C’è un momento, lungo un fiume, in cui si comprende che l’acqua che scorre verso valle è già passata; quella che scende dall’alto, invece, porta con sé possibilità, rischi e trasformazioni. Se il presente è il punto in cui ci immergiamo, allora il tempo che conta non è quello che si allontana, ma quello che ancora deve arrivare: «Il passato è a valle, il futuro a monte» (Cognetti, 2016).
È da questa consapevolezza che si può leggere il lavoro della Fondazione Edoardo Garrone, che da oltre dieci anni guarda all’Appennino non come margine del Paese, ma come cantiere del possibile.
L’intuizione risale agli anni Novanta, quando Riccardo Garrone intravede nelle aree interne un potenziale inespresso. La Fondazione nasce nel 2004 con lo scopo primario di promuovere sviluppo sociale, economico e culturale; è però nel 2013, nel pieno delle conseguenze della crisi finanziaria del 2008, in un momento in cui il dibattito pubblico è dominato dall’innovazione metropolitana e digitale, che sceglie di investire sulla montagna, sull’economia reale, su filiere produttive radicate nei territori.
Negli ultimi anni, anche la letteratura scientifica ha progressivamente abbandonato una concezione placeless dell’imprenditorialità, riconoscendo il luogo non più come vincolo ma come risorsa generativa di significati, capitale relazionale e opportunità di innovazione (Müller & Korsgaard, 2018; Slawinski et al., 2022) e Progetto Appennino, attivo dal 2014 lungo l’intera dorsale appenninica con i Campus ReStartApp, mette al centro l’imprenditorialità giovanile come leva di rigenerazione territoriale attraverso un sistema integrato di interventi, riconoscendo che i cambiamenti nei modelli di produzione, consumo e vita quotidiana possono trovare proprio nelle aree interne uno spazio privilegiato di sperimentazione.
Dal 2021 Progetto Appennino evolve con un modello itinerante: ogni anno il programma si concentra su un territorio diverso, selezionato attraverso una specifica Call; dal 2021 al 2025 le regioni interessate sono state Marche, Campania, Liguria, Abruzzo e Molise.
L’iniziativa si articola su tre assi portanti: ReStartApp, Vitamine in Azienda e Imprese in Rete.
ReStartApp, il campus residenziale gratuito per 15 aspiranti imprenditori under 40, è il primo passo. Dieci settimane intensive in cui si costruisce un business plan, si acquisiscono competenze tecniche, si impara a integrare dimensioni economiche, ambientali e sociali in un progetto di impresa; in palio tre premi a fondo perduto. Eppure, il cuore del metodo non sta nell’erogazione. La differenza, come sottolinea Francesca Campora − direttrice generale della Fondazione Garrone dal 2013 e vicepresidente vicaria di Assifero (Associazione Italiana Fondazioni ed Enti Filantropici) − è nell’accompagnamento.
Consapevoli che un finanziamento iniziale non sia sufficiente a garantire la sostenibilità nel tempo, la Fondazione adotta una prospettiva di lungo periodo, fondata su un accompagnamento continuo e strutturato. Per questo, accanto all’incubazione, si sviluppano nel contesto di Progetto Appennino altri progetti gratuiti come Vitamine in Azienda — percorso personalizzato di consulenza e coaching rivolto a un massimo di 15 imprese locali già attive — e Imprese in Rete, che sostiene la nascita e il rafforzamento di reti collaborative tra imprese appenniniche. Negli ultimi anni, molte imprese nate dai campus sono diventate mentor delle nuove edizioni, contribuendo a costruire una comunità imprenditoriale che cresce e condivide competenze, contatti e responsabilità.
Le imprese appenniniche che nascono o si rafforzano grazie a questo percorso hanno caratteristiche ricorrenti: una relazione forte con le vocazioni locali, una dimensione necessariamente contenuta, che diventa valore e non limite, e un’attenzione al tessuto sociale, alla comunità e ai suoi bisogni fin dalla stesura del business plan. Non si tratta di crescita illimitata, ma di economie di raggio ridotto e soppesato, sostenibili e generative. Imprese che non estraggono risorse dal territorio, ma vi si radicano, contribuendo alla coesione sociale e al presidio culturale e imprenditoriale.
È qui che emerge la cifra più interessante del lavoro della Fondazione: la capacità di coltivare un ecosistema.
In questo senso, imprenditorialità e welfare non sono mondi separati. L’impresa nelle aree interne è già infrastruttura sociale. Mantiene servizi, crea relazioni, contrasta lo spopolamento, alimenta la cultura della responsabilità condivisa tra chi produce e chi consuma. È una forma di welfare territoriale.
Non è un caso che, accanto all’impegno per l’Appennino, la Fondazione investa con decisione nella scuola e nel welfare culturale, con progetti come Lo Spettacolo siamo noi! [1], Tra le righe [2] e Arcipelago lettori [3], avviato nel 2025. È però con AppenninoLAB che la Fondazione accompagna sei classi di sei istituti genovesi in un percorso esperienziale dedicato alla valorizzazione del territorio appenninico alla scoperta delle aree interne della regione ligure, costruendo ponti tra città e montagna attraverso la progettazione di strumenti di valorizzazione turistica del territorio.
Dalla scuola all’impresa, dall’idea alla rete, si disegna così una filiera coerente: formare consapevolezza territoriale, accompagnare la nascita di nuove iniziative economiche, rafforzare quelle esistenti e metterle in relazione, costruendo nel tempo un ecosistema che rafforzi la tenuta economica e sociale delle aree interne.
Cultura, impresa, educazione: non come segmenti distinti, bensì come parti di una stessa visione.
A sostenere questa impostazione c’è un metodo rigoroso. La Fondazione, come emerge dal bilancio sociale 2024 (Fondazione Edoardo Garrone, 2024), coinvolge stakeholder attraverso focus group e questionari, sviluppa analisi di materialità, investe in sistemi di monitoraggio. La valutazione non è un adempimento formale, ma uno strumento di apprendimento strategico.
L’investimento longitudinale di Progetto Appennino si misura non solo nella continuità del programma dal 2014 e nei circa 6 milioni di euro stanziati in undici anni, ma anche nei risultati maturati nel tempo: 163 giovani formati in 639 giornate di formazione, oltre 100 realtà accompagnate in percorsi di accelerazione e un tasso di tenuta intorno al 40% per le startup nate dai Campus, dato superiore alla media europea del 10% (Struber, 2020; StartUp Genome, 2021 citati in Fondazione Edoardo Garrone, 2024, p. 16). A questo si aggiunge la costruzione di reti territoriali che proseguono oltre la durata formale dei progetti, grazie alla comunità alumni e ai percorsi di Imprese in Rete.
La quinta edizione di Progetto Appennino si è svolta nel 2025 in Appennino molisano, a Castel del Giudice, in collaborazione con il Comune, vincitore della Linea A del Bando Borghi PNRR, e con un partenariato territoriale che coinvolge, tra gli altri, GAL Alto Molise, Provincia di Isernia, Confcooperative Molise, Legacoop Molise, CIA – Agricoltori Italiani Molise e l’Università degli Studi del Molise. Dal 2026 il passaggio a un modello biennale — con due anni consecutivi sullo stesso territorio — intende rafforzare ulteriormente questa sedimentazione locale: raddoppierà tempo e risorse dedicate a ciascun territorio, estendendo la fase di mappatura dei bisogni locali e rafforzando la co-progettazione di interventi specifici accanto ai percorsi già consolidati (ReStartApp, Vitamine in Azienda e Imprese in Rete). Sarà, infatti, potenziata anche la rete tra le imprese delle diverse edizioni, attraverso momenti strutturati di formazione, scambio e incubazione di collaborazioni. Nel 2026, infatti, il progetto conferma Castel del Giudice come fulcro delle attività e introduce una nuova formula del Campus ReStartApp in modalità ibrida, combinando fasi in presenza con sessioni di formazione e mentoring online per favorire una partecipazione più ampia e rafforzare il legame tra apprendimento e contesto locale. Il Campus del 2026 si svolgerà dal 28 giugno al 2 ottobre 2026, con due sessioni in presenza e momenti di formazione a distanza, mettendo a disposizione tre premi startup per un valore complessivo di 60.000 euro, oltre a un anno di consulenza gratuita post-campus; sono previsti 10 posti, di cui 3 riservati a giovani dell’Appennino molisano.
In parallelo, l’impegno della Fondazione sul versante educativo presenta una dimensione più locale e continuativa: AppenninoLAB, attivo in Liguria dal 2019, ha coinvolto oltre 600 studenti in percorsi di conoscenza e valorizzazione delle aree interne, consolidando nel tempo un legame tra scuola e territorio.
A partire dal 2026, gli interventi saranno ampliati sia in termini di beneficiari — con l’introduzione di programmi per la fascia 0-6 anni — sia di qualità, grazie all’adozione di strumenti avanzati di valutazione d’impatto e al rafforzamento delle sinergie territoriali secondo una logica di comunità educante.
Una visione di lungo periodo che, tuttavia, si misura con limiti strutturali che nessun investitore sociale può colmare.
Il primo riguarda la natura stessa dell’intervento filantropico: per quanto strategico e ben disegnato, esso resta selettivo, circoscritto e inevitabilmente episodico. Quando la risposta ai vuoti di servizio e di politica industriale passa soprattutto da programmi promossi da fondazioni, il rischio è che la sostenibilità dipenda dalla continuità del progetto e dell’accompagnamento, anziché dalla capacità del territorio di reggersi su infrastrutture ordinarie. Inoltre, la selettività intrinseca di questi percorsi — accesso tramite call, numero limitato di partecipanti, concentrazione su territori a rotazione — pone una questione non eludibile: quale parte del territorio resta fuori, e cosa accade a chi non intercetta questi canali?
Il secondo limite è ancora più sistemico: l’assenza di un investimento pubblico coerente e continuativo sul fronte culturale e su quello imprenditoriale nelle aree interne. Se questi territori subiscono da anni il chiaro e progressivo arretramento dei servizi essenziali — scuola, sanità, mobilità — è altrettanto evidente che la cultura non è mai stata assunta dallo Stato come leva di sviluppo per le terre alte. Più spesso viene richiamata come patrimonio identitario, come narrazione di radici e tradizioni o come attrattore turistico, ma raramente riconosciuta come infrastruttura economica stabile e come risorsa quotidiana per chi quei territori li abita.
Eppure, in contesti fragili, proprio la cultura potrebbe costituire un vettore di radicamento, attrattività e innovazione. Senza una politica pubblica che la riconosca come meritevole d’investimento strutturale anche le esperienze più promettenti restano sospese tra l’eccellenza progettuale e una sostenibilità malferma.
In un Paese in cui le piccole imprese già affrontano una pressione fiscale elevata e una competizione asimmetrica, insufficientemente bilanciata rispetto ai grandi operatori, nelle aree interne questi squilibri si accentuano: avviare un’attività diventa un gesto quasi eroico, un salto nel buio, segnato da domanda ridotta e infrastrutture fragili, in un contesto strutturalmente più complesso, dove ogni scelta comporta un grado di rischio maggiore e un margine di errore molto più ridotto.
Guardare a monte, allora, significa anche interrogare questa distanza: tra la retorica che celebra la cultura come valore identitario delle aree interne e le politiche che raramente la sostengono come investimento strategico. Senza un cambio di paradigma pubblico che assuma la cultura come infrastruttura economica e sociale, anziché come elemento accessorio, l’impresa culturale rischia di restare un gesto di resistenza più che una leva concreta di sviluppo.
La trasformazione, allora, non può essere semplicemente “decisa a valle”: deve trovare condizioni reali per formarsi nei territori apparentemente periferici, nelle scelte di chi decide di restare, tornare o arrivare, nelle comunità che si organizzano, nelle imprese che integrano economia, ambiente e cultura. Ma perché questo accada non basta l’iniziativa privata né la qualità dei singoli progetti. Serve una cornice pubblica che renda queste scelte possibili e sostenibili nel tempo.
In un Paese che guarda spesso alla montagna come a un passato da conservare o a un problema da amministrare, la sfida non è celebrarla come ipotetico “laboratorio di futuro”, ma dotarla degli strumenti per esserlo davvero: riconoscendo che il cuore dell’intervento deve restare pubblico e capillare, e che ad esso l’investitore sociale può affiancarsi, aprendo cantieri di innovazione e promuovendo azioni puntuali.
Perché, se è vero che per un pesce di fiume tutto nasce a monte, è lì che occorre investire già a partire dal presente.
NOTE
[1] “Lo Spettacolo siamo noi!” è un progetto educativo, avviato nel 2022, che utilizza il teatro come strumento di crescita civica e personale. Gli studenti diventano autori e co-protagonisti di una pièce teatrale poi messa in scena da attori professionisti, lavorando su competenze relazionali, espressive e di cittadinanza attiva. [2] “Tra le righe” è un percorso formativo realizzato in collaborazione con la Rivista Andersen e l’Ufficio Scolastico Regionale che promuove lettura e scrittura creativa nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, intrecciando educazione alla sostenibilità, competenze STEAM e sviluppo del pensiero critico. [3] “Arcipelago Lettori”, avviato nel 2025, propone libri e incontri con autori e artisti in luoghi non convenzionali della città – chiese, musei, piazze – con l’obiettivo di favorire l’accesso diffuso alla lettura e creare connessioni tra persone, storie e spazi urbani.RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Cognetti, P. (2016). Le otto montagne. Einaudi.
Fondazione Edoardo Garrone. (2024). Bilancio sociale 2024.
Müller, S., & Korsgaard, S. (2018). Resources and bridging: The role of spatial context in rural entrepreneurship. Entrepreneurship & Regional Development, 30(1–2), 224–255. https://doi.org/10.1080/08985626.2017.1402092
Slawinski, N., Lowery, B., Seto, A., Stoddart, M. C. J., & Vodden, K. (curato da). (2023). Revitalizing PLACE Through Social Enterprise (1st ed). Memorial University Press.
ABSTRACT
The article examines the work of Fondazione Edoardo Garrone in Italy’s inner areas through Progetto Appennino, a program active since 2014 supporting youth entrepreneurship. Combining training, long-term mentoring, and the development of territorial networks, the model integrates enterprise, culture, and education. Alongside its achievements, the text highlights the structural limits of philanthropic intervention and the lack of a systemic public investment framework, particularly in the cultural and entrepreneurial sectors of inner areas.
