La cultura, oggi, ha un ruolo centrale nel dibattito pubblico e nelle decisioni politiche ed economiche del nostro Paese. Il ruolo della cultura è chiaramente espresso nella Costituzione del nostro Paese, e i Musei sono a pieno titolo servizi pubblici essenziali.
Alla cultura è oggi riconosciuto un ruolo centrale all’interno dei processi di sviluppo della cittadinanza, nelle logiche di perseguimento del benessere degli individui, nella creazione di una collettività coesa, nello stimolo all’industria turistica, e nello sviluppo di servizi, alla persona e alle imprese, che la fruizione culturale può generare.
Se poi si supera la dimensione generica, i valori che vengono attribuiti alla cultura crescono esponenzialmente: per il patrimonio culturale materiale, ad esempio, si associano i potenziali ricavi diretti derivanti dalla vendita di biglietti, dalla vendita di servizi accessori, e di servizi di assistenza alla visita, ma si annoverano anche i costi di manutenzione, e quelli più generali di tutela di conservazione e di valorizzazione. Trasferendosi dal “patrimonio” agli oggetti d’arte, i valori migrano, ove possibile, verso atipiche logiche di mercato, in cui il fattore informativo del prezzo difficilmente può essere ricondotto a fattori produttivi o a concreti meccanismi di mark-up.
Malgrado il settore culturale non rappresenti un unicum assoluto, in questo senso – analoghe complessità emergono ad esempio anche per il patrimonio naturalistico di un territorio – il riconoscimento del valore economico della cultura e della creatività ha generato, negli anni, una sempre maggiore domanda di “valutazione”. Domanda cui ad oggi non è stata ancora offerta una risposta concreta.
Una circostanza che, tuttavia, non può certo essere imputata ad un collettivo disinteresse: proposte di valutazione del patrimonio culturale sono state elaborate da ricercatori, dipartimenti universitari, analisti, società di consulenza, uffici studi istituzionali nazionali e internazionali.
Proposte internamente e metodologicamente coerenti, che tuttavia difficilmente trovano le condizioni di piena applicabilità universale. Non per difetto di competenza, ma semplicemente perché molte dei domini di valutazione risultano essere troppo volatili e scarsamente ancorati ad un sottostante universalmente valido.
Basti pensare che, ad oggi, le stime dell’impatto economico generato non dalla cultura, ma dalle sole industrie culturali e creative (e quindi di imprese che, per propria stessa natura, già producono dati legati alla propria attività), possono variare considerevolmente tra un report e l’altro, sia per oscillazioni causate da fattori arbitrari (quali imprese inserire all’interno del calcolo), sia per una sostanziale difficoltà strutturale nell’identificare con esattezza (da codici ATECO, ad esempio), quali siano le imprese che sviluppano attività di questo tipo o meno.
Sino a qualche anno fa, la questione della valutazione della cultura, pur essendo pacificamente riconosciuta come una dimensione centrale, è stata tuttavia relegata a confronti tra tecnici, e affrontata secondo linguaggi necessari quanto respingenti.
Ultimamente, però, la rilevanza del tema sta superando i confini del professionismo, sospinta da alcuni tendenziali che è importante tenere in considerazione: il primo è un elemento di natura economica, e vale a dire la necessità di rendere il nostro patrimonio culturale sempre più sostenibile; il secondo è invece legato ad una dimensione associata alla cultura, vale a dire l’impatto che la cultura può avere sul benessere e, ad un certo grado di approssimazione, sulla salute delle persone; il terzo è legato ad un fattore tecnico-contabile, con la riforma del sistema di contabilità pubblica italiano verso un modello accrual (di cui si dirà poco per evitare di inserire tecnicismi tutto sommato evitabili).
Questi fattori spingono, ciascuno proveniente da differenti istanze, a rivalutare il tema della valutazione dando priorità ad alcune variabili rispetto ad altre.
Il welfare culturale rappresenta, in questo senso, forse l’esempio più immediato ed efficace.
L’idea di base è molto semplice: la fruizione culturale, e più nel dettaglio la fruizione culturale attiva, può generare degli effetti positivi sul benessere delle persone, e in particolar modo su specifiche categorie di individui.
Si tratta di una constatazione piuttosto intuitiva: per gli esponenti della silver-age (quelle persone che un tempo venivano identificate come over65), frequentare dei percorsi culturali ha mostrato effetti positivi frequentemente dimostrati anche sotto il profilo scientifico, in parte derivanti dalla fruizione culturale attiva, in parte, va detto, anche dalla dimensione di socialità che tale fruizione culturale attiva presuppone.
Per quanto condivisa, dunque, e per quanto supportata da una letteratura scientifica piuttosto vasta, la questione del welfare culturale presenta ancora dei margini di incertezza sistemica. Vista con gli occhi di chi è chiamato a scegliere verso quali tipologie di azioni veicolare risorse economiche pubbliche, la questione non è tanto se fruire cultura può effettivamente generare un beneficio; la questione è comprendere se l’allocazione di 100 milioni di euro a questa linea di intervento sia più o meno efficace rispetto ad altre azioni.
Così diviene centrale la valutazione, e con la valutazione diviene centrale non solo l’effetto diretto, principalmente rappresentato dall’efficacia (se un silver-ager fruisce cultura presenta dei benefici in termini di benessere percepito), ma diviene centrale anche l’effetto dell’efficienza, e questa efficienza va indagata in contenuti differenti da quelli che legano la fruizione culturale e il benessere della persona.
Va indagata, ad esempio, nella frequenza con cui tale soggetto si rivolge ad ospedali (generano un costo diretto sul sistema sanitario), o si rivolge al medico di medicina generale (generando un costo sociale in termini di tempo di attesa), o ancora si prende maggior cura di sé (riducendo quindi la probabilità di insorgenza di eventi acuti se non mortali), e va considerata nella capacità di partecipare attivamente alla struttura economica (consumi) e sociale (partecipazione attiva) all’interno della collettività.
Diviene dunque evidente come, un elemento che nella sua formulazione iniziale poteva essere potenzialmente riassunto in termini piuttosto semplici, acquisisce improvvisamente una differente portata.
Non meno estese sono le considerazioni che è necessario porre in essere per ciascuna delle altre “visioni” della cultura.
Si pensi al patrimonio archeologico: vale più un sito che, per strategia di valorizzazione e posizionamento internazionale, ospita ogni anno centinaia di migliaia di turisti, o ha forse più valore un sito scarsamente visitato ma che una collettività riconosce come elemento identitario? E se così fosse, la capacità di un direttore di rendere un sito archeologico centrale nell’identità collettiva dei residenti va considerata come una potenziale dimensione premiale dell’operato del direttore?
E ancora, se il valore attribuibile ad un sito risulta essere la sommatoria di elementi scientifici, oggettivi, e soggettivi, allora è possibile considerare che il valore di tale sito vari nel tempo?
Di fronte a queste considerazioni, la soluzione che sinora è stata adottata dal nostro Paese è, se vogliamo, la più semplice che possa esserci: al momento, infatti, la metrica principale che viene valutata è quella del numero di visitatori, e dei ricavi che da questi visitatori vengono generati.
Si tratta di una condizione che tradisce una visione limitata e limitante, ma che senza dubbio poggia su elementi oggettivi, misurabili senza approssimazioni, senza rischi di contenzioso, e su elementi che in ogni caso sono contrattualmente necessari (per regolare i rapporti economici con i concessionari dei Musei, ad esempio).
Se dunque risulta strutturalmente ardua l’identificazione di un sistema unitario di valutazione, diviene allora possibile associare, a quei sistemi di valutazione contrattualmente richiesti, o contabilmente necessari, un sistema metrico integrativo, che consenta alle istituzioni culturali di misurare le proprie attività sulla base delle priorità di intervento.
La creazione, in altri termini, di un sistema informativo supplementare che introduca nella vita organizzativa delle istituzioni culturali dei ciclici processi di “misurazione, definizione degli obiettivi, monitoraggio dei risultati” che al di là del valore economico che se ne potrebbe derivare con maggiore o minore approssimazione, consentirebbe quantomeno l’introduzione di un approccio non solo orientato al risultato, condizione che più volte è stata discussa in materia di pubblica amministrazione, ma ad un approccio fondato su una priorità di obiettivi e sulla capacità di interpretare il sito o l’istituzione culturale in tutta la sua complessità.
Una rivoluzione metrica, che al di là della valutazione, introdurrebbe processi e professionalità nuove all’interno dei siti culturali, incrementando così la capacità delle istituzioni di comprendere il proprio ruolo di agente attivo all’interno della società.
Una sperimentazione che potrebbe trasformare il nostro Paese, e il nostro Patrimonio Culturale, in una sorta di “pilot-test” globale.
