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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
A partire dal dibattito che riguarda il riequilibrio fra uomini e donne, sarebbe auspicabile abbracciare una prospettiva più ampia, riconoscendo molteplici sfumature di genere

Credo che per costruire un futuro più equo sotto il profilo della diversità di genere e sessuale sia necessario superare il binarismo e l’eteronormatività [1] che dominano il dibattito pubblico e culturale attorno a questi temi. Pur riconoscendo l’importanza del riequilibrio di genere fra uomini e donne, il mio sguardo è rivolto alle molteplici espressioni di genere, così come alla sessualità, intesa come dimensione inscindibile rispetto al genere e qui interpretata nella sua caratteristica di fluidità, anziché di orientamento schematico e definitivo.

Per argomentare il mio contributo al dibattito curato da Flavia Barca e promosso da Letture Lente sul riequilibro di genere nei settori artistici e culturali vorrei riprendere un passaggio della sociologa del diritto Tamar Pitch:

… non esistono “le donne” e “gli uomini”, esistono donne (e uomini) ricche e povere, bianche, nere, gialle, verdi, giovani e vecchie, e via dicendo [2].

In questo scritto di carattere giuridico pubblicato per contrastare le opposizioni mosse da alcune femministe al Ddl Zan [3], l’autrice sottolinea che ‘le donne’ in quanto gruppo sociale omogeneo non esistono. La prospettiva di genere è certamente importante per comprendere e contrastare i processi di esclusione, ma non è la sola a definire gli aspetti identitari di una persona. Fattori come la religione, l’età, l’estrazione sociale e la scolarità influiscono in questo processo, sommando i possibili meccanismi di oppressione e determinando sfide specifiche. Il genere femminile può quindi fungere come massimo comune denominatore per spiegare alcuni divari, ma non in maniera esaustiva. Se prendiamo in considerazione lo scenario italiano attuale è chiaro che essere una donna trans, piuttosto che immigrata e musulmana, o giovane madre e single può ispessire e aggravare le barriere da superare.

In aggiunta, così come scaturito dal dibattito degli studi di genere degli ultimi vent’anni [4], è utile riconoscere che le identità e le espressioni di genere possono esprimersi in un ventaglio di sfumature molto più ampio di donna e uomo. Paesi come Germania, Paesi Bassi e Danimarca riconoscono il segno X sui documenti di identità per le persone non binarie. In tempi diversi e in modalità differenti molteplici civiltà in tutto il mondo hanno rappresentato e riconoscono tutt’ora identità di genere terze che non possono essere spiegate mediante il costrutto culturale di uomo o donna. In poche parole, una lente di genere binaria, seppur statisticamente rilevante, non è né etica né corretta per approcciare il dibattito contemporaneo che riguarda il genere.

Valorizzando i presupposti teorici degli studi di genere e delle teorie queer [5], sarebbe auspicabile un’evoluzione di rotta e abbracciare una prospettiva più ampia a partire dal dibattito che riguarda le dinamiche di privilegio degli uomini rispetto alle donne. Occorrerebbe riconoscere molteplici sfumature di genere, così da poter cogliere la collettività in tutte le sue diversità e poi considerarle nel quadro più ampio dei fattori identitari di un individuo, seguendo un approccio intersezionale [6]. Si tratterebbe di un orientamento anche in linea con i femminismi contemporanei, che diversamente dagli anni ’70 non considerano più unicamente il tema delle donne.

Molte istituzioni culturali nel mondo si stanno muovendo in queste direzioni. Nel 2015 nei Paesi Bassi è stato costituito il network Queering the collections che riunisce musei, biblioteche e archivi nella ricerca e messa in valore delle connessioni fra patrimonio, diversità di genere e sessualità. La politica del Van Abbemuseum è esemplificativa poiché dallo sviluppo di strumenti interpretativi, all’organizzazione di residenze per artisti, eventi e gruppi di lettura, fa dell’agenda LGBTQ+ una priorità nella sua visione di accessibilità.

Nel Regno Unito le istituzioni che da anni si impegnano su questi temi sono numerose. Le mostre organizzate dalla Tate Queer is here (2006) e dal Birmingham Museum and Art Gallery Queering the museum (2010) sono diventate iconiche. La prima consisteva in una rassegna sui precedenti 40’ anni di storia LGBTQ+, la seconda era una reinterpretazione della collezione permanente del museo a cura dell’artista contemporaneo Matt Smith, che insieme a Richard Sandell ha posto le prime pietre per lo sviluppo di questo dibattito. Nel Regno Unito, l’Università di Leicester ha un filone di ricerca interamente dedicato al rapporto fra musei e diritti umani LGBTQ+, dove la riflessione teorica si intreccia allo sviluppo di molte pratiche. Nell’ambito di questa tipologia di collaborazioni che mettono profondamente in discussione il ruolo della cultura, la dimora storica di Kingston Lacy, di proprietà del National Trust, si distingue per aver rotto gli schemi narrativi prevalenti nei contesti storico artistici e aver dato visibilità alla storia di un suo proprietario omosessuale nel quadro più ampio del dibattito LGBTQ+. Quest’azione capovolge gli schemi di potere prevalenti nell’attribuzione di valore ai contenuti che spesso privilegia narrazioni disciplinari.

L’elenco di istituzioni culturali che fanno della LGBTQ+ equality un valore è molto lungo e attraversa diversi continenti. Anche la letteratura scientifica su questi temi si è arricchita notevolmente [7].

Se a livello operativo quest’impegno prende spesso la forma di una nuova narrativa, è utile ricordare che qualsiasi ‘didascalia’ è lo specchio di un approccio gestionale. Un museo diventa queer quando questa visione permea tutti i livelli della macchina organizzativa, dall’accoglienza alla leadership, mettendo soprattutto in discussione gli schemi di potere. Il sito del Victoria and Albert Museum, dove ciclicamente un gruppo di volontari offre dei tour della collezione in chiave LGBTQ+, da’ una visione di quest’ampiezza. Per iniziare a ragionare sulle possibili interpretazioni di questi approcci nel contesto italiano, dove evidentemente la legislazione e l’accettazione sociale dei temi LGBTQ+ non sono le stesse del Regno Unito e dei Paesi Bassi, è utile considerare che anche nei contesti apparentemente all’avanguardia il cambiamento viene spesso attivato dal basso anziché dai vertici. Occorre quindi sapere costruire alleanze dentro e fuori dalle istituzioni.

Da dove partire?

I dati restituiti dall’ILGA (Associazione Internazionale Lesbiche e Gay) sulla promozione dei diritti LGBTI in Europa ci mostrano una fotografia impietosa sul posizionamento dell’Italia [8].

Credo che l’alleato perfetto di questo ritardo socio-culturale sia il silenzio delle istituzioni culturali. Se riconosciamo che oggi in Italia la sfida maggiore sia la mancanza di consapevolezza, di educazione e di cultura sulla diversità di genere e sessuale, allora è evidente che considerare questi argomenti come secondari rispetto alle priorità di un’istituzione culturale è una follia. Specialmente se ascoltiamo le difficoltà con cui asili e scuole, quindi contesti con un ruolo formativo consolidato, si confrontano quotidianamente per educare al genere e alla sessualità.

Musei, biblioteche e archivi devono diventare gli alleati di una rivoluzione culturale necessaria. In questo processo trasformativo di formazione la scuola da sola non può farcela. Servono soggetti capaci di fornire sostegno a partire da un patrimonio culturale di riferimenti molto ampio. Molte collezioni di carattere storico, antropologico, letterario e artistico possono diventare materia prima per educare gli adulti, insieme alle nuove generazioni, sulla diversità che denota la sfera dell’affettività e del corpo sin dall’alba dei tempi. Inoltre, a ben guardare, in Italia esistono anche molti potenziali alleati nel vasto e variegato mondo della produzione culturale. Pensiamo al cinema indipendente, ai festival di cortometraggi, alla performance, alla letteratura (anche per l’infanzia), alla poesia e alle arti visive… La diversità di genere e sessuale fa ampiamente parte della produzione culturale italiana. Il problema è che viene poco rappresentata nelle istituzioni, università incluse. Nella ricognizione del prestigio e dell’attendibilità che queste istituzioni rappresentano nell’opinione pubblica, diversamente dai media, risiede la ragione profonda di una loro presa di responsabilità forte e urgente.

Possiamo certamente dire che gli esempi a cui ispirarsi non mancano. Seguendo approcci che dipendono dal contesto, diverse istituzioni culturali nel modo hanno scelto di impegnarsi per i diritti umani dando visibilità a nuove voci e punti di vista. Il British Museum ha un’offerta educativa permanente per scuole e insegnanti su educazione sessuale e affettiva.

Cosa manca?

La volontà e la capacità di mettere in discussione ruoli e abitudini consolidate. Serve più ascolto trasversale della società e meno storytelling. Bisogna partire dalla consapevolezza di avere un ruolo prominente nel difendere e costruire una cittadinanza democratica e inclusiva. Se pensate che alcune istituzioni non abbiano alcuna connessione con la sessualità e il genere, allora provate a considerare le domande che ponete al patrimonio. Perché quella donna viene raffigurata nuda? Perché due uomini che si baciano vengono dipinti nel soffitto di una camera da letto? Com’è cambiato il ruolo del matrimonio nel tempo? Spazi e collezioni parlano soprattutto attraverso ciò che non viene – ancora – narrato. La sfida avvincente sta nel cambiamento di prospettiva interpretativa, che si sostiene attraverso la ricerca cross-disciplinare sul patrimonio e la volontà di metterlo in connessione con il presente.

La società liquida contemporanea richiede un cambiamento paradigmatico e trasversale a molte istituzioni culturali. Fortunatamente la pandemia ha evidenziato che pure delle macchine organizzative apparentemente lente come i musei possono trasformarsi in tempi brevi, a patto che le nuove sfide vengano percepite come delle priorità.

Le istituzioni culturali devono necessariamente proiettarsi nel futuro, senza sottrarsi dalla responsabilità di agire tempestivamente sulle questioni urgenti del presente. In un’Italia che stenta a promuovere un primo disegno di legge che si propone di contrastare la violenza e i crimini d’odio nei confronti di donne, disabili e persone LGBTQ+, il momento di agire è ora. L’impegno del mondo della cultura su questi temi costituisce le premesse per una rivoluzione necessaria.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Termine che descrive l’idea che l’eterosessualità sia l’unico orientamento sessuale possibile e/o quello più corretto.

[2] https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2021/05/06/sul-disegno-di-legge-zan/

[3] Disegno di legge presentato da Alessandro Zan che si propone di contrastare la violenza e i crimini d’odio verso persone omosessuali, transessuali, bisessuali, donne e disabili.

[4] Sally Hines, Is Gender Fluid? A primer for the 21st century, Thomas & Hudson, 2018.

[5] Nikky Sullivan, A Critical Introduction to Queer Theory. New York University Presse: Washington and New York, 2003.

[6] Ange-Marie Hancock, Intersectionality: An Intellectual History. Oxford University Press, 2016.

[7] Cfr. Richard Sandell, Museums, Moralities and Human Rights, Routledge, 2017; Sullivan N. & Middleton C., Queering the Museum. Routledge, 2019; Joshua Adair e Amy Levin (a cura di), Museums, Sexuality, and Gender Activism. Routledge, 2019; Nicole Moolhuijsen e Viviana Gravano (a cura di), + Fluid Heritage, Roots-Routes Research on Visual Culture, Vol. 34, 2020.

[8] Per visionare il report del 2021: https://ilga-europe.org/annualreview/2021

 

Nicole Moolhuijsen è ricercatrice presso il Dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e collaboratrice presso lo studio di allestimenti We Exhibit. Si occupa di accessibilità, interpretazione e sviluppo strategico nei musei. Nel 2019 è stata Research Fellow presso IHLIA LGBT Heritage nei Paesi Bassi, dove ha indagato pratiche attiviste e queer nei musei. La sua ricerca internazionale l’ha portata nel Regno Unito, dove nel 2021 inizia un dottorato presso la University of Leicester sul rapporto fra musei, diritti umani e diversità di genere e sessuale. Nel 2019 ha co-curato il numero + Fluid Heritage per Roots-Routes ed è co-autrice del volume Senza Titolo. Le metafore della didascalia (Nomos Editore, 2020). È membro del Board della Commissione internazionale ICOM per i musei d’arte (ICFA).

ABSTRACT

The article discusses the topic of the call for papers, namely the role of cultural institutions and creativity in contributing to gender equity, from the perspective of queer theories, intersectionality and museum activism. It is argued that in order to create a fairer world, institutions should recognise and valorise the multiple shades and expressions of gender and sexuality beyond the binaries. The article offers practical examples of museums that have worked on gender and sexual diversities, unveiling marginalised histories and addressing contemporary ethical challenges and stereotypes. In relation to the Italian scenario the following paradox is highlighted and discussed: whilst horizontal cultural productions make many references to queerness and LGBTI topics, these contents remain largely invisible (at least explicitly) in institutional spaces. The article is a call of action for museums, universities and cultural centres in Italy to play a proactive role to ongoing political debates to address human rights denials.

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