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Solida preparazione tecnica e abilità camaleontiche

Negli ultimi anni, anche a seguito della difficile situazione derivante dalla pandemia da Covid 19, il mondo culturale sta iniziando sempre di più a riflettere sui temi della propria sostenibilità e del fundraising come una parte integrante di questo obiettivo.

Allo stesso tempo, però, i fundraiser culturali che operano professionalmente nelle istituzioni culturali del nostro Paese sono ancora rari e poco presenti sia nelle piante organiche che come collaboratori esterni. Oppure, talvolta, risultano ancora una figura completamente fraintesa (si veda a questo proposito il bando del Teatro Lirico di Cagliari, già commentato anche su questo sito (https://www.agenziacult.it/bandi/fundraising-per-la-cultura-lettera-aperta-di-coen-cagli-alle-istituzioni/ )

La recente indagine sulle professioni della cultura, realizzata dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali (https://www.fondazionescuolapatrimonio.it/ricerca/competenze-per-il-patrimonio-culturale-la-ricerca/), mette in evidenza che mediamente solo il 10% delle istituzioni culturali ha una persona interamente dedicata al fundraising, percentuale che sale al 20% se includiamo personale che si occupa anche di altro. Quindi possiamo dire che mediamente 4 istituzioni su 5 non presidiano adeguatamente l’area fundraising. La situazione non migliora se guardiamo all’universo delle organizzazioni e associazioni non profit che si occupano di cultura dove, dal censimento ISTAT (www.istat.it/it/censimenti/istituzioni-non-profit) delle istituzioni non profit, emerge che ben l’83% di queste non pratica alcuna forma di fundraising.

L’ATTENZIONE EUROPEA ALLA FIGURA DEL FUNDRAISER

Un dato positivo da registrare è però come il ruolo professionale del fundraiser culturale stia entrando sempre più nel dibattito specialistico e nella riflessione sia nazionale che internazionale, ad esempio con i progetti europei Charter – European Cultural Heritage Skills Alliance (https://charter-alliance.eu/) e Synopsis – Storytelling for Cultural Heritage Fundraising (https://www.cultural-storytelling.eu/).

Il primo intende mappare le esigenze del settore del patrimonio culturale per identificare i fabbisogni di competenze al fine di sviluppare programmi di formazione per l’aggiornamento dei professionisti. Inoltre, tra i suoi obiettivi, vuole supportare il sistema formativo nell’ideazione e strutturazione di percorsi di studio in linea con le effettive esigenze del settore e definire un quadro di riferimento che semplifichi il riconoscimento delle conoscenze e competenze degli operatori del patrimonio culturale.

Il secondo, promosso come capofila dai Musei Reali di Torino, mira a definire una nuova figura professionale in ambito culturale, quella dello storyteller-fundraiser, ancora in buona parte assente nel panorama europeo ma fondamentale per attrarre nuovi pubblici, fidelizzare quelli esistenti e contribuire alla sostenibilità economica delle realtà culturali. Questo progetto, recentemente presentato (6 giugno 2022 – https://www.agenziacult.it/notiziario/synopsis-musei-reali-torino-capofila-del-progetto-europeo/), partendo dall’individuazione di alcune best practice a livello internazionale ha definito alcune soft e hard skills necessarie alla nuova figura professionale del “narratore culturale”. Inoltre, nell’ambito di questa iniziativa, è stato realizzato di un corso di formazione online, fruibile gratuitamente, rivolto ai professionisti per l’attività di storytelling e fundraising.

UNA MOLTEPLICITÀ DI COMPETENZE

Sgomberato quindi il campo da alcuni facili misunderstanding o preconcetti per cui chi si occupa di fundraising sarebbe solo un “agente” delle organizzazioni culturali oppure un “lobbista” che mette a disposizione rapporti e agende di contatti, da retribuire quindi solo a percentuale (si veda a questo proposito la campagna di ASSIF zeroxcento – https://www.assif.it/fundraiser/retribuzione/zeroxcento/), è utile provare a tracciare un profilo delle competenze e degli ambiti in cui chi si occupa di fundraising culturale deve sapersi muovere.

Infatti, oltre agli aspetti specifici della propria materia e la conoscenza dei principi, delle tecniche e delle strategie del fundraising, chi si occupa professionalmente di fundraising culturale maneggia quotidianamente elementi di fiscalità, contabilità, marketing, storytelling, comunicazione e progettazione, solo per citare i principali. Da tenere in considerazione le ormai sempre citate soft skill che vanno dall’empatia alla capacità di mediare anche in modo diplomatico tra esigenze e tensioni diverse, fino alla leadership.

Inoltre, a seconda delle svariate possibili specializzazioni, diventano fondamentali competenze come quelle digitali e informatiche (ad esempio quando parliamo di digital fundraising) o di scrittura e pianificazione (quando pensiamo a chi si occupa di progettazione culturale o di individual fundraising).

In questo senso Italia non-profit (https://italianonprofit.it/risorse/definizioni/fundraiser/) identifica sommariamente alcune specializzazioni nell’ambito del fundraising, ognuna delle quali corrisponde a diversi profili professionali e ad un insieme vasto di conoscenze e abilità molto diverse (anche dal punto di vista personale e caratteriale), tra queste:

  • il corporate fundraiser;
  • il coordinatore di campagne face to face;
  • l’event fundraising manager;
  • il web o digital fundraiser;
  • il direct mailing manager;
  • il grant scout;
  • il major donor fundraiser;
  • il coordinatore telemarketing

Ovviamente il fundraiser culturale non è necessariamente un esperto di ognuno di questi argomenti, di per sé vastissimi, ma ciò permette di comprendere come il fundraiser culturale non sia solo uno specialista del suo settore ma piuttosto un “camaleonte” dalle molteplici forme e competenze che variano sensibilmente a seconda della tipologia dell’organizzazione in cui opera, di quanto questa sia strutturata, del contesto e della strategia culturale in generale.

Il fundraising è quindi una figura multidisciplinare capace di stare sia sul piano strategico che sul piano operativo, con una natura sostanzialmente “trasversale” all’interno di una organizzazione, che, per funzionare correttamente, non può essere isolato ma deve costantemente collaborare con tutte le diverse funzioni, da quelle apicali (CdA, presidente, direttore generale) e quelle più operative (direttore marketing, ufficio stampa, produzione, audience development). Il fundraiser culturale non è quindi un battitore libero né un lavoro ‘in solitaria’ ma ha la sua vera ragione d’essere nel coinvolgimento e nella collaborazione con tutte le persone interne ed esterne all’organizzazione.

Si potrebbe sintetizzare dicendo che chi fa fundraising deve essere un corpo intermedio permeabile che parla due lingue, quella del mondo culturale e quella del mondo esterno, cercando di conciliare esigenze, richieste e approcci anche molto diversi.

È fondamentale quindi per chi si approccia al mondo del fundraising culturale, insieme ad una solida preparazione sui temi specifici di questa professione, sviluppare una predisposizione e una curiosità a molti e diversi ambiti limitrofi e complementari alla sua professione.

Queste competenze diventando fondamentali per poter dialogare e interagire anche con le diverse altre funzioni o attività di una organizzazione o di un progetto culturale, per sua natura complesso e sfaccettato, sia per potersi relazionare con donatori, imprese e soggetti esterni all’organizzazione.

LE SFIDE CHE ASPETTANO QUESTA PROFESSIONE

Sebbene non sia formalmente legata a nessun percorso di formazione specifico, la professione del fundraiser, soprattutto nel settore culturale, richiede l’acquisizione di particolari competenze e conoscenze per cui esistono oggi anche diversi percorsi post-laurea e corsi dedicati.

La sfida che oggi abbiamo davanti e che sarà fondamentale anche per i prossimi anni, sarà proprio quella di poter garantire sempre di più una adeguata formazione e riconoscimento professionale ai fundraiser in generale e più nello specifico di chi opera nel settore culturale, sia con programmi di certificazione o abilitazione che di formazione continua, che garantiscano un elevato livello professionale anche alle organizzazioni culturali.

Tra questi rappresenta un interessante esperimento realizzato da Ales S.p.A. che nel 2019 ha costituito un primo elenco di esperti del fundraising e mecenatismo culturale

(https://alesspa.portaleamministrazionetrasparente.it/index.php?id_oggetto=11&id_doc=149202)

Dall’altro lato è fondamentale, perché si dispieghi il potenziale dei fundraiser impegnati nel settore culturale, che si diffonda tra le organizzazioni culturali sia pubbliche che private una vera e autentica “cultura del fundraising” e un riconoscimento del ruolo strategico e trasversale dei fundraising, anche attraverso la facilitazione da parte del legislatore nel riconoscimento di questa professione e l’investimento nell’acquisizione di risorse umane adeguatamente formate e nel loro aggiornamento, ad esempio cogliendo le occasioni che il PNRR e altri finanziamenti europei oggi offrono.

Riccardo Tovaglieri

Riccardo Tovaglieri

Formatosi presso l’Università L. Bocconi di Milano in Economics and Management for Arts, Culture, Media and Entertainment, si è specializzato presso la Southern Methodist University di Dallas. Dal 2014 si occupa di Fundraising in ambito culturale. È co-fondatore di Patrimonio Cultura (www.patrimoniocultura.it) e cura la raccolta fondi di Fondazione Teatro Donizetti e Fondazione Emilia Romagna Teatro. Ha tenuto corsi e momenti di formazione per Fondazione Fitzcarraldo, BASE Milano e Fondazione CARIVERONA. Ha collaborato con la Fondazione Scuola Beni e Attività Culturali alla realizzazione del business model e del business plan del progetto FAM – Fabbrica Arti Mestieri dell’Istituto Poligrafico e Zecca di Stato. Per Patrimonio Cultura è stato tra i giurati del Premio Cultura+Impresa, curando la menzione speciale Under35.

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