appello riguarda la “pensilina aggettante sulla tribuna d’onore”. La Soprintendenza, dopo aver richiamato alcuni brani della letteratura critica che ne evidenziano il valore, afferma che il vincolo di tutela del 27 settembre 2018 “non potrebbe essere autonomamente modificato dalla scrivente Soprintendenza”. Una formulazione che, secondo i firmatari, sembra quasi far intendere che la Soprintendenza, “se ne avesse avuto la possibilità”, avrebbe modificato il vincolo “pur di non contraddire il progetto”. Nello stesso passaggio viene criticato anche il richiamo allo stadio Artemio Franchi di Firenze, altra opera legata a Nervi. L’appello contesta infatti i lavori attualmente in corso sullo stadio fiorentino, ricordando che anche in quel caso era stato dichiarato l’interesse culturale dell’opera e che i lavori per la sua riqualificazione sono stati finanziati anche attraverso 95 milioni del Pnrr.
LE CRITICHE SULL’IMPATTO PAESAGGISTICO
Ampio spazio viene riservato anche agli aspetti paesaggistici. La Soprintendenza richiama alcuni passaggi dell’articolo 28 delle Norme del P.T.P.R. relativi alla “conservazione e valorizzazione degli elementi naturali” e delle visuali verso i paesaggi di pregio. Per i firmatari assume particolare importanza il rapporto del Flaminio con il contesto collinare e con il più immediato tessuto urbano, caratterizzato da numerose architetture d’autore realizzate per la XVII Olimpiade. Un rapporto che, ricordano, era già al centro del bando di progettazione degli anni Cinquanta: gli estensori fissarono infatti l’altezza del coronamento delle gradinate in 18-20 metri, una prescrizione che nell’appello viene definita “mirabilmente interpretata da Pier Luigi e Antonio Nervi”. Il nuovo anello previsto dal progetto della Lazio porterebbe invece, secondo il documento, queste altezze “a ben più del doppio in corrispondenza dei lati lunghi e ancor più in corrispondenza delle curve”.
L’appello contesta inoltre l’indicazione della Soprintendenza secondo cui “l’altezza massima che potrà raggiungere la nuova copertura dello stadio potrà essere l’altezza massima del vicino Auditorium Parco della musica”. Per le associazioni, le differenti altezze dello stadio originario e di quello progettato non possono confrontarsi contemporaneamente con il paesaggio circostante perché, nel progetto della Lazio, lo stadio di Nervi sarebbe ormai nascosto e non avrebbe “più alcun rilievo paesaggistico”. Verrebbe così “cancellata completamente l’intima commistione tra dimensione paesaggistica e architettonica, leggibile lungo la linea di coronamento dello stadio”. La conclusione dei firmatari è netta: “In queste poche righe l’opera di Nervi è già scomparsa”.
IL PIANO DI CONSERVAZIONE
Infine, secondo le associazioni, il progetto della Lazio “tradisce” il Piano di conservazione interdisciplinare dello stadio, redatto da Sapienza Università di Roma con la Fondazione P.L. Nervi e Do.co.mo.mo. Italia e definito dalla stessa Soprintendenza “prioritario strumento metodologico e operativo al fine di perseguire la tutela e la conservazione del manufatto storico”. Per i firmatari, di conseguenza, il parere favorevole non rispetterebbe i contenuti e le prescrizioni del Piano, che sarebbe richiamato “in modo puramente formale, senza trarne alcuna conseguenza sostanziale”. Da qui la richiesta conclusiva: “Ci appelliamo, pertanto, al parere del Ministro e del Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici per la corretta tutela e valorizzazione di un’opera unica e irripetibile”.
