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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Poca partecipazione al mercato del lavoro vuole dire poca integrazione economica e culturale

FATTI

Gli immigrati sono poco integrati nei mercati del lavoro dei paesi di destinazione e in tutti i paesi europei gli stranieri, in particolare gli stranieri provenienti da paesi non comunitari (extra EU), sono più disoccupati e hanno salari più bassi dei nazionali con le stesse caratteristiche.

Le donne straniere sono in media ancora meno integrate nel mercato del lavoro. Se le lavoratrici nazionali hanno in media in Europa un tasso di occupazione del 70%, quello delle straniere da paesi terzi varia tra il 50-60%, ma se guardiamo più da vicino il loro posizionamento nel mercato del lavoro troviamo nel decile più basso della distribuzione dei redditi il 10% delle donne nazionali mentre il 30-40% [1] delle straniere da paesi extra EU. Ma ciò che sorprende ancora di più è che la loro partecipazione al mercato del lavoro è in genere inferiore alle nazionali e poca partecipazione al mercato del lavoro vuole dire poca integrazione economica e culturale [2].

PERCHÉ CIÒ ACCADE?

La ricerca empirica mostra che, oltre al titolo di studio, la distanza linguistica svolge un ruolo molto importante, specialmente in Italia dove l’eterogeneità degli immigrati presenta gruppi più vicini linguisticamente agli italiani, come per esempio i Rumeni, e gruppi più lontani, i Marocchini, i Cinesi etc. Il salario si avvicina a quello dei nazionali tanto più è bassa la distanza linguistica.

Il secondo elemento da considerare è la segmentazione del mercato del lavoro. Data la poca conoscenza linguistica, gli stranieri entrano in settori con limitata possibilità di carriera, dove anche i nazionali, che lavorano in quel segmento del mercato del lavoro, hanno lo stesso profilo salariale [3]. I nazionali hanno però più possibilità di uscire da tali settori, come anche gli stranieri con minor distanza linguistica che possono raggiungere il profilo salariale dei nazionali con simili caratteristiche.

Ma qui ci riferiamo solo alla conoscenza della lingua del paese di destinazione?

I dati utilizzati per misurare la distanza linguistica (indice di Adsera, A., Pytlikova M. ,2015) [4] nelle analisi empiriche sono fortemente correlati con la distanza culturale (indice di Hofstede G, 2001[5]).

È forse la distanza culturale che impedisce agli stranieri di accedere ad occupazioni diverse? O esistono fattori di discriminazione? Sicuramente casi di discriminazione esistono ma è molto difficile misurarli a livello aggregato perché non abbiamo dati accurati e dettagliati sulle abilità delle persone. Abbiamo il titolo di studio ma la sua trasformazione in performance produttiva nel mercato del lavoro è molto eterogenea e la varianza molto elevata anche tra i titoli di studio dei lavoratori nazionali.

Nell’economia del lavoro si specifica che l’”employability” è composta da “hard skills” e da “soft skills”. Gli hard skills si possono insegnare in modo diretto – ci sono le scuole professionalizzanti – ma i soft skills sono più difficili da insegnare, fanno parte della cultura del paese. Cosa si può dire, come si può dire o chiedere, come interpretare le risposte sono codici che fanno tutti riferimento alla dimensione culturale, diversa tra paesi ed aree del territorio.

Una delle spiegazioni per cui la permanenza nel paese di destinazione ha un effetto positivo sull’integrazione nel mercato del lavoro degli stranieri fa riferimento diretto all’integrazione culturale che avviene gradualmente e lentamente restando nel paese di destinazione e che permette di “vendere” nel mercato del lavoro le hard skills.

COSA SI PUÒ FARE?

In Svezia la Ministra dell’integrazione ha spiegato, durante un dibattito al CEPS del 2019, che anche le donne rifugiate dopo poco tempo vengono fatte transitare nel mercato del lavoro e non importa se non sono molto produttive e non sanno benissimo la lingua, perché devono abituarsi al fatto che in Svezia le donne lavorano. L’integrazione economica diventa, quindi, uno strumento di integrazione culturale. Ma la relazione è veramente cosi?

Sicuramente non si è data sufficiente attenzione alla dimensione culturale dell’integrazione e non sono stati attivati percorsi di avvicinamento che possono accrescere rapidamente ed efficacemente la conoscenza della cultura prevalente nel paese di destinazione, creando le soft skill necessarie per una piena realizzazione nel mercato del lavoro. La partecipazione ad attività culturali (coro, teatro, museo etc.) ha mostrato di essere un efficace acceleratore nella creazione degli skills necessari per una piena performance nel mercato del lavoro. Essi accrescono l’autostima, l’autoefficacia, la capacità di relazionarsi con gli altri, per citare i risultati più importanti, caratteristiche del capitale umano individuale che i gestori delle risorse umane utilizzano e valutano durante la selezione del personale [6].

Il consumo di beni culturali è generalmente studiato come consumo di tempo libero, “leasure”, che ha due vincoli: quello di tempo e quello di bilancio. Spesso i beni culturali vengono considerati beni di “lusso”, beni esclusivi a cui gli stranieri non accedono perché non hanno il capitale umano ed il reddito necessario. In questo caso, invece, noi consideriamo il consumo di beni culturali come un investimento in capitale umano o meglio capitale culturale che aiuta a costruire le soft skills preziose nella selezione del mercato del lavoro. L’integrazione culturale diventa quindi strumentale all’integrazione economica ed i programmi di integrazione degli stranieri, specialmente dei più vulnerabili, dovrebbero includere la partecipazione ad attività culturali prioritariamente, in quanto acceleratori dell’integrazione culturale. Le soft skills sono difficili da insegnare in modo tradizionale e, in genere, ci vuole molto tempo, mentre la partecipazione ad attività culturali, creando e producendo emozione, funziona da acceleratore e si è mostrata molto efficace sia con i lavoratori nazionali che stranieri [7].

Questi progetti saranno molto preziosi anche per un gruppo di donne di cui si parla pochissimo, le donne ricongiunte ai mariti immigrati. I ricongiungimenti familiari sono il canale di accesso più importante numericamente (50% almeno dei flussi di ingresso e 60% dello stock di stranieri) e stabile in tutti i paesi europei ed in particolare in Italia. Le donne ricongiunte hanno il più basso tasso di occupazione nel mercato del lavoro ed in generale di integrazione; spesso sono accompagnate dai familiari quando escono di casa. Il progetto Petrarca della Regione Piemonte ha insegnato la lingua italiana a donne che erano a Torino da più di 10 anni e non la conoscevano. Questo gruppo è particolarmente significativo perché in generale sono madri che si occupano esclusivamente dei figli, per cui contribuiscono a formare la cultura della nuova generazione di cittadini italiani di origine straniera. È molto importante raggiungerle con progetti mirati ad aumentare la loro conoscenza linguistica e soprattutto culturale, evitando la creazione di “enclave” estranee alla cultura del paese di destinazione e cercando di contribuire a creare dei profili professionali che permettano loro anche un accesso futuro al mercato del lavoro.

Il seminario COCUMINT Consumption of Cultural Goods as driver of Migrants Integration della Chair Jean Monnet in European Migration Studies dell’Universita’ di Torino [8] presenta una serie di lectures di libero accesso su questo tema, con approcci diversi secondo la specializzazione degli speakers (antropologi, sociologi, economisti, artisti (quest’anno Pistoletto ed il Terzo Paradiso) etc.) e continuerà l’anno prossimo, proprio per creare un bagaglio teorico interdisciplinare su questo tema. Esso arricchisce il “Nuovo Decalogo di genere per le industrie culturali e creative”, dove già si insiste sulla necessità di combattere gli stereotipi, l’importanza della lingua, e soprattutto su un nuovo progetto pedagogico dove solo con l’impegno e l’evoluzione del ruolo delle donne si può creare una rinascita della comunità. Questa dimensione diventa ancora più importante nel caso delle donne straniere che sono più in difficoltà delle donne nazionali proprio per la distanza culturale e trasferiscono questa distanza ai membri della loro comunità, rallentando la comunicazione interetnica da cui dipende l’integrazione loro e dei loro familiari.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Dati EUROSTAT Labour force survey

[2] MEDAM Assessment report 2017, on asylum and migration policies in Europe: sharing responsibility for refugees and expanding legal immigration, Eurostat Labour force data.

[3] 2018 Strom S., Piazzalunga D., Venturini A., Villosio C., Wage assimilation of immigrants and internal migrants: the role of linguistic distance., Regional Studies, 1423-1434, http://dx.doi.org/10.1080/00343404.2017.1395003; published volume 52 Venturini A., Villosio C., 2017, Are migrants an asset in recession? Insights from Italy, JEMS, pp.1-18, Integration in times of crisis. Migrant inclusion in Southern European societies: trends and theoretical implications (eds) C. Finotelli and I. Ponzo http://dx.doi.org/10.1080/1369183X.2017.1345992

[4] Adsera, A., Pytlikova M. (2015). “The role of language in shaping international migration.” The Economic Journal 125.586: F49-F81

[5] Hofstede G (2001) Culture's consequences: comparing values, behaviors, institutions, and organi- zations across nations, 2nd edn. Sage, London

[6] Vedi qualsiasi manuale di gestione delle risorse umane

[7] Riferimento Mosso e Ricci

[8] http://www.europeanmigrationstudiescjm.unito.it/content/seminar-cultural-consumption-driver-migrant-integration-cocumint

YouTube lectures https://www.youtube.com/channel/UCII92sXCPEgOzIRaXeJ0CmQ/playlists

 

Alessandra Venturini è Professore Ordinario all’Università di Torino dove ha la Jean Monnet Chair in European Migration Studies e dove ha creato un Diploma Interdisciplinare in Migration Studies.

ABSTRACT

Migrants, especially women, are poorly integrated into the labour market of host countries. Empirical research shows that linguistic diversity plays a relevant role in the integration processes. To this extent, the consumption of cultural goods and the involvement in cultural projects dedicated to improve the language skills and cultural knowledge of participants represent important drivers of migrants’ integration.

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