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Un investimento indispensabile, a basso costo e urgente

E’ questo il momento di investire in formazione e capacity building sul fundraising per la cultura. Non abbiamo strade alternative da percorrere nel breve termine. Per diversi motivi.

Siamo di fronte ad una situazione di crisi senza precedenti: una guerra che ci coinvolge da vicino, la post pandemia (che poi non è neanche tanto post), l’emergenza energia e l’emergenza ecologica (acqua, riscaldamento globale e altro) che impongono investimenti ingenti e non procrastinabili, la conseguente crisi economica che si abbatte non solo sulle famiglie e sulle imprese ma anche e soprattutto sulla finanza pubblica, la conseguente crisi di tenuta del tessuto sociale dilaniato dal drastico calo di tutti gli aspetti che concorrono al benessere sociale e personale e, infine, anche la crisi istituzionale e politica del nostro paese.

Non è difficile pensare che la cultura, o meglio il sistema culturale italiano, subirà conseguenze drammatiche di questa situazione sia sotto il profilo degli investimenti pubblici sia sotto quello dei consumi culturali. E queste conseguenze, a ben vedere, sono una ulteriore emergenza posto che è orami evidente (anche sotto il profilo scientifico) che la cultura, in tutte le sue forme di fruizione, è la leva principale dei processi di sviluppo personali, sociali e in parte anche economici.

In altri termini: è molto probabile che il settore culturale sarà privato nei prossimi anni di molte risorse sia pubbliche, sia private proseguendo un trend negativo che, fatta salva una parentesi positiva legata al PNRR e ad una piccola ripresa dei consumi culturali in questo inizio di estate.

Posto che non possiamo abbandonare a se stesso il sistema culturale italiano – se non altro perché la nostra Costituzione ci impone di tutelare e valorizzare il nostro patrimonio culturale) occorre capire subito cosa si può fare per evitare di trovarci fatalmente e ancora una volta solo a chiedere ristori e interventi emergenziali che sappiamo già non essere pertinenti ed efficaci per rispondere al problema che è e sarà ancora una volta la sostenibilità del sistema culturale e del suo sviluppo.

I vincoli che caratterizzeranno le azioni da porre in essere sono evidenti: risparmio economico ed efficacia misurabile. E non c’è dubbio che le azioni debbano essere orientate a favorire l’innovazione in tutti i sensi perché i nuovi scenari non possono essere affrontati con piccoli aggiustamenti o ripercorrendo modalità di gestione del sistema culturale che sono state letteralmente disintegrate da questo periodo di crisi.

Un esercito scalcinato e privo di mezzi

Da questo punto di vista, la cultura che è uno dei nostri principali asset di sviluppo, è un patrimonio che è presidiato da un esercito in sotto organico, mal attrezzato (nel senso che non ha i mezzi adeguati) e non è formato (nel senso che comunque non ha le competenze per usare tali mezzi).

La prima misura da adottare in modo sostanziale è quello del rafforzamento delle risorse umane in sia in senso quantitativo che qualitativo.

Il rapporto di Federculture mette in evidenza che il core del settore culturale italiano conta circa 300.000 organizzazioni (pubbliche e private) per circa 700.000 mila addetti. Ossia una organizzazione ha in media 2 addetti (il che vuol dire che un numero enorme ne conta solo 1 o addirittura 0). Nel 2021 si è registrato un calo del 6,7% degli addetti del settore. Una buona parte di questi ha un rapporto di lavoro autonomo (saltuario e insicuro principalmente), che rende particolarmente debole l’esercito.

Prendendo in considerazione il solo settore delle istituzioni culturali del Ministero della cultura ad oggi manca circa il 40% del personale previsto in organico (circa 10.000 addetti). Il che vuol dire musei, teatri, biblioteche, sovrintendenze, ecc.  non adeguatamente presidiati alcuni dei quali sono stati costretti alla chiusura per mancanza di personale.

Il settore culturale del non profit conta 61.000 organizzazioni con circa 21.500 addetti più o meno pagati. Il 92% di queste non conta neanche un addetto contrattualizzato e si basa quindi solo sul volontariato o su sistemi informali di sostegno delle risorse umane. (dati Istat 2019)

Sicuramente le persone impegnate nel settore sono molte di più (si pensi alla dimensione dell’associazionismo dove l’impegno nella realizzazione delle attività spesso non è basato su rapporti di lavoro o se lo è di tipo informale). Per fortuna abbiamo quindi più di 1 milione di volontari nel solo settore culturale (una parte rilevante dell’esercito alla quale non si presta nessuna attenzione in chiave di politiche pubbliche).

Ma va anche considerato che questa area di impegno è di frequente utilizzata in sostituzione di quella parte di esercito che necessariamente dovrebbe essere professionalizzata (non solo per principio ma soprattutto perché deve avere ruoli e responsabilità professionali contrattualizzate). E allora fioccano da ogni parte (sia pubblica che privata che non profit) segnalazioni di organizzazioni e istituzioni che richiedono posizioni di impegno volontario per ricoprire ruoli di grande responsabilità come ad esempio il direttore di un museo o l’intera gestione di una biblioteca, o, nel caso del fundraising, figure di fundraiser che vengono retribuite solo se trovano i soldi: che sarebbe come dire che un direttore di una istituzione culturale viene retribuito in misura del numero di visitatori o utenti….

L’area delle risorse umane nel settore cultuale è molto debole e per molti versi “unmapped”, ancora troppo informale e piena di fenomeni paradossali sotto il profilo lavorativo

Mancano proprio i fundraiser!

Tra le tante figure e ruoli che non sono adeguatamente presidiati nel settore culturale emerge proprio quella del fundraising. Non lo diciamo noi, che siamo della categoria, ma lo dicono i numeri e le opinioni dei dirigenti delle istituzioni e organizzazioni culturali. In tutte le indagini emerge che l’area organizzativa sulla quale si registra il maggiore bisogno di personale con competenze specifiche è proprio quella del fundraising per la quale si sente il bisogno di procedere ad assunzioni. (si veda l‘importante ricerca svolta dalla Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività Culturali: https://www.fondazionescuolapatrimonio.it/ricerca/competenze-per-il-patrimonio-culturale-la-ricerca/, e più in generale le risultanze del Tavolo di lavoro su “formazione del personale degli enti culturali” tenutosi in occasione dell’evento “Più fundraising Più cultura” 2022 i cui atti sono disponibili gratuitamente su www.fundraisngperlacultura.it).

Il censimento Istat deli non profit ha messo in evidenza che il settore nel quale le organizzazioni dichiarano di non realizzare alcuna forma di fundraising è proprio quello delle attività culturali, sportive e ricreative: più dll’80% afferma di non fare raccolta fondi.

Molti dirigenti di istituzioni culturali pubbliche hanno segnalato  che nonostante il grande bisogno di fundraising oggi è più semplice assumere un uscere perché previsto in pianta organica piuttosto che un addetto al fundraising (si ricorda che mediamente un museo di valore nazionale in paesi analoghi all’Italia conta in genere un ufficio dedicato al fundraising con un direttore e almeno una decina di addetti). Si vedano a tale proposito gli interessanti “dialoghi col direttore” organizzati dal tavolo cultura di Assif-Associazione Italiana Fundraiser: https://www.assif.it/tavolo-fundraising-culturale/).

Infine appare singolare che nei recenti bandi di assunzione di personale del Mic non venga mai prevista proprio la figura del fundraiser, magari accorpato ad altre funzioni (che non sarebbe una ottima scelta, ma sarebbe meglio che niente…).

Il fundraiser: una professione “informale”

Ma incidere su questo blocco strutturale del sistema cultura è anche un ulteriore aspetto: se anche volessimo e potessimo assumere non avremmo chiare le caratteristiche che il professionista dovrebbe avere. In Italia, a differenza di tanti altre professioni, non esiste un profilo professionale del fundraiser culturale che sia riconosciuto (non tanto in senso normativo, ma soprattutto in senso sostanziale)  e al quale si faccia riferimento.

Insomma: sia ha bisogno di fundraising ma non si sa bene chi bisogna cecare per farlo. E così spesso si “prendono lucciole per lanterne” avviando impegni professionali che hanno scarsa possibilità di successo o affidando il fundraising a persone (anche interne agli enti) che non hanno conoscenze e competenze adeguate. Molti ad esempio affermano che per fare fundraising servano economisti della cultura ([1] https://www.ilsole24ore.com/art/mic-2022-arrivo-250-assunzioni-profili-specializzati-mancano-economisti-cultura-AELFxV1), sentendosi dire proprio dagli economisti che l’economia è una cosa e il fundraising ne è un’altra.

E’ chiaro che se non viene definita bene questa figura sarà sempre più difficile che nei programmi (pochi) di assunzione di personale venga richiesta.

E al contempo tutti i programmi e le attività di formazione rivolte sia a personale interno che a neo professionisti offriranno competenze e conoscenze non adeguate a ricoprire la figura di fundraiser. Sono infatti pochissimi i corsi a mercato e le attività di formazione del personale interno agli enti che propongono una offerta formativa strutturata e adeguata al fundraising. Il tema viene affrontato erogando in modo a-sistematico qualche pillola tecnica o meramente informativa sulle sponsorizzazioni e  sul  crowdfunding senza alcuna impostazione strategica circa conoscenze, competenze, attitudini e attività pratiche che caratterizzano una professione.

Un investimento a bassissimo rischio

A ben vedere l’investimento in formazione, se fatto in modo serio, non è particolarmente oneroso e spesso rientra in programmi nazionali già stabiliti ed è un investimento che quasi sempre produce risultati (impatti) rilevanti.

Faccio qualche esempio legato alla mia esperienza. Mi è capitato di dirigere un bel progetto nazionale di formazione e accompagnamento al fundraising di addetti (lavoratori e volontari) di biblioteche e reti di promozione della lettura). SI è trattato di un investimento di poco più di 40.000 euro in 4 anni che ad oggi, mediamente ha prodotto per ogni euro investito almeno 10 euro di raccolta fondi da privati. In alcuni casi il rapporto è stato di 1 euro investito e 100 raccolti, e chiaramente in alcuni casi 1 euro investito e 0 euro raccolti. Questo per dire che in tali processi influenzano anche altri aspetti quali la creazione di un ambiente favorevole al fundraising interno alle organizzazioni, perché se poi un direttore di una istituzione non crede nel fundraising o non gli va di farlo, allora le persone formate a tale scopo non verranno messe nella condizione di agire.

In alcune consulenze da me realizzate insieme alla Scuola di Fundraising di Roma, l’azione di formazione e accompagnamento ha trasformato il sistema di sostenibilità di una organizzazione passando dal 90% di fondi pubblici al 70% di fondi privati e contemporaneamente aumentando il volume delle entrate anche di 4-5 volte.

In tutti i casi questo processo ha portato anche ad un aumento di addetti contrattualizzati, il che vuol dire che si producono effetti anche sul numero degli occupati.

Ecco perché la prima misura, a basso costo e con grande possibilità di produrre impatti concreti è quella di formare e assumere personale che rafforzi il nostro esercito nella funzione di garantire la sostenibilità economica delle organizzazioni.

Il paradosso: mancano le risorse umane ma non manca il mercato

Ma, concludendo, l’investimento su risorse umane dedicate al fundraising è la scelta giusta non solo perché poco costoso e molto efficace, ma perché i soggetti privati sono tutt’altro che contrari a sostenere la cultura. E’ stato stimato che il 40% degli italiani  è orientato a sostenere la cultura per una cifra annua media di 80 euro mentre in UK, una delle patrie del fundraising, solo 1 inglese su 5 è orientato a farlo e per un cifra media annua di 36 euro (La ricerca è disponibile sul sito https://culturalphilanthropy.ltd/).

Lo strumento dell’art bonus registra anche in periodi di crisi economica una risposta positiva (+ di 100 milioni raccolti nel periodo di maggiore crisi economica e sociale); le organizzazioni che durante il lockdown hanno avuto il coraggio di rivolgersi a sostenitori hanno riscontrato risposte positive. Quindi l’investimento guarda ad un mercato che poco praticato e al tempo stesso con un grande potenziale di sviluppo.

Inoltre, le fondazioni di origine bancarie e alcune di famiglia e di azienda durante il lockdown hanno dato vita ad investimenti significativi su programmi di capacitazione delle organizzazioni e del personale anche sul tema del fundraising. Il Mic in un programma di accompagnamento ai candidati non vincenti a capitale della cultura 2024 ha inserito anche il tema del fundraising.

Quindi, seppure ancora in modo episodico e non sistemico, possiamo affermare che emergono trend ma anche fenomeni e fatti che giustificano un investimento sistematico in formazione e acquisizione di personale in questo settore.

E mi sembra che questa sia una cosa urgente, ad alto valore aggiunto, economicamente sostenibile e con pochi rischi. Ma proprio per queste ragioni una cosa da fare subito, prima che sia troppo tardi. E magari dovrebbe essere un impegno primario del prossimo governo.

Massimo Coen Cagli

Massimo Coen Cagli

Fondatore e direttore scientifico della Scuola di Fundraising di Roma. Docente e consulente senior di fundraising. Ha scritto il primo manuale italiano sul fundraising nel 1998 ed è autore di numerosi saggi con una particolare attenzione al rapporto tra fundraising e welfare culturale. E’ ideatore del progetto “+fundraising +cultura”, l’unico evento italiano dedicato interamente al fundraising culturale (www.fundraisingperlacultura.it). . E’ stato ed è tuttora consulente e formatore di numerose organizzazioni e istituzioni in ambito culturale e sociale anche dirigendo programmi nazionali quali Artraising (Ales spa-MIC) e Biblioraising (Cepell-MIC). È consulente del Comune di Procida per l’attuazione del programma di fundraising di Procida Capitale della cultura 2022. In quanto esperto di fundraising culturale è stato chiamato dalla Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività Culturali nell’accompagnamento delle 10 città candidate a capitale della cultura 2024 per lo sviluppo di attività di fundraising.

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