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Endowment e fondi di dotazioni, una riflessione

Quando si parla di fundraising nel nostro Paese, e più in generale nei paesi di tradizione non-anglosassone, la funzione che questo riveste è principalmente quella di reperire risorse (finanziarie e/o tecniche) per coprire il fabbisogno contingente di una progettualità culturale.

I fondi raccolti servono quindi per finanziare una stagione, un festival, una mostra oppure le spese correnti di un’organizzazione durante uno specifico anno. Questo significa che una volta “girato il calendario” il lavoro del fundraiser ricomincia da zero, apportando sempre e solo risorse correnti e temporanee.

Ma è possibile passare da un approccio al fundraising strettamente legato alla copertura di un deficit di bilancio e alla sola spesa corrente (ovvero di breve o brevissimo periodo) ad uno di investimento di medio-lungo periodo?

Facendo una generalizzazione e osservando i bilanci di molte organizzazioni culturali da un punto di vista aziendale, si potrebbe sostenere come di fatto siano generalmente realtà economiche sotto-patrimonializzate, o comunque con patrimoni o asset difficilmente monetizzabili o che generano risorse solo indirettamente e per il loro valore storico-artistico (pensiamo ad esempio ad un palazzo storico, ad una collezione o ad una biblioteca). Spesso questi asset sono totalmente illiquidi o comunque incontrerebbero ostacoli alla loro monetizzazione sul mercato.

Questo comporta un’inevitabile e costante tensione per reperire fondi nel breve periodo e costruire relazioni con privati (individui e aziende) che di anno in anno vengono sollecitati per un sostegno, più grande nei momenti di maggiore difficoltà (o magari riduzione della spesa pubblica) o più piccolo nei momenti in cui i budget sono più in ordine. Questo comporta evidenti limiti nel costruire una vera sostenibilità nel lungo periodo e capacità di investimento da parte dell’istituzione stessa.

UNO SGUARDO INTERNAZIONALE: GLI ENDOWMENT

Viceversa, nei paesi anglosassoni e soprattutto negli Stati Uniti, sono diffusi, sia tra le grandissime organizzazioni che tra le più piccole, strumenti giuridici e finanziari che intendono proprio favorire la creazione di un patrimonio non-spendibile ma che possa essere investito e generare ricavi continui nel tempo da dedicare alle attività dell’organizzazione.

Si tratta in particolare degli endowment (o fondi di donazione) ovvero fondi non disponibili che vengono investiti e di cui solo il guadagno e la crescita di valore (ad es. gli interessi) sono spesi ogni anno nell’attività non profit dell’ente mentre il fondo rimane investito nel tempo per creare un valore incrementale nel lungo termine.

Ciò comporta una rendita continua e (relativamente) certa nel tempo e, sempre in linea molto generale, questo può rappresentare nei casi di successo fino ad un terzo delle risorse annuali dell’ente.

Oltreoceano gli endowment sono da lungo tempo uno strumento fondamentale per le organizzazioni operanti nell’arte e nella cultura per promuovere e favorire la propria stabilità finanziaria e la crescita all’interno delle loro comunità. Gli endowment garantiscono generalmente flussi di entrate, relativamente certi e costanti, quando altre fonti di ricavo posso subire delle fluttuazioni.

È significativo sottolineare come, nonostante i periodi di grande crisi generalizzata, pensiamo ad esempio alla grande crisi finanziaria del 2008 o alla pandemia da Covid-19, durante le quali molte realtà hanno dovuto ridurre in via straordinaria i loro fondi di dotazione per far fronte a queste emergenze, gli endowment abbiano comunque dato particolare solidità ad un ente e, nonostante i possibili crolli del mercato finanziario, abbiano recuperato il proprio valore in tempi più brevi rispetto ad altri settori dell’economia.

Solo per dare qualche numero il Metropolitan Museum of Arts possiede un endowment di $ 3.3 miliardi, il Guggenheim di $ 85 milioni. Nell’ultimo decennio, inoltre, anche alcune istituzioni europee in primis il British Museum (per cui risulta interessante leggere il report del 2010 di Neil MacGregor sul tema: https://www.gov.uk/government/publications/macgregor-report-on-the-role-endowments-could-play-in-dcms-funded-museums-and-galleries) e il Louvre hanno lanciato i propri endowment. Nel 2020 il Louvre Endowment (https://www.endowment.louvre.fr/) contava infatti già su 257 milioni di euro.

La tabella qui sotto riporta invece le prime istituzioni culturali US per dimensione dell’endowment (dati 2013 – in migliaia di dollari):

RAPPRESENTARE LA VOLONTÀ DEI DONATORI

Inoltre, questi fondi permettono anche di rappresentare e rispettare al meglio la volontà di donatori e sostenitori.

Infatti l’introduzione di una distinzione (formale e legale) tra fondi permanently restricted (ovvero che vanno a formare un asset per il futuro sostentamento dell’organizzazione), temporarily restricted (ovvero che non possono essere spesi se non per un determinato progetto o al verificarsi di specifiche condizioni) e infine unrestricted (ovvero liberamente utilizzabili da parte dell’ente) garantisce al donatore, e soprattutto ai major donor, di veder rispettata (anche da un punto di vista legale) la propria volontà e la finalità della propria donazione.

Interessante notare il dato riportato dalla survey di Artnews riportata qui sotto, ossia che il 61% dei fondi dei musei americani da loro sondati sarebbero permanently restricted.

FIGURES SOURCED FROM THE ARTNEWS MUSEUM SURVEY

Ovviamente ciò non significa che non vengano fatte attività di raccolta fondi annuale (c.d. annual campaign) ma a questa viene spesso affiancata una capital campaign (ovvero una raccolta di capitale per il fondo di dotazione) solitamente di durata medio-lunga (ad es. 5-10 anni) spesso in occasione di particolari progetti di sviluppo (apertura di un nuovo spazio o ala di un museo, oppure di una nuova sede o di particolari grandi progetti o anniversari).

UN MODELLO IMPORTABILE?

Il successo di questa modalità di raccolta fondi ovviamente viene da lontano e non può prescindere da un contesto sociale, culturale ed economico proprio della società americana, insieme ad un sistema finanziario e fiscale che favorisce questa modalità di donazione, che non potrebbe mai essere importato tout-court in Europa senza specifici correttivi, in un contesto in cui la spesa pubblica rappresenta ancora la principale fonte di risorse economiche per la cultura.

Da questa breve analisi appare però possibile, o comunque auspicabile, poter iniziare ad immaginare una “via italiana” all’endowment, per dare la possibilità di costituire fondi di dotazione, almeno alle organizzazioni culturali più importanti del Paese, per attrarre fondi privati sia da singoli risparmiatori (in un Paese, come l’Italia, con un altissimo livello di risparmio privato) sia da grandi investitori corporate.

Si aprirebbe infatti l’opportunità di attrarre grandi sostenitori per una singola operazione di grande importanza e rilievo piuttosto che singoli contributi annuali più piccoli e con una adeguata politica fiscale e di incentivazione questo potrebbe portare nel medio periodo ad una capitalizzazione delle nostre organizzazioni culturali.

È inoltre importante notare come si aprirebbe anche a nuovi meccanismi di donazione: mentre oggi la stragrande maggioranza delle donazioni avviene in denaro (o al più in beni o sotto forma di lasciti) spesso negli endowment confluisco patrimoni composti di beni (ad es. real estate) e asset finanziari (ad es. azioni, obbligazioni).

Oggi tutti questi strumenti di sostegno alla cultura non sono previsti e normati nel nostro ordinamento, anche per una evidente questione culturale e per l’assenza di un contesto normativo, fiscale e giuridico che possa appieno prevedere forme vantaggiose per i potenziali investitori (a questo proposito si vedano i cd. split-interest-agreement in cui parte dei ricavi dell’investimento vengono riconosciuti al donatore, spesso in forma di vitalizio).

Lo sviluppo della finanza etica da una parte e la sperimentazione degli operatori culturali dall’altra potrebbe essere un interessante laboratorio da cui far nascere una forma più europea degli endowment americani.

Riccardo Tovaglieri

Riccardo Tovaglieri

Formatosi presso l’Università L. Bocconi di Milano in Economics and Management for Arts, Culture, Media and Entertainment, si è specializzato presso la Southern Methodist University di Dallas. Dal 2014 si occupa di Fundraising in ambito culturale. È co-fondatore di Patrimonio Cultura (www.patrimoniocultura.it) e cura la raccolta fondi di Fondazione Teatro Donizetti e Fondazione Emilia Romagna Teatro. Ha tenuto corsi e momenti di formazione per Fondazione Fitzcarraldo, BASE Milano e Fondazione CARIVERONA. Ha collaborato con la Fondazione Scuola Beni e Attività Culturali alla realizzazione del business model e del business plan del progetto FAM – Fabbrica Arti Mestieri dell’Istituto Poligrafico e Zecca di Stato. Per Patrimonio Cultura è stato tra i giurati del Premio Cultura+Impresa, curando la menzione speciale Under35.

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