Un patrimonio documentario che attraversa quasi due secoli di storia italiana e restituisce non soltanto le vicende del carcere di Santo Stefano, ma anche l’evoluzione della società, della giustizia e della concezione stessa della pena. È questo il valore degli archivi dell’ex penitenziario illustrato dal Commissario straordinario del Governo per il recupero dell’ex carcere di Santo Stefano/Ventotene, Giuseppe Marinello, intervenuto alla presentazione degli esiti della ricognizione del patrimonio archivistico dell’ex penitenziario. Nel suo intervento, l’attuale commissario ha ricordato anche il lavoro dei suoi predecessori Silvia Costa e Giovanni Maria Macioce. “Gli archivi che riguardano il carcere di Santo Stefano sono gli archivi dell’intera vita della struttura”, ha spiegato Marinello, ricordando che la storia del complesso inizia nel 1792, quando il re Ferdinando IV di Borbone affidò il progetto all’ingegnere Francesco Carpi. Una vicenda che trova una prima tappa significativa nel 1795, “quando si completa il primo anello della struttura carceraria e arrivano i primi 200 detenuti”. Da quel momento, ha sottolineato il Commissario, la documentazione custodita sull’isola registra “la vita quotidiana di tutto quanto accaduto nel carcere di Santo Stefano”, raccontando non solo la dimensione penitenziaria e giudiziaria, ma anche “le vicende umane del carcere di Santo Stefano per ben 170 anni, cioè dal 1795 al 1965”. Per Marinello non si tratta semplicemente di uno spaccato storico. “Più che uno spaccato, è un carotaggio”, ha affermato ricorrendo a un’immagine presa in prestito dalla geotecnica. I documenti rappresentano infatti “una sedimentazione e una stratificazione di epoche diverse, di sistemi legislativi diversi”, ma anche “una sedimentazione di atteggiamenti diversi nei confronti del sistema penitenziario e del sistema giudiziario”, consentendo di osservare come sia cambiato nel tempo il modo di concepire la pena.
Gli archivi, secondo il Commissario, raccontano inoltre l’intera storia nazionale: “Rappresentano la storia del nostro Paese, la storia dell’Italia”, attraversando il periodo borbonico, quello unitario e postunitario, il fascismo e infine la Repubblica. Un percorso durante il quale “cambia completamente la sensibilità e la visione del carcere”, così come “la stessa visione e sensibilità della pena”, anche alla luce dei principi introdotti dalla Costituzione repubblicana. La mole della documentazione è imponente. “Stiamo parlando di decine di migliaia di documenti”, ha evidenziato Marinello, convinto che gli studiosi avranno a disposizione “un enorme quantitativo di materia prima a cui attingere” per nuove ricerche e approfondimenti. I documenti che lo hanno maggiormente colpito, conclude, “sono quelli che raccontano la vita della povera gente”, ha spiegato, riferendosi ai cosiddetti “coatti”, persone spesso condannate a una vita di reclusione non per gravi delitti ma per la loro condizione sociale. “Gente che veniva lì e veniva condannata all’ergastolo, legata lì a vita, per un motivo semplicissimo: perché praticamente si trattava di mendicanti senza fissa dimora, ai quali non veniva riconosciuta nessuna dignità”. Sono proprio queste vicende dimenticate a rappresentare, per Marinello, il nucleo più toccante dell’archivio: “Le pagine che riguardano questa povera gente sono quelle che maggiormente mi hanno colpito”.
