Nel cuore della Maremma toscana, tra archeologia, genetica e storia della medicina, riaffiora il caso straordinario della cosiddetta “ragazza di Cosa”, una giovane vissuta tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C., oggi al centro di uno dei più significativi studi paleopatologici sulla celiachia nell’antichità. A raccontarne la vicenda è stato Leonardo Bochicchio, direttore dei Parchi archeologici della Maremma, intervenendo all’incontro “Salvaguardia di pratiche culturali alimentari, scoperte scientifiche nella diagnosi della celiachia nell’antichità, forme di valorizzazione dei luoghi della cultura con partenariato speciale pubblico privato nell’agro alimentare”, promosso dal Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale del ministero della Cultura nell’ambito di “Celiakè?!”, il villaggio itinerante gluten free ospitato a Roma presso la Cascina di Sotto, nell’area archeologica della Cornelia Antica. Il caso archeologico proviene dall’antica colonia romana di Cosa, ad Ansedonia, oggi parte del sistema dei Parchi archeologici della Maremma insieme ai siti di Roselle e Vetulonia. Durante lavori per la realizzazione di sottoservizi, nel 1998 fu rinvenuta una sepoltura “alla cappuccina” nella necropoli meridionale della città, lungo l’antica strada che collegava Cosa al porto. All’interno della tomba gli archeologi recuperarono lo scheletro di una giovane di circa 18-20 anni accompagnata da gioielli in oro, anelli, un incensiere, una lucerna e un bicchiere, elementi che indicavano l’appartenenza a una famiglia benestante.
Proprio l’elevato status sociale della ragazza rese ancora più sorprendenti le condizioni fisiche emerse dallo studio osteologico: statura molto bassa, fragilità ossea diffusa, osteoporosi, alterazioni articolari, difetti dello smalto dentario e soprattutto cribra orbitalia, una lesione tipicamente associata a stati anemici cronici. Un insieme di indicatori che ha spinto gli studiosi a ipotizzare una condizione di malassorbimento cronico compatibile con la celiachia. L’ipotesi è stata rafforzata dalle indagini genetiche condotte sui resti ossei e su un dente, che hanno permesso di identificare l’aplotipo HLA-DQ2.5, fortemente associato alla predisposizione celiaca. “Era la prima volta – ha spiegato Bochicchio – che un aplotipo compatibile con la predisposizione alla celiachia veniva individuato in un individuo antico”.
Determinante anche lo studio del tartaro dentale, ormai considerato una preziosa fonte di dati archeobotanici e biomolecolari. Le analisi microscopiche e chimiche hanno rilevato la presenza di cereali ricchi di glutine, tra cui frumento e orzo, alimenti fondamentali della dieta romana e simbolo di benessere per le classi più agiate. Secondo Bochicchio, proprio il consumo abituale di questi alimenti potrebbe aver aggravato la patologia della giovane. Le ricerche hanno inoltre restituito tracce di sostanze vegetali utilizzate probabilmente a fini terapeutici: menta, valeriana, miele, vino e specie vegetali note nell’antichità per proprietà digestive e antinfiammatorie. Ancora più sorprendente il ritrovamento di marcatori molecolari riconducibili a curcuma e ginseng, specie originarie dell’Asia orientale. Una scoperta che, secondo il direttore dei Parchi archeologici della Maremma, conferma l’esistenza di vaste reti commerciali tra Roma e l’Oriente già in età imperiale.
“Il caso di Cosa rappresenta un ponte tra medicina antica e medicina contemporanea”, ha sottolineato Bochicchio, evidenziando come archeologia, antropologia fisica, genetica e chimica analitica abbiano collaborato per ricostruire la biografia biologica della giovane romana. Una vicenda che dimostra come le malattie croniche abbiano una dimensione non solo medica, ma anche culturale e alimentare, strettamente legata alla diffusione dell’agricoltura cerealicola nel mondo antico. La “ragazza di Cosa” è oggi conservata presso il Museo archeologico nazionale di Cosa, attualmente chiuso per lavori di riallestimento. Il museo ospiterà presto una nuova vetrina dedicata allo scheletro e ai reperti rinvenuti nella tomba, mentre l’area archeologica resta aperta gratuitamente al pubblico. “L’archeologia – ha concluso Bochicchio – non studia soltanto monumenti e oggetti, ma soprattutto persone. E il passato continua a dialogare con il presente”.
