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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Che ruolo può svolgere il lavoro a base culturale nei processi di rigenerazione delle aree fragili? Come si declinano le linee di azione di un progetto che fa della creatività e della cultura gli elementi fondamentali per un ripensamento multifunzionale dell’economia locale e dei patrimoni territoriali? Prosegue, con questa riflessione sulla progettualità di Castel del Giudice, borgo Molisano vincitore del Bando Borghi Linea A, il percorso del dossier Coltivare Comunità che indaga le metodologie di valorizzazione a base culturale delle aree fragili del Paese. Di Michela Buonvino, Barbara Mercurio, Jacopo Trivisonno, Luciana Petrocelli, Antonella Mancini
© Foto di Melissa Askew su Unsplash

CREATIVITÀ AL LAVORO [1]

Castel del Giudice è un piccolo comune dell’Alto Molise assegnatario del Bando Borghi Linea A del Ministero della Cultura. Il progetto Centro di (ri)Generazione, Attrattività residenziale e culturale per l’Appennino, PNRR Bando Borghi – Linea A costituisce il punto di arrivo di un percorso intrapreso dalla comunità di Castel del Giudice che si inserisce nel novero di plurime sperimentazioni già in precedenza avviate nell’Appennino molisano. Il progetto prevede tre linee di azione: 1) Welfare di comunità (aumento dell’attrattività sociale e abitativa, ripensamento del rapporto sociale intergenerazionale, partecipazione e cittadinanza attiva); 2) Sviluppo sostenibile delle risorse territoriali (incremento dell’attrattività economica, valorizzazione sostenibile delle risorse e delle vocazioni produttive territoriali); 3) Attrattività turistica e territoriale (rigenerazione e riqualificazione degli spazi di espressione culturale e sociale del borgo per attrarre nuovi residenti permanenti e temporanei).

Nello specifico, il primo intervento della prima linea di azione, denominato Ouverture, attualmente in corso, prevede l’attivazione di un ampio coinvolgimento delle comunità locali nella progettazione, realizzazione e nel mantenimento di un inventario partecipativo del patrimonio culturale del territorio, attraverso delle specifiche metodologie di deep mapping comunitario, analisi delle vulnerabilità presenti a livello locale – sia di carattere ambientale e strutturale sia di tipo socio-culturale – laboratori di interpretazione del territorio e focus group.

I primi risultati riscontrati dalle ricercatrici e dai ricercatori che stanno lavorando sul territorio hanno evidenziato una forte attitudine da parte della cittadinanza alla condivisione e alla partecipazione ai processi di co-programmazione e co-progettazione.

Il progetto trae spunto dall’ampia riflessione riservata alle problematiche dello sviluppo e della rivitalizzazione delle aree fragili, dell’impatto di progetti innovativi centrati sulla presenza di imprese creative nelle aree interne, fragili, periferiche. Negli ultimi anni un intenso dibattito si è sviluppato intorno alla ricerca di nuove modalità di riabitare questi territori attraverso l’arte e la creatività in quanto vettori per la rigenerazione territoriale [2].

La cooperazione di diversi attori culturali sul territorio è in grado di attivare, sulla scena locale, reti virtuose che arginano la marginalizzazione economica e sociale, influendo positivamente sul ben-essere locale e sulla coesione comunitaria, soprattutto se tali reti vengono sostenute da una politica inclusiva in dialogo con il mondo dell’animazione culturale [3]. Il mutamento dell’offerta culturale locale costituisce il presupposto per la creazione di un fecondo incubatore di trasformazioni rilevanti e consente a un’area “depressa” di svincolarsi dal complesso di inferiorità alimentato da secoli di egemonia del paradigma industrialcentrico [4], mostrando un nuovo senso della densità e della bellezza culturale, in contrapposizione al diffuso pregiudizio del vuoto culturale.

Le attività culturali divengono dei laboratori in cui si sperimentano nuove consapevolezze e nuove forme di condivisione di valori. La cultura e la creatività possono fornire, pertanto, nuovi stimoli per un ripensamento multifunzionale dell’economia locale rurale e del paesaggio culturale, valorizzando il patrimonio bioculturale in quanto elemento di primo piano nello sviluppo locale. Una delle sfide principali è rappresentata dalle questioni della sostenibilità di queste esperienze fuori dai grandi circuiti urbani dell’industria culturale, mediante un rilancio della cultura e la riprogettazione in questa ottica di spazi altrimenti destinati all’obsolescenza. In altre parole, pianificare un’offerta culturale in un territorio come Castel del Giudice significa riflettere sulla possibilità della messa a punto condivisa di una nuova estetica pubblica, attenta ai contesti più rarefatti e (ciononostante o proprio per questo) generativi [5].

Interrogarsi sulle forme di partecipazione delle comunità locali nei processi di rigenerazione significa, inoltre, ragionare sui plurimi repertori di buone pratiche relativi alla sperimentazione progettuale a base culturale e alla creazione di spazi per la creatività e l’innovazione nella fase di (ri)progettazione dei territori e di transizione digitale [6], sulla scelta degli indirizzi di governance, dunque delle forme di inclusione, di trasparenza e di democratizzazione nell’accesso e produzione di contenuti culturali.

(CO)PROGETTARE ECOSISTEMI CULTURALI

La specificità delle risorse bioculturali del territorio richiede la costruzione di spazi di incontro e mediazione che sappiano tenere insieme le politiche di sviluppo territoriale e le necessità degli attori che operano a livello locale. Questo processo comporta alcune sfide importanti in quanto gli ecosistemi, spesso, coinvolgono un gran numero di stakeholders con interessi diversificati che rendono difficile il consenso sulle strategie di gestione in quanto ne esplicitano frizioni e disallineamenti: i confini degli ecosistemi si allineano raramente alle demarcazioni politiche e giurisdizionali create dall’uomo. Pertanto, è il pericolo della frammentazione tra le istituzioni e le comunità che rende difficile la creazione di strutture di governance in grado di rispettare le dimensioni e l’estensione degli ecosistemi territoriali. Si delinea la necessità di un sistema di ascolto strutturato che possa unire le aspirazioni delle comunità alle prospettive istituzionali. Una gestione collaborativa delle risorse ambientali consente di affrontare queste sfide, promuovendo la sinergia tra diversi attori pubblici e privati.

Questa crescente attenzione verso i processi di trasformazione, inclusione e partecipazione delle popolazioni locali nelle aree fragili e marginali ha portato a un progressivo rimodellamento del dibattito sullo sviluppo rurale sostenibile. Le preoccupazioni e aspettative ecologiche trovano riscontro in una nuova centralità data dal concetto di benessere – ambientale e umano – che incide sui “temi dell’abitare” e sull’uso delle risorse. L’azione partecipata fra enti locali, cittadini e territorio, si rivela funzionale al raggiungimento di una rigenerazione urbana inclusiva fondata su legami sociali solidali e su processi educativi di presa in carico dei patrimoni bioculturali da parte della collettività.

PERCORSI INNOVATIVI

Se l’innovazione sociale è il presupposto e il punto d’approdo di un progetto che fa della rigenerazione l’ossatura del proprio intervento, non si possono tralasciare tutti quei fattori alla base dello sviluppo di una coscienza territoriale in cui s’insinua un immaginario collettivo di “area interna” che va scardinato, affrontato e studiato alla luce delle percezioni che gli abitanti hanno dei luoghi vissuti e dunque dei sistemi di rappresentazioni collettive. Il lavoro preliminare di documentazione, relativo alla coscienza e consapevolezza dei luoghi abitati e vissuti, riguarda l’espletamento di quei risultati attesi dal progetto che prevedono, come nel caso della prima linea d’intervento –Ouverture-, l’attivazione di un ampio coinvolgimento della comunità locale in attività di progettazione, realizzazione e mantenimento di un inventario partecipativo del patrimonio culturale del territorio. La costruzione di laboratori di partecipazione sul territorio immaginato supporta il processo di decision making comunitario, in cui la valutazione degli interventi progettuali e del loro impatto sulla comunità fungono da pilastri categoriali e innovativi.

L’innovazione sociale può coadiuvare processi di empowerment, soprattutto attraverso l’implementazione di capitale sociale all’interno di prassi di governance come forma di espressione di cittadinanza attiva. Ciò è possibile se non si tralascia uno studio attento sulle forme di new mobilities, sull’inclusione di popolazione straniera e sugli annessi processi di integrazione di migranti, cittadini ritornanti o nuovi abitanti nel quadro di un processo più complessivo di rigenerazione territoriale. A questo riguardo, l’azione progettuale arrivi/ritorni prevede la sovrapposizione tra la dimensione sociale e l’attrattività turistica. Questa diviene esperienza socialmente innovativa, quando, ad esempio, l’impiego di giovani (locali o stranieri) s’identifica con uno strumento di facilitazione per gli arrivi e i ritorni sul territorio. In questa direzione si muovono l’intervento Scatola creativa (tavolo permanente per la progettazione di laboratori e residenze di land arts, digital arts, performances ecc.) e la realizzazione di nuove residenze destinate al senior-social housing.

In definitiva, la portata del progetto si misura sull’efficacia del nesso tra il valore riabilitativo di un luogo e l’obiettivo dell’inclusione, della partecipazione, dell’innovazione sociale.

FOTOGRAFIA DI UNA MAPPA

La mappa di comunità come fotografia del processo in corso consiste nella sua realizzazione partecipata, avvalendosi della rappresentazione e percezione comunitaria del patrimonio culturale, dei luoghi del cuore, delle pratiche e dei saperi che rendono unico il territorio.

Dall’altro canto l’approccio esterno di tipo olistico ispirato dai mondi di vita mira al confezionamento di una coscienza dei luoghi. La mappa di comunità è un’azione culturale in continuo aggiornamento, un cantiere aperto tramite il quale dare valore alle proprie origini e speranze future, tessere nuove relazioni e implementare quelle storiche che narrano le vite degli uomini che hanno creato, trasformato e abitato il territorio.

Più in generale, la metodologia di ricerca etnografica messa in campo per la raccolta dei dati si avvale di tecniche specifiche come quella dei focus group, realizzati dai ricercatori dell’Università degli Studi del Molise e dagli stessi abitanti. I temi presi in esame indagano varianti stimolanti per l’attrazione del restare, non a caso tema del primo focus group, “(re)stare & abitare”: i partecipanti, perlopiù giovani del paese, si sono interrogati sulla (im)possibilità di restare a vivere in paese; la riflessione, naturalmente, riguarda le prospettive di vita, formative e lavorative che riecheggiano nei pensieri dei giovani castellani. Il secondo focus group, dal titolo “(re)immaginare il futuro”, propone una discussione aperta sulle visioni di un avvenire fortunato, magari relativo anche alle aperture possibilistiche che la vittoria di un bando come quello del Ministero della Cultura offre a un paese appenninico rimasto, per lungo tempo, ai margini. In linea con l’azione di ripopolamento del territorio, l’ultimo focus group rintraccia e ricompone una sezione del paese lontana: “I castellani nel mondo” indaga le modalità di abbandono, le esperienze di vita, le nostalgie e i sogni di ri-torno tramite il metodo della foto-elicitazione, la discussione e la visione di fotografie storiche, familiari, paesaggistiche per la ricostruzione di biografie, percorsi, diaspore, psicologie e memorie.

In conclusione, le diverse azioni intraprese nel presente quadro progettuale mirano all’attivazione di diversi servizi culturali e di imprese creative, all’ampliamento come anche al rinnovamento dell’offerta culturale, alla promozione di un turismo sostenibile e alla destagionalizzazione, all’empowerment della comunità e all’incremento della partecipazione culturale, per mezzo della creazione di festival e di altre attività culturali, nonché di nuovi spazi associativi. La pianificazione partecipata di un’offerta culturale attenta alla biodiversità culturale è un esercizio che ci spinge a lavorare in modo nuovo con i territori: le comunità locali si rivelano incubatori di differenze generative e le plurime forme di espressione culturale divengono il punto di partenza per la realizzazione di interventi capaci di creare economie virtuose e nuovi laboratori di democrazia e partecipazione.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] I paragrafi sono stati rispettivamente scritti da: Michela Buonvino, Barbara Mercurio e Jacopo Trivisonno, Luciana Petrocelli, Antonella Mancini.

[2] Cfr. Teti Vito, 2014, Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati, Roma, Donzelli; De Rossi Antonio (a cura di), 2018, Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste, Roma, Donzelli; Bindi Letizia, 2019, “Restare. Comunità locali, regimi patrimoniali e processi partecipativi”, in Eugenio Cejudo Garcia et al. (a cura di), Perspectives on Rural Development: Despoblación y transformaciones sociodemográficas de los territorios rurales: los casos de Espana, Italia y Francia, Lecce, Università del Salento: 273-292.

[3] Cfr. Bargna Ivan, 2011, “Gli usi sociali e politici dell’arte contemporanea fra pratiche di partecipazione e di resistenza”, Antropologia, 13: 75-106.

[4] Cfr. Ray Christopher, 1998, “Culture Intellectual Property and Territorial Rural Development”, Sociologia Ruralis, 38 (1): 4-20.

[5] Il 17 novembre 2023 Castel del Giudice ha ospitato il workshop Biodiverso culturale. Il lavoro culturale per la rigenerazione territoriale; dal dibattito è emersa l’importanza di una riconsiderazione attenta del tema della sostenibilità, della durevolezza e soprattutto della continuità delle azioni a base culturale nelle aree fragili (cfr. Bindi Letizia, 2023, “Biodiverso culturale. Il lavoro culturale per la rigenerazione territoriale”, AgCult, https://www.agenziacult.it/letture-lente/ti-raccomando-la-cultura/biodiverso-culturale/).

[6] L’attenzione che riserviamo, nel quadro del progetto, alle interazioni tra creatività, uso delle tecnologie digitali e lavoro a base culturale, è motivata dal rilievo che, soprattutto a partire dalla pandemia, ha assunto la dimensione immateriale e digitale nelle dinamiche locali, in diversi ambiti. A questo ultimo riguardo, è previsto l’avvio di progetti digitali per la fruizione dei beni artistici.

Leggi anche gli altri articoli del Dossier Coltivare Comunità: https://www.agenziacult.it/categoria/letture-lente/coltivare-comunita/ 

ABSTRACT

The project Centro di (ri)Generazione in Castel del Giudice, in Alto Molise, aims to enhance the municipality through three lines of action: community welfare, sustainable development of territorial resources and tourist attraction. The initiative actively involves the local community in the management of the biocultural heritage through participatory methodologies that aim at the activation of co-programming and co-planning processes. The project addresses the challenges of developing fragile areas, promoting local welfare and social cohesion. Culture and creativity are seen as key tools for territorial regeneration and for the creation of virtuous economies. This article aims to underline the importance of the implementation of an inclusive cultural offer and cooperation between various actors in order to stem economic, social and cultural marginalization.

 

Michela Buonvino è assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi del Molise. Il suo progetto si inserisce nell’ambito del Bando Borghi – Linea A PNRR di Castel del Giudice (IS). Il titolo della sua ricerca è “Centro di (ri)Generazione: Lavoro culturale, creatività e patrimoni bioculturali tra comunità locale e governance”. Si occupa, inoltre, di processi di patrimonializzazione, eventi festivi e migrazioni.

Barbara Mercurio è dottoranda in “Innovazione e gestione delle risorse pubbliche” presso l’Università degli Studi del Molise. Il titolo del suo progetto di ricerca è “Territori di prossimità. Processi partecipativi di rigenerazione, cittadinanza attiva e servizi fondamentali”.

Jacopo Trivisonno è dottorando in “Patrimoni immateriali. Percorsi bioculturali e rigenerazione territoriale delle aree interne” presso l’Università degli Studi del Molise. Ha collaborato allo sviluppo del progetto del Registro delle Eredità Immateriali del Molise (REIM), ed effettuato un periodo di ricerca presso il Parque Nacional de Lago Puelo nella Patagonia argentina.

Luciana Petrocelli è assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi del Molise. Il suo progetto si inserisce nell’ambito del Bando Borghi – Linea A PNRR di Castel del Giudice (IS). Il titolo della sua ricerca è “Centro di (ri)Generazione: Innovazione sociale, inclusività, partecipazione”.

Antonella Mancini è dottoranda di ricerca in “Patrimoni bioculturali e rigenerazione territoriale nelle aree appenniniche. Antropologia delle aree interne, public engagement e nuove metodologie della ricerca” presso l’Università degli studi del Molise. Si occupa di aree interne e fragili e di antropologia visuale.

 

Clicca qui e leggi gli altri articoli della sezione “COLTIVARE COMUNITÀ” di LETTURE LENTE

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