Ho un fratello non vedente. So bene quanto costi studiare in quelle condizioni e quanto impegno richieda, a una madre e a un figlio, costruire le condizioni minime per crescere nella società. Con questo filtro biografico e altre tre coincidenze personali (il Lido di Venezia che amo, i temi della leadership e la connessione tra scrivere e benessere) ho letto ‘La profezia dei Mezzaluna’ di Giacomo Zuanella (Editoriale Unicorn). Giacomo Zuanella nasce nel 2001, cieco dalla nascita. Cresce al Lido di Venezia, si diploma al liceo linguistico, pratica sport, suona batteria e arpa. Durante il Covid si avvicina alla scrittura, incontra Roberta Rizzo, nota come Moony Witcher, e dopo tre anni pubblica un romanzo fantasy di 248 pagine. La prefazione di Giacomo Rigutto fornisce al volume un fondamento scientifico raro nella narrativa fantasy. Rigutto distingue con precisione tra l’idealizzata «sacra cecità» della tradizione classica — Omero, Tiresia, figure che perdono la vista e in cambio acquistano la veggenza — e la condizione di chi nasce cieco e quindi non sperimenta il buio, ma vive in un’assenza totale di percezione visiva. La distinzione cambia tutto.
Le ricerche più recenti sulla neuroplasticità mostrano un cervello dinamico e adattivo, capace di riorganizzarsi anche nelle condizioni più complesse. In questo quadro la sinestesia smette di essere metafora poetica e diventa modalità sensoriale concreta: per il sinesteta un colore può essere una nota, un numero, un giorno della settimana. La scrittura viene riconosciuta dall’autore come elemento di benessere. È un tema a me caro, come lo è, in Italia, per l’instancabile azione del Cultural Welfare Center, che seguo dalla nascita.
Il libro affronta anche un altro tema sul quale ho scritto molto: il rapporto tra leadership empatica, potere e coraggio. Racconta di cinque ragazzi nati in una notte di luna piena, ciascuno con una mezzaluna sulla fronte. Il protagonista è Aron, quattordicenne cieco che vive con il padre adottivo Rufus in un mondo strutturato in Popoli della Luce e Popoli del Buio. Aron — alter ego dichiarato dell’autore — deve compiere la profezia contro le forze di un leader oscuro determinato a ridurre ogni cosa a una landa senza colori. I colori, nella cosmologia del libro, sono elementi magici legati alla natura. Per Aron diventano vibrazioni emotive, frequenze, presenze interiori. Un ragazzo che non ha mai visto costruisce un’intera visione del mondo su base cromatica. L’impianto neuroscientifico della prefazione conferisce a questa scelta ulteriore spessore.
Il tema del potere attraversa il romanzo con una coerenza che supera il pubblico giovane al quale formalmente si rivolge. Jacob è ritratto con una psicologia del comando riconoscibile: promette certezza alle folle, chiede fedeltà assoluta, gestisce la dissidenza interna attraverso sfide ritualizzate. Ha la grammatica del populismo autoritario. Aron, al contrario, costruisce la propria leadership attraverso la fiducia nei poteri specifici che la sua condizione gli ha dato, senza imitare il modello dei vedenti. “Essere cieco non è un peso. Tu hai un potere che nessun altro ha”, gli dice Rufus.
La gravosità dell’esercizio del potere — che spesso, e in questa storia in particolare, schiaccia e corrompe — in Aron si trasforma invece in coraggio. L’inclusione trova in queste pagine un’applicazione concreta. Il giovane autore rigetta ogni compassione e sfida il lettore a decodificare una via di conoscenza e di azione per quasi tutti noi inesplorata. Leggere quest’opera equivale ad ampliare il proprio vocabolario sensoriale. Lo stile conserva la freschezza di un’opera prima, ma la trama regge e i venti capitoli mantengono coerenza. Il libro vince attraverso la propria differenza, non malgrado essa.
Giacomo Zuanella, La profezia dei Mezzaluna, Editoriale Unicorn, 2025, pp. 248.
