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“L’inclusione in forma di talento è forse il risultato maggiore perché consente di cambiare vita radicalmente. Il progetto che avremmo in mente con il direttore dell’Inda di Siracusa è di far recitare i detenuti al Teatro Greco"

“Cultura e carcere è un argomento che ci sta particolarmente a cuore, un binomio che nel corso degli anni ha avuto espressioni concrete all’interno degli spazi carcerari. Una conquista che ho cercato di valorizzare, nei limiti imposti anche dalla pandemia. Le esperienze sono stati molteplici e finalmente constatiamo che esiste un progetto che possa dare generalità normativa a un settore che ha avuto e avrà espressioni concrete e diffuse ma un po’ a macchia di leopardo. Se è vero che la cultura serve per non delinquere, è tanto vero che la cultura all’interno degli spazi carcerari può servire ad includere”. Lo ha sottolineato Bernardo Petralia, capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria presso il ministero della Giustizia, in audizione presso la commissione Giustizia della Camera nell’ambito dell’esame della proposta di legge sulle disposizioni per la promozione e il sostegno delle attività teatrali negli istituti penitenziari. Petralia sottolinea che “l’inclusione in forma di talento è forse il risultato maggiore perché consente di cambiare vita radicalmente. Abbiamo una domanda/offerta che viene dalle mura carcerarie e che si proietta sulla società civile per avere una sistemazione che guardi a un sistema e che non sia a macchia di leopardo”. Per Petralia “quello a cui si deve tendere è una sorta di politica culturale del carcere. Il progetto che avremmo in mente con il direttore dell’Inda di Siracusa – ha concluso – è di far recitare i detenuti al Teatro Greco. Sarebbe strepitoso se due condizioni ce lo permetteranno: la pandemia e una condivisione interministeriale su cui abbiamo avuto già ampie e concrete attestazioni di condivisione”.

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