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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Il cambiamento delle relazioni tra i sessi e il riequilibrio di genere sono raccontati come minaccia per gli uomini ma possono essere un'occasione per ripensare il lavoro, la cultura e la vita

UNA PREMESSA

Il ricco confronto promosso da “Letture Lente” offre molti stimoli alla riflessione. Giungo a conoscerlo in ritardo. Un ritardo che è metafora del ritardo più generale con cui, come uomini, giungiamo ad affrontare la riflessione critica sulla costruzione di ruoli e modelli di genere, sulle relazioni di potere tra i sessi. Per troppo tempo questa riflessione, e questa pratica di cambiamento, è stata rubricata come “questione femminile” sia nel senso che riguarda la “condizione delle donne”, sia nel senso di questione di cui si occupano le donne e per questo aggiuntiva, a margine.

La critica radicale portata dal femminismo al nostro modo di vivere, di pensare e di costruire saperi e relazioni sociali ha una valenza generale: il pensiero delle donne (e non solo: le loro lotte, le loro pratiche sociali, le loro scelte di vita) non riguarda solo le donne.

Lo sguardo critico delle donne su un mondo costruito “al maschile” ha prodotto strumenti potenti per leggere la realtà, strumenti che oggi risultano ineludibili per leggere il presente e poter pensare un futuro fuori dal vicolo cieco in cui appare il nostro sistema di vita.

Come possiamo porci, come uomini, in relazione con questa realtà, con questo punto di vista? Troppo spesso la relazione maschile con il femminismo (quando non è di ostilità o di paternalistica sottovalutazione) assume la forma del tentativo di colonizzazione di un “campo teorico”.

Utilizzare in modo neutro questi strumenti, farne oggetto di contese teoriche significa in realtà non comprendere il primo fondamento di quel pensiero: la denuncia della falsa neutralità del soggetto che parla, la costruzione ideologica di un individuo astratto disincarnato, la denuncia di una teoria che non riconosce la parzialità del proprio punto di vista.

Assumere la riflessione e la pratica del femminismo e misurarsi con le domande che pone vuol dire, innanzitutto per un uomo, partire dalla propria parzialità, riconoscere la propria collocazione.

La mia è di un uomo eterosessuale che ha trovato sempre nella realizzazione pubblica una conferma ma che ha anche percepito ad un certo punto il peso di dover corrispondere a un’aspettativa sociale. Mi sono sentito gratificato per il mio ruolo sociale riconosciuto ma ho anche percepito dolorosamente come quel ruolo falsasse le mie relazioni e mi imponesse una maschera pubblica che, al tempo stesso, mi rappresentava e mi tradiva. Ho spesso sentito come falsa l’ostentazione di una mascolinità basata sull’ostentazione di conquiste e sicurezza, che si misura su chi mangia più piccante, chi è più indifferente a sentimenti, emozioni e relazioni, sempre in competizione o in quel cameratismo complice e al tempo stesso distante che contraddistingue la socialità degli spogliatoi o delle chiacchiere davanti ai distributori del caffè.

Allo stesso tempo mi sono profondamente riconosciuto nel modello maschile basato sul “realizzarsi nel mondo”, sull’avere missioni, obiettivi progetti che troppo spesso portano a perdere di vista la quotidianità, la cura delle relazioni per andare a riunioni sempre urgenti e decisive.

Sono vissuto in un mondo in cui cresceva e si affermava l’autorevolezza delle donne, in cui gli uomini che “alzavano la voce” nelle grandi cene di famiglia erano guardati con sufficienza e sopportazione. Il loro ruolo restava appigliato a un gesto violento ma appariva evidentemente un feticcio vuoto.

Ho visto la frustrazione maschile per questa autorevolezza delle donne e ho assistito alla “danza maschile” di simulazione del potere perduto, alle autocommiserazioni per i propri fallimenti attribuiti a madri ingombranti, donne invadenti, compagne opportuniste o egoiste. Ho percepito nettamente il rischio mortifero di essere risucchiato in quel vortice di frustrazione, rancore, incapacità di misurarsi con le proprie responsabilità, indisponibilità a guardare l’altra e mettere davvero in gioco se stessi.

Non è stata una scelta volontaristica, etica o “solidale” quella che mi ha portato a provare e mettere in discussione la “mascolinità egemone” che avevo conosciuto. È stato più un fastidio epidermico: la percezione di una miseria, una meschinità. L’impossibilità di considerare credibile un’ostentazione ora tronfia ora velenosamente paternalistica dell’essere maschi, la percezione del carattere infantile e un po’ ridicolo di quella perenne competizione, mista a gregarismo e sfida, tra uomini a “chi ce l’ha più lungo”. Che sia il curriculum accademico, professionale o politico.

E nella politica ho percepito come stridente la contraddizione tra la dichiarata critica al potere, alle gerarchie, al dominio e la ricerca del ruolo e della conquista, la riproduzione delle logiche escludenti di appartenenza e omologazione, la costruzione di “testuggini” contro gli scudi della polizia, la ricerca del gesto esemplare individuale, l’adrenalina per lo scontro, l’esaltazione per le cose “urlate”. Quella militarizzazione della politica, le sue gerarchie ferree e invisibili, il suo conformismo non consapevole, mi apparivano strettamente connesse con una “messa in scena maschile” che proprio quando enfatizzava la propria irriducibile alterità mostrava la propria subalternità. Questa subalternità l’ho poi rivista non solo nella politica “radicale” ma anche in quella presunta ragionevolezza che paternalisticamente liquida ogni critica dell’esistente e contrabbanda come razionale e necessaria la rassegnazione al “reale” che rinuncia a pensare il possibile. Per circa 30 anni abbiamo assistito alla lezione un po’ paternalistica di chi opponeva ai “sentimentalismi delle anime belle” la necessità e la razionalità degli interventi militari, l’illusione del controllo della tecnologia e le scientificità delle leggi dell’economia. Una razionalità infrantasi di fronte alla crisi economica globale e al fallimento delle avventure militari di cui il dramma afgano è solo l’ultimo esempio.

Da circa 30 anni sono impegnato in un’associazione di uomini attiva nel contrasto della violenza maschile e della cultura che la produce e la giustifica e dunque delle rappresentazioni stereotipate di ruoli e attitudini attribuite ai due generi. Proverò, dunque, a ripercorrere dal mio punto di vista, dalla mia collocazione di uomo le sollecitazioni emergenti dal dibattito.

IL DIBATTITO DI LETTURE LENTE

Al centro della discussione c’è una disparità di opportunità per donne e uomini in ruoli di responsabilità o in posizioni autorevoli nelle organizzazioni culturali. Nel decalogo si propone, giustamente, di tenere insieme due esigenze parzialmente in conflitto tra loro: il bisogno di concretezza, l’urgenza di individuare misure dirette alla riduzione delle disparità esistenti e la necessità di andare oltre le norme per affrontare questa disparità non solo sul piano delle regole ma innanzitutto su quello delle rappresentazioni: quelle “regole invisibili” che determinano esclusioni, mancati riconoscimenti e interdizioni.

Maria Paola Orlandini, parlando della violenza, ma potremmo riproporre la riflessione più in generale, osserva come questa sia “l’espressione di un’indomita resistenza culturale contro la quale a poco servono leggi, condanne, allontanamenti coatti. Serve piuttosto un radicale cambiamento culturale”.

Spesso sono i gesti quotidiani, le battute, le alzate di sopracciglia a mettere in discussione l’autorevolezza e il riconoscimento delle competenze di una donna nei nostri contesti lavorativi: dalla battuta più o meno volgare sulle ragioni di un nervosismo, alla sufficienza con cui si accolgono prese di posizione e reazioni: un uomo che alza la voce si fa valere, ma “cosa avrà da strillare” una donna che alza la voce? E quanti uomini in una seduta di laurea o alla presentazione di una propria ricerca si sono sentiti dire: “bello e bravo”? La donna, come ricorda Lorella Zanardo, è, nello stereotipo, “prevalentemente corpo; la donna è irrazionale ed emotiva; la donna punta tutto sul suo aspetto fisico e sulla sua disponibilità sessuale; la donna tende per natura a prendersi cura degli altri e ad evitare i conflitti”.

Ma, come osserva Orlandini, queste battute non sono esclusiva maschile. La cultura patriarcale è un “ordine simbolico” pervasivo, potente e radicato che coinvolge anche chi da questo è collocata in una condizione di oppressione e soggezione. Pierre Bourdieu [1] parla di “incorporazione” da parte dei soggetti oppressi di una cultura “egemonica” che plasma i loro desideri, la loro percezione di sé. Riconoscere questa potenza pervasiva dell’immaginario patriarcale non è una mera questione teorica ma ci aiuta ad evitare una “trappola” che spesso incontro negli scambi sulle difficoltà che incontrano le donne nelle organizzazioni, anche in relazione con altre donne. Quante volte abbiamo sentito dire che “le donne sono le prime a giudicare le altre e a condannarne ‘l’ambizione’ o il successo professionale” o che “d’altronde sono le madri che educano figli e figlie a riprodurre ruoli e modelli stereotipati”… insomma anche in questo caso “se la sono andata a cercare”. Judit Butler affronta queste argomentazioni retoriche osservando che “l’insistenza sull’affermazione che un soggetto è appassionatamente attaccato alla propria subordinazione è stata invocata cinicamente da coloro che cercano di ridimensionare le richieste dei subordinati”. Al contrario “l’attaccamento alla propria condizione è esso stesso un prodotto del potere. L’operato del potere è parzialmente esemplificato proprio da tale effetto psichico, uno dei più insidiosi tra le sue produzioni” [2]. Insomma: il dominio non consiste “semplicemente” nell’impedire qualcosa o nel negare diritti ma nel rendere impensabile di poter fare e di poter avere diritti, di pensarsi diversi (diverse) da come il dominio ci rappresenta.

Non basta dunque un impegno, necessario, a cambiare regole e norme, serve un cambiamento culturale che, in particolare, metta in discussione un sistema di valori che rappresenta in modo gerarchico il “maschile” e il “femminile”. In fondo la nostra percezione della realtà, la nostra costruzione della soggettività, i nostri modelli di conoscenza e autorevolezza etica si fondano su uno schema dicotomico e gerarchico: razionale-emotivo, mente-corpo, oggettivo-soggettivo, cultura-natura, attivo-passivo, …maschile-femminile.

Questo schema produce una gerarchia tra donne e uomini, tra attitudini “maschili” e femminili” ma finisce con l’imprigionare la stessa esperienza maschile in uno schema che ne nega la realtà: nessun essere umano è privo di corpo, di emozioni. Percepirsi estranei alla natura, non concedersi spazi per la passività o il fallimento, inseguire continuamente un mito di potenza, controllo e dominio razionale finisce con alienare la vita degli uomini, la loro sessualità, le loro relazioni, il rapporto con se stessi.

Ma come mettere in discussione quest’ordine?

LA TENTAZIONE DELL’AUTOVALORIZZAZIONE

Un rischio che intravedo è la tentazione di fare ricorso alle rappresentazioni stereotipate del femminile senza metterle in discussione ma semplicemente invertendone la rappresentazione di valore in una prospettiva di autovalorizzazione. La cultura misogina e patriarcale ha rappresentato delle presunte attitudini femminili come l’emotività, o l’oblatività come elementi che condannano il femminile a una collocazione ancillare e la competitività, l’approccio razionale, la determinazione a perseguire obiettivi come fondamenti della missione maschile di guida della società. Una possibilità, certamente fertile, è riconoscere che in una organizzazione complessa, in un’impresa, in un’istituzione le sole dimensioni della competizione individuale, della “dedizione” all’obiettivo non bastano senza la capacità di fare gruppo, di ascolto, mediazione. Non si tratta, dunque, semplicemente di “includere” nelle nostre organizzazioni le differenze, ma di rifondare il modo di essere delle nostre organizzazioni, le culture organizzative e i criteri di valutazione.

Marta Equi Pierazzini osserva che “fare impresa (culturale) può essere qualcosa ben lontano dall’idea muscolare e individualista dell’imprenditore coraggioso che tanta letteratura ha perpetuato” o dal “modello dell’artista totalmente perso e immerso nella sua ricerca e nel suo creare” cui si riferiscono Cristina Masturzo e Silvia Simoncelli, “ma piuttosto una creazione e coltivazione di un contesto”.

Ma questo richiamo, questa necessità di cambiare i nostri modelli di riferimento non interroga anche gli uomini? Il nostro modo di distinguere tra vita e lavoro, tra realizzazione individuale e valorizzazione delle relazioni, tra performance e corrispondenza a sé? Abbiamo costruito un modello basato sulla performance, sulla competizione, sull’emancipazione dal corpo e dalle emozioni, sull’emancipazione dalle relazioni, sul “bastare a se stessi” e sulla padronanza di sé e del proprio futuro. Abbiamo scoperto largamente che questa costruzione è una finzione, infranta dalla crisi economica, dalla fine del mondo del lavoro che avevamo conosciuto, dalla crisi della promessa della società delle “opportunità” e, non ultima, dalla stessa pandemia. Abbiamo scoperto la nostra vulnerabilità, la nostra interdipendenza e la nostra non onnipotenza. Ma come uomini non disponiamo degli strumenti e dei riferimenti simbolici per elaborare questa nuova condizione senza cadere nella frustrazione distruttiva e autodistruttiva.

Il cambiamento non può essere rappresentato come mero “dosaggio” di attitudini attribuite ai due generi: se per la donna che si fa valere nella professione l’immagine è di essere una con “gli attributi”, per un uomo rappresentare il cambiamento come femminilizzazione rischia di essere percepito come perdita di identità. Questo vale per quello che possiamo proporre a ragazze e ragazzi ma più in generale per le rappresentazioni del cambiamento che vengono veicolate dai media.

Valeria Ferrero richiama l’opportunità di valorizzare “la collaborazione, la condivisione, l’esercizio della delega, la fiducia, l’autorevolezza, l’intelligenza sociale ed emotiva, l’adattabilità e la creatività. Tutte caratteristiche molto femminili”. È una prospettiva che, appunto, parla anche agli uomini, ma è al tempo stesso rischioso restare nello schema che “sessualizza” queste attitudini senza riconoscere quanto siano frutto di una socializzazione ai modelli di genere che incanala capacità e competenze di uomini e donne.

Allo stesso modo quando vado nelle scuole vedo molte insegnanti lodare le ragazze per la loro capacità di ascolto, introspezione, accudimento e collaborazione e “rimproverare” i ragazzi (non di rado con un malcelato compiacimento per questa naturale esuberanza) per la loro propensione alla volgarità, alla superficialità e alla aggressività. Quel rimprovero e quella lode, in realtà, rischiano di riconfermare tutte e tutti nei ruoli loro assegnati socialmente.

Il ruolo della scuola è evidentemente decisivo per proporre a bambini e bambine, ragazzi e ragazze gli strumenti per elaborare criticamente i modelli e attitudini proposti come “naturali”, per pensare che l’appartenenza a un sesso non significhi un destino già scritto. Il discorso che possiamo proporre alle giovani donne tende a mostrare che le prospettive di realizzazione personale sono aperte, a incoraggiare il riconoscimento delle proprie potenzialità, ad allargare i propri desideri. Maria Paola Orlandini ricorda come proporre a giovani donne in formazione la storia di donne “esemplari” possa “rappresentare la prova concreta di come stereotipi e pregiudizi si combattono e si vincono” e di come si possano ampliare le proprie “frontiere professionali”. Allo stesso modo Barbara Berruti e Matteo D’Ambrosio osservano come “restituire alle donne un posto nella storia” metta al centro “le figure femminili, non solo per celebrarne i successi, ma per testimoniare l’importanza dei processi di trasformazione e cambiamento che proprio le donne hanno saputo attivare.

MA COSA POSSIAMO PROPORRE A UN RAGAZZINO COME ESEMPIO E PROSPETTIVA?

Questo riconoscimento del ruolo e dell’autorevolezza delle donne nella storia ha una fertilità anche per la formazione dei giovani maschi che scoprono di non trovarsi in una galleria abitata solo da maschi ma in un mondo più largo in cui è possibile, e arricchente per sé, incontrare la soggettività, il desiderio, l’intelligenza e l’autonomia delle donne.

Ma che esempio possiamo, invece, proporre a dei giovani maschi in formazione? Che diversa prospettiva possiamo proporgli? Possiamo incoraggiare in una ragazzina il desiderio di emulare Samantha Cristoforetti e diventare astronauta o farle conoscere il contributo decisivo e per troppo tempo trascurato di Rosalind Franklin nella scoperta della struttura del DNA. Possiamo incoraggiare le ragazze a intraprendere percorsi di studio e professionali tradizionalmente maschili, ad esempio, come propone Valeria Ferrero favorendone “l’accesso alle facoltà scientifiche, magari anche prevedendo per le ragazze l’azzeramento delle quote di iscrizione alle facoltà scientifiche per il primo anno”.

Anche in questo caso il percorso maschile è controverso perché non può basarsi su una “valorizzazione” della storia del proprio genere e sulla prospettazione di un futuro linearmente “espansivo” rispetto alla propria condizione attuale.

Un esempio interessante è il progetto boys in care a cui ho avuto l’opportunità di partecipare, finalizzato a incoraggiare i ragazzi a intraprendere percorsi di studio e professionali in settori come la pedagogia, tradizionalmente etichettati come femminili. Questo lavoro richiede, però, un generale ribaltamento simbolico e di valori che sia in grado di riconoscere il valore sociale e l’autorevolezza dell’impegno dell’educazione dei bambini.

Che figure proporre a un ragazzino per incoraggiare una sua formazione meno ingabbiata nei “destini di genere” già segnati?

Carola Carazzone rileva che “nel nostro Paese oggi ci sono – finalmente! – tanti modi di crescere una bambina, ma ancora troppo massicciamente un solo modo di crescere un maschio” e che invece è “impensabile affrontare un cambio di narrativa senza entrare nello specifico dell’immaginario maschile e degli stereotipi che ne limitano lo spazio di senso”. […] è come se al processo di decostruzione dei modelli tradizionali di genere mancassero i tasselli del mondo maschile e, di conseguenza, privassimo non solo i bambini ma anche le bambine di questa metà di immaginazione sociale”. E richiama la necessità di un contributo maschile in questo necessario lavoro di cambiamento di paradigma culturale di “contrasto sistematico della mascolinità tossica e, di promozione di nuovi modelli maschili”.

Il problema che abbiamo oggi di fronte è l’assenza di parole, immagini, riferimenti simbolici per poter rappresentare e dunque immaginare un cambiamento maschile possibile, per offrire a un ragazzo, o a un uomo, la possibilità di pensarsi in un ordine diverso. I riferimenti simbolici patriarcali mostrano le loro crepe e i loro esiti distruttivi ma stentano a emergere parole riconoscibili, condivise per raccontare un diverso modo di stare al mondo per gli uomini. Elena Giannini Belotti oltre trent’anni fa scriveva:

“Che cosa può trarre di positivo un maschio dalla arrogante presunzione di appartenere a una casta superiore soltanto perché è nato maschio?  La sua è una mutilazione altrettanto catastrofica di quella della bambina persuasa della sua inferiorità per il fatto stesso di appartenere al suo sesso. Il suo sviluppo come individuo ne viene deformato e la sua personalità impoverita, a scapito della loro vita in comune. Nessuno può dire quante energie vadano distrutte nel processo di immissione forzata dei bambini d’ambo i sessi negli schemi maschile-femminile così come sono concepiti dalla nostra cultura” [3].

Rendere visibile questa amputazione richiede un lavoro di scavo, di ricerca ma anche creativo.

Possiamo, ad esempio cercare nella storia e nella letteratura figure maschili che abbiano scelto di “scartare di lato” rispetto alla competizione per il potere, che abbiano scelto di vivere un’esistenza più fedele a se stessi? Per me fu illuminante leggere la Cassandra di Crista Wolf dire addio ad un Enea “condannato” a un destino di “fondatore di città”:

“Tu, Enea, non avesti scelta: dovevi strappare alla morte qualche centinaio d’uomini. Eri il loro capo. Ma presto, molto presto dovrai diventare un eroe. Sì! Hai esclamato. E allora? – vidi nei tuoi occhi che mi avevi compresa. Non posso amare un eroe. Non voglio vivere la tua trasformazione in monumento. … Dovevi andare lontano. Molto lontano, e non sapevi che cosa sarebbe accaduto. Io resto” [4].

La lettura di Wolf della figura di Cassandra ci propone un’idea diversa di rapporto col futuro di quella “attitudine profetica” delle donne, di cui parla Manna e che “le porta a pre-occuparsi del futuro”. Per la mia storia maschile il futuro è stato troppo spesso, un obbligo, una proiezione astratta che rimuoveva le relazioni presenti, che trasformava le vite in missioni eroiche, che distraeva dalle relazioni. Un essere sempre “altrove” seguendo priorità diverse da quelle legate alle relazioni, all’ascolto, al riconoscimento della propria interdipendenza. L’“io resto” di Cassandra/Wolf è un richiamo a restare “fedeli” e se stessi senza perdersi nella “missione” che la società ci impone.

ASSENZE E PRESENZE

Proprio questo essere sempre altrove, trascinati da urgenze, priorità, progetti, strategie riporta al tema della formazione e degli spazi della formazione. Non si tratta, infatti, di cambiare “solo” i contenuti che proponiamo a ragazze e ragazzi: le narrazioni proposte nei libri, nelle favole, nei giochi. Spesso le sole assenze e presenze rappresentano già un messaggio potente e possono modificare modelli, linguaggi e immaginario. Se Silvia Garambois racconta come la sua “invasione” dello spazio maschile della cronaca nera inducesse un cambiamento in un ambiente solidamente maschile (“Intanto, giù i piedi dalle scrivanie quando arrivavo, e poi funzionari e colleghi che abbandonavano d’incanto il linguaggio da caserma che fin lì si erano scambiati”), potremmo chiederci che messaggio implicito trasmettiamo a bambine e bambini che entrano in asili nido e scuole “materne” abitate quasi esclusivamente da educatrici donne e quale mutamento nel loro immaginario possa rappresentare l’ingresso in questi spazi di uomini che non sono “altrove” ma lì a prendersi cura di loro.

Allo stesso modo riconoscere valore sociale alla cura e promuovere l’esperienza maschile della cura è un potente strumento di cambiamento. Non si tratta soltanto di perseguire un riequilibrio dei carichi tra donne e uomini nella cura e dunque di “conciliarla” con l’impegno professionale femminile, ma di aprire anche spazi di cambiamento all’esperienza maschile.

Anche in questo caso la proposta che possiamo fare agli uomini non è un farsi carico del diritto delle donne a una realizzazione oltre la cura dei figli ma di scoprire e riconoscere questa dimensione per sé. Un’esperienza che spesso la spinta alla realizzazione professionale aveva marginalizzato e la corrispondenza al ruolo del “pater familias” o del “bread winner” aveva rattrappito nelle sue potenzialità affettive e di intimità. Scoprire la relazione con i propri figli e le proprie figlie come occasione per la pienezza della propria vita è scoprire, per gli uomini, che il cambiamento di ruoli e modelli stereotipati non è, come propongono le retoriche dominanti una minaccia o una rinuncia, ma al contrario un’opportunità.

Ma qui torna la necessità di proporre nuove narrazioni che si accompagnino a nuovi strumenti concreti e nuove regole. È il caso delle iniziative di attribuzione agli uomini di un congedo parentale per occuparsi delle necessità familiari e, più in generale, di un migliore bilanciamento tra generi nella cura delle incombenze. È possibile pensare una collocazione maschile nel cambiamento fuori dall’alternativa falsa tra vittimismo rancoroso e concessione paternalista di spazi alle donne? Proprio sul tema del lavoro di cura la pandemia ha permesso a molti uomini di “vedere” la dimensione privata della cura che era occultata dalla complementarietà dei ruoli. Abbiamo visto il lavoro invisibile che si svolge nelle case ma abbiamo potuto, come nel mio caso, scoprire lo spazio di relazione con i nostri figli appena nati. Uno spazio che la società relegava fino a poco tempo fa a tre giorni di congedo parentale. Il lockdown ha paradossalmente aperto uno spazio di relazione e presenza tra padri e figli/e. Questo desiderio di relazione con i propri figli non va, a mio parere lasciato alla recriminazione misogina di alcune associazioni che strumentalizzano il disagio di molti padri separati ma, al contrario va colto nella sua profondità e deve trovare una risposta proprio nella messa in discussione di ruoli stereotipati e complementari per donne e uomini. I due destini separati tra famiglia e carriera si rivelano una gabbia per tutte e tutti. Eppure ancora oggi, i timidi tentativi di innovazione normativa, come il prolungamento del congedo parentale per gli uomini citato nel “decalogo” viene liquidato da molti quotidiani come riduzione dei padri a “mammi”. Senza un cambiamento sul terreno simbolico anche questa novità non trova modo per dare senso alle vite degli uomini e ai loro desideri.

AZIONI POSITIVE

Al centro di questa riflessione, dunque, si pone il problema di come rappresentiamo e percepiamo il cambiamento, come lo nominiamo e dunque come riusciamo a riconoscerlo.

E troppo spesso il cambiamento viene raccontato come una fonte di frustrazione per gli uomini, una perdita di diritti, una minaccia alla loro identità. Il “Soffitto di cristallo” che ostacola la progressione professionale e pubblica delle donne viene rappresentato come il pavimento la cui incrinatura potrebbe far precipitare noi che per “diritto di natura” accediamo al piano alto. Le stesse “azioni positive” sono descritte dalle associazioni del revanscismo maschile come discriminatorie per gli uomini. L’esempio citato del Ministero della Cultura e della Democrazia svedese, che promuove le candidature femminili qualora siano a parità di curriculum con quelle dei colleghi maschi, richiama un caso molto significativo in Canada dove un ragazzo è divenuto un esempio citato dai movimenti maschili “per i diritti degli uomini” irrompendo nel Campus in cui non era stato ammesso e uccidendo decine di studentesse per denunciare la discriminazione subita. La correzione con regole esplicite di quelle regole invisibili che discriminavano le donne vengono così denunciate dalla crescente “reazione maschile” come nuove discriminazioni subite dagli uomini. E così la denuncia delle molestie sul lavoro lanciata dal movimento me too viene rappresentata come frutto di un pregiudizio anti maschile, come volontà di ingabbiare le relazioni, il corteggiamento e la seduzione in regole ipocrite e artificiose.

Queste reazioni maschili non vanno sottovalutate. Innanzitutto perché sono alla base di molti fenomeni politici più ampi di involuzione delle nostre società, ma anche perché rivelano un problema: quello di produrre una rappresentazione diversa del cambiamento. Un compito largamente a carico di chi fa cultura, formazione, intrattenimento, ma anche di ognuno e ognuna di noi.

Al centro di questa contesa c’è il nodo del potere che, come uomo credo non possa essere facilmente liquidato. Conosco bene e comprendo il richiamo di Pinzuti a coglierne il significato non esclusivamente di “dominio” ma di “poter fare”. Il potere è necessario per poter “agire il cambiamento”: Perché “senza potere non vi è nessuna possibilità di trasformazione”. Essere nel mondo, volerlo trasformare vuol dire anche volere la forza per poterlo fare, ma, come uomo, conosco la potenza seduttiva del potere e tendo a diffidare dalla affermazione di Yourcenar, citata da Eleonora Pinzuti, secondo cui ogni strumento “dipende da come lo si usa”. In realtà gli strumenti che utilizziamo non sono neutri, li usiamo ma ci agiscono.

Il potere è una forma di relazione, un linguaggio, una costruzione istituzionale che trasforma i soggetti e le relazioni. Non si tratta di affermare che il potere sia maschile e che le donne si contaminino nell’agirlo, come osserva giustamente Pinzuti, ma di riconoscere la storia di questa costruzione. Sempre Pinzuti si chiede “si può essere femministe e ambire al potere”? Lei stessa ci ricorda come siano stati i “queer studies, a cui il femminismo deve il concetto di performatività di genere, a decostruire il dualismo filosofico e argomentativo invitando a trovare soluzioni altre”: non c’è, dunque, un’essenza naturale del maschile connessa al potere. Ma c’è la sedimentazione di una storia che ha lasciato le sue tracce.

Per me la domanda è: il potere è costitutivamente un riferimento identitario del maschile? Come uomo so che il mio genere ha seguito per millenni una strategia per dare senso al proprio stare al mondo, per “competere” con le potenzialità generative e rigenerative femminili, basata sul potere. Potere come dominio, ma anche come controllo su di sé e sulla natura, come autosufficienza, come proiezione nella storia fuori di sé, come missione che tradisce la nostra singolarità, come ruolo, magari protettivo che occulta la nostra interdipendenza.

Dopo millenni ci accorgiamo che questa strategia si è rivelata un vicolo cieco che produce non solo violenza sull’altra e sulla natura che ci circonda, ma produce una miseria nelle nostre vite. Sta anche a noi trovare un riferimento di senso fuori dall’immaginario del potere.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] P. Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano, 1998

[2] Judit Butler La vita psichica del potere Meltemi editore Roma, 2005

[3] E. Giannini Belotti “Dalla parte delle bambine”

[4] Christa Wolf, Cassandra, perché volli a tutti i costi il dono della veggenza?, Roma, Edizioni e/o, 1986, pp. 152-153.

 

Stefano Ciccone ha fondato Maschile Plurale: una rete di uomini impegnati contro la violenza maschile verso le donne e contro gli stereotipi di genere. Ha una laurea in biologia e un dottorato in sociologia. Ha progettato e poi coordinato il Parco scientifico Romano e il suo incubatore di imprese basate sulla conoscenza. È stato esperto valutatore nazionale delle attività di innovazione e rapporto con i cittadini degli atenei e coordinato molti progetti europei nel campo dell’innovazione. Nel 2019 ha pubblicato il volume “Maschi in crisi? Oltre la frustrazione e il rancore”. È autore di numerosi articoli e contributi in volumi corali sui temi della costruzione sociale dei ruoli e dei modelli di genere e della violenza verso le donne.

ABSTRACT

Overcoming the inequalities of power and opportunities between women and men in professions, work and culture is not a question that concerns women but it calls into question our way of thinking about work, our systems of recognition of authority and our same idea of subjectivity. The model of neutral citizen, self-possessed, author of linearly rational choices, self-sufficient has entered into crisis by showing its abstractness and unsustainability, even for men. Due to the crisis of this model, we have not yet been able to produce a new enhancement of relationships, interdependence, integration between corporeality, emotions and rationality. As men we cannot limit ourselves to “granting” more or less paternalistically “spaces and rights” to women, much less take the impasse of victimhood and resentment that characterize many male attitudes. Media rhetoric, clichés often even expert knowledge represent the change in the relations between the sexes and in gender models as a threat to the identity of men. The dominant image is of depressed, confused men, unable to give themselves a new rule in relationships with women. It is necessary to produce new words to describe the place of men in change and above all to think of men as actors of this change. Power has been at the center of the relationship of men with the world, with women and with themselves, today this power is not only destructive and a source of violence and oppression but is incapable of giving an answer to the questions of meaning of men.

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