skip to Main Content
Una mostra fotografica e giochi di luce. Dieci anni fa il “Luogo della nascita di Gesù” è stato il primo sito palestinese a entrare nella lista del patrimonio dell’umanità

Il laser azzurro scolpisce il profilo di Betlemme sulla facciata del “Peace Center” in Piazza della Natività. Sono passati dieci anni da quando “il Luogo della nascita di Gesù” è diventato patrimonio mondiale dell’umanità, e 50 anni dal 16 novembre 1972, quando venne approvata la Convenzione Unesco sulla Protezione del Patrimonio Mondiale culturale e naturale. Anniversari celebrati la sera del 15 dicembre, a Betlemme, con l’inaugurazione di una mostra fotografica al Peace Center – aperta fino a fine gennaio -, e uno spettacolo di luci. L’evento è stato promosso dall’Ufficio Unesco di Ramallah, con il patrocinio del ministero del Tursimo palestinese, del Comune di Betlemme, e altri enti locali, e sponsorizzato dalla Banca di Palestina.

“La Convenzione è stata uno strumento fondamentale per trasformare il modo in cui valorizziamo e sosteniamo il patrimonio in molti paesi del mondo” ha detto nel suo discorso introduttivo Noah Bawazir, capo ufficio di Unesco Ramallah e rappresentante Unesco. Dopo 50 anni, la lista dei patrimoni dell’umanità conta 1.154 siti in 167 paesi. La Palestina è stata ammessa come stato membro dell’Unesco nel 2011, e ha ratificato la convenzione lo stesso anno. Da allora ha iscritto tre siti nella lista del patrimonio mondiale: “il Luogo della nascita di Gesù” a Betlemme (2012) con la Basilica della Natività e la Via del Pellegrinaggio, il “Paesaggio culturale a sud di Gerusalemme”, Battir (2014), e la città vecchia di Hebron (2017).

L’impatto di una operazione di questo tipo è evidente soprattutto nel caso-simbolo di Battir. Giovanni Scepi, capo dell’Unità Cultura dell’Ufficio Unesco Ramallah, spiega ad Agenzia CULT: “Qui, l’iscrizione alla lista del patrimonio mondiale ha di fatto congelato il progetto di costruzione della barriera di separazione/sicurezza” che sarebbe passata in mezzo alla vallata. Inoltre, “ha facilitato la preservazione della continuità territoriale della Palestina, che viene sempre meno, soprattutto tra Gerusalemme e Betlemme e tra le tre città di Beit Jala, Betlemme e Beit Sahour con i dintorni”. Iscrivere un patrimonio alla lista Unesco, permette anche  di “diversificare e ampliare l’offerta turistica” in un territorio molto ricco di storia e tradizioni ma che rimane comunque difficilmente raggiungibile.

I tre siti palestinesi “patrimonio dell’umanità” sono stati iscritti contemporaneamente nella lista del patrimonio culturale in pericolo. Grazie a rilevanti interventi di restauro e messa in sicurezza, nel 2019 Betlemme è uscita dalla lista dei siti a rischio: “Un esempio notevole di conservazione accurata e gestione efficace. Quello che è stato fatto qui è considerato una ‘best practice’ per intervenire adeguatamente su molti altri siti minacciati” ha sottolineato Bawazir. Ad oggi, altri 14 siti culturali e naturali in Cisgiordania e a Gaza sono inclusi nella lista indicativa. E se per i primi tre siti è stata adottata una procedura di urgenza, sulle nuove candidature è stata invertita la rotta: “Si stanno seguendo tutte le tappe di una procedura normale – spiega Scepi -: dall’invio di una candidatura completa, al piano di conservazione e gestione del sito. Oggi la Palestina è in grado di portare avanti un processo di candidatura senza passare per la procedura urgenza”.

In 11 anni, Unesco ha investito anche in progetti di educazione e formazione nei settori legati alla cultura, per sensibilizzazione la popolazione locale rispetto al proprio patrimonio culturale e alla necessità di conservarlo e promuoverlo. Inoltre, ha fornito all’amministrazione gli strumenti per gestire e pianificare le azioni necessarie alla salvaguardia del proprio patrimonio culturale e naturale. Guardando al futuro di questo territorio, Unesco fa appello agli “sforzi congiunti” dei vari attori “a sostegno dell’Autorità palestinese, per essere sicuri che siano gestiti e conservati in modo efficace per le generazioni future, e promuovere il concetto di conservazione del patrimonio come strumento per rafforzare l’identità palestinese e mantenere viva la memoria”.

© AgenziaCULT - Riproduzione riservata

Back To Top