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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
In questa fase di transizione, da uno stato di emergenza (da contagio) a un altro (da ripresa), è opportuno rivolgere un diverso sguardo ai paesi: uno sguardo in grado di distaccarsi dalla prospettiva progettuale, oggi dominante e troppo spesso esogena ed eterodiretta, per rivolgersi al piano dell’azione quotidiana
© Vista sulla piana di Venafro da Roccaravindola alta. Foto di Mirco Di Sandro

Questo contributo si colloca nel dossier Coltivare Comunità, con l’intento di riflettere su come i piccoli paesi dell’Italia interna – «il paese è comunità» come ha affermato Rossano Pazzagli (2022a) – abbiano coltivato il proprio benessere sociale e culturale in tempi di sindemia. Una riflessione che prende le mosse dal territorio dell’Alta Valle del Volturno, in Molise, attraversando condizioni e aspirazioni comuni agli abitanti di ogni margine.

IL VUOTO E IL PAESE

La pandemia ha scosso particolarmente i piccoli paesi dell’Italia interna, sotto molti punti di vista e in un groviglio di tensioni in cui hanno convissuto paure, lutti, attenzioni, aspettative, investimenti, promesse. In contesti così circoscritti, dove vicinanza e parentele fanno sì che “tutti si conoscano”, ogni grande evento – o, al negativo, ogni grande emergenza – risulta particolarmente amplificato nella sua portata sostanziale ed emotiva. «La vicinanza – scrive Pazzagli (2021) – è un valore essenziale, base della coesione sociale, spazio di gestione dei conflitti, riconoscimento comune e reciproco che influenza la sfera della dignità e della responsabilità».

Nella lunga stagione pandemica, con l’alternarsi dei cicli di emergenze a diverse intensità, la vita quotidiana in paese non è stata facile, al di là delle tante retoriche e delle brevi stagioni di ripresa. Nella sommatoria di scritti su aree interne, paesi e borghi in pochissimi hanno raccontato di quelle strade più vuote che mai, con erbacce che inghiottivano marciapiedi e giardinetti, quello scenario cupo e desolato dei giorni di confinamento, imperniato di sconforto, rassegnazione e insofferenza. Più spesso hanno esaltato i romantici vantaggi di una “vita in campagna” divenuta ancor più quieta, lenta e silenziosa. È bizzarro dover rilevare che, mentre gli abitanti del margine soffrivano particolarmente il peso del confinamento in contesti già molto confinati, da fuori, dalle soffocanti aree metropolitane, si guardava con fascino ai piccoli paesi, narrando e desiderando tutt’altro immaginario.

Invece, proprio nei territori in cui le relazioni umane sono già limitate e impoverite, l’imposizione del distanziamento fisico, la chiusura delle poche attività e spazi aggregativi, l’interruzione di ogni evento pubblico, hanno finito per accentuare il senso di isolamento ed esclusione che in questi contesti perdura da decenni. Il vuoto (Viazzo-Zanini 2014) e il niente (Levi 1945), a cui notoriamente si appellano gli abitanti del margine per descrivere il proprio contesto di vita, sembrano essersi materializzati nella forma più cruda e dolorosa. Ogni decesso causa covid è stato vissuto come un lutto collettivo, elaborato come l’ennesimo danno nei confronti di una comunità morente, contribuendo a moltiplicare le tante paure, diffidenze e incertezze divenute “posturali” per l’abitante del margine, tanto da connotarne l’habitus (Bourdieu 2001) e l’approccio alla quotidianità. Le restrizioni alla mobilità internazionale hanno persino limitato, fino ad annullare completamente, quei rientri stagionali di vecchi e nuovi emigrati che rinvigorivano la vita sociale del paese e le finanze di qualche commerciante. Manciate di studenti fuorisede e di giovani professionisti “remotizzabili” hanno potuto risparmiare qualche mensilità di affitto in città, rincasando presso le proprie famiglie, per poi tornare sconfitti alla frenetica vita metropolitana e sancire anche il tramonto del southworking, facendo di quell’esperienza solo una piacevole trasferta di lavoro. Ci sono infine i danni economici, quelli che sinora l’effetto bonus ha saputo ben occultare e che a breve, purtroppo, sarà più facile stimare.

NELLA SINDEMIA

In questa fase di transizione, da uno stato di emergenza (da contagio) ad un altro (da ripresa), è opportuno rivolgere un diverso sguardo ai paesi: uno sguardo in grado di distaccarsi dalla prospettiva progettuale, oggi dominante e troppo spesso esogena ed eterodiretta, per rivolgersi al piano dell’azione quotidiana, nel tentativo di cogliere bisogni, stati d’animo e nuove tensioni che si insinuano tra gli abitanti. «Pratiche più che progetti» è il monito lanciato dai curatori di questo dossier (Barca et al. 2022).

Nella sindemia (Singer et al. 2017), più che nella pandemia, è opportuno situarsi per circoscrivere scenari e figurare la transizione dei territori al margine. Derivata dal connubio anglofono di synergy ed epidemic, il neologismo syndemic implica una relazione tra l’avanzata di una malattia e le caratteristiche del contesto socio-ambientale di approdo. Nella sindemia è insito l’assunto che la diffusione dell’agente infettivo manifesti conseguenze più gravi sui più deboli e fragili, su coloro (territori e soggettività) che già prima dell’evento pandemico erano relegati ad una posizione di subalternità e svantaggio. Calarsi in un contesto sindemico, dunque, vuol dire afferrare la “questione dei margini” per «analizzare le conseguenze intese come segni e sintomi (visione sanitaria) ed amplificazioni di divari pre-esistenti in “povertà sociale e disuguaglianza” (visione socio-economica)» (Bavazzano et al. 2022).

DI SACCHI E DI SOLDI

Pur essendo ancora in emergenza – costrutto politico, forma di governo ormai permanente – la fase attuale è dominata dal paradigma della ripresa, che a ben vedere è parte integrante dell’emergenza stessa: il suo stadio terminale, destinato a non avere termine. Nei piccoli paesi, così come nelle grandi periferie urbane, l’inaugurazione di questa nuova fase ha favorito l’emergere di un nuovo linguaggio dai toni più ottimisti e di un nuovo senso comune, quello dell’attesa, sostenuto dalla convinzione che “arriverà un sacco di soldi”. Quei soldi necessari a “ripartire”, a rimettere in sesto strade, acquedotti, reti fognarie e servizi primari, quelli, insomma, che anche prima del covid erano strettamente necessari a garantire condizioni di vita più dignitose per le comunità dei territori ai margini. Quel “sacco di soldi”, che oggi incoraggia amministrazioni e abitanti dei paesi a re-immaginare una “transizione” possibile (Alberio-Arcidiacono 2020), rappresenta al contempo l’aspettativa e la speranza, oltre che, per sottrazione, la causa dello stato attuale delle cose.

L’unica certezza, infatti, è che sia stato negato a lungo, talvolta corrisposto “a spicci”. All’origine c’è un altro sacco: quel “grande saccheggio” individuato dallo storico Pietro Bevilacqua (2011) come il periodo di sottrazione di risorse (economiche, umane, naturali) dalle campagne e dalle aree rurali, per favorire lo sviluppo delle grandi aree urbane. Non fa mai male ricordare che il sistema di disparità territoriali e disuguaglianze sociali a cui ormai siamo abituati sia un prodotto della modernità, di quel secolo di storia travolto dal riprodursi di un capitalismo che, per farsi sempre più globale, ha trascurato e sottomesso tante aree del locale. David Harvey (2005) ha nominato questo meccanismo “accumulazione per spoliazione”, ad indicare un processo continuo che, mentre sottrae risorse da una parte, le ammassa da un’altra. Una formula laica, insomma, per sostanziare il detto paesano “Dio dà e Dio toglie”. E proprio come un Dio intangibile, quello che si è soliti chiamare Sviluppo c’è, anche se non si vede ovunque, e agisce riproducendo incessantemente disuguaglianze. Una volta erano duali (centro e periferia, città e campagna, nord e sud), mentre oggi si particolarizzano dal mare alla montagna, lungo le diverse tacche di quell’asse che va dalla massima integrazione sistemica, alla massima esclusione sociale.

L’ATTESA E LA RIPRESA

Rispetto all’attesa di quel “sacco di soldi”, come non ricordare l’opera di Beckett “Waiting for Godot” e il suo teatro dell’assurdo. Raccontata da Claudio Lolli e riflessa sul ciclo di vita dell’uomo moderno, la canzone del 1972 debuttava con una strofa emblematica: «Vivo tutti i miei giorni aspettando Godot/dormo tutte le notti aspettando Godot/ho passato una vita ad aspettare Godot». Un’attesa incessante che si fa presente, passato e futuro, che diventa ossessione e tormento, scandisce le giornate, orienta il pensiero e rafforza la dipendenza dei più deboli dai più forti. L’attesa, infatti, è figlia della promessa, uno stato che congela l’animo, che immobilizza e inibisce l’agire, calmierando talvolta tensioni e istinti di cambiamento.

Nei due anni di sindemia, le attese sono state tante e differenziate. Da quella di “uscire di casa” e “riabbracciare i propri cari”, a quelle di guarire e di ricevere le dovute cure. Ma anche quelle di tornare a consumare calici e piatti seduti ad un tavolo con amici, di riprendere un aereo, di assistere a spettacoli e concerti. La lista sarebbe infinita.

Oggi è nella ripresa che si riversano aspettative e attese. Consacrato dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), il termine si è affermato con una densa carica emotiva, alludendo ad un immaginario di “ritorno alla normalità” tipica della quotidianità pre-covid. È curioso notare come l’uso del termine sia spesso associato ad un altro, quello di transizione, che nella sostanza afferma l’esatto contrario. Il primo, infatti, riesuma il passato, veicolando un desiderio nostalgico di ritorno; il secondo, invece, si appella al futuro, rifiutando “i tempi che furono” e ribadendo la necessità di un mutamento sostanziale (in uno slogan più radicale: “Non vogliamo ritornare alla normalità, perché la normalità era il problema”).

RICUCIRE TRAME CULTURALI: ISTANTANEE DALL’ALTA VALLE DEL VOLTURNO

In questo groviglio di tensioni tra un recente passato insoddisfacente, un presente turbolento e un futuro profondamente incerto, le comunità locali non hanno reagito in modo passivo e disinteressato, pur soffrendo in modo particolare il peso della stagione sindemica. Anzi, prendendo ad esempio la recente esperienza legata al tanto discusso Bando Borghi, si ravvisa un chiaro segnale di ri-attivazione e speranza. Al di là delle numerose criticità (Coltré 2022; Pazzagli 2022b), la finestra di apertura dell’avviso pubblico può essere osservata trasversalmente all’avviso in sé, concependola come il contenitore spazio-temporale in cui sostanziare un assunto chiave del dossier Coltivare Comunità: «appare utile e rilevante – scrivono Barca et al. (2022) – ricercare e definire una visione chiara e sistematica in grado di orientare le politiche pubbliche nell’investire in quell’infrastruttura sociale che chiamiamo “comunità”, partendo da ciò che si fa: che si sta facendo o che si può fare; pratiche più che progetti». Giustissimo! Perché in questi mesi di tentata ripresa, la priorità è stata data ai progetti (o forse solo all’atto del progettare) piuttosto che a quell’insieme di pratiche virtuose e autorganizzate che, quotidianamente e senza influenze bandofreniche, si sono strutturate e rafforzate come risposta alla desertificazione avanzante.

Nell’Alta Valle del Volturno, un territorio di una manciata di paesi all’ombra della catena delle Mainarde in Molise, sono ravvisabili diversi segnali di una dinamizzazione sociale “dal basso” che meritano di essere analizzati. In prima istanza si rileva un’esemplare attivazione delle amministrazioni comunali: da quest’area sono state presentate una decina di proposte progettuali in risposta al suddetto avviso (su un totale di 1.800 pervenute da tutt’Italia), che rappresentano un chiaro segnale di consapevolezza, rispondente al grido di “Ci siamo e vogliamo continuare ad esserci”. Un atto di mobilitazione non scontato che, nell’ambiguità del termine, rappresenta comunque un gesto di resilienza (un tentativo disperato di rialzarsi, dopo aver subito un grosso urto). In tal senso, sarebbe da premiare soprattutto «lo sforzo – come afferma Alessandro Coltré [corsivo mio] – di quella parte di Paese che spesso consideriamo minoritaria, residuale e incastonata nel passato». Pur avendo coinvolto amministratori e tecnici per tre lunghi mesi di lavoro progettuale, dal Bando Borghi sono però state escluse molte soggettività abitanti, ancora oggi ignare di essere state investite da un treno in corsa. Tante altre, pur non essendo state interpellate in modo diretto, si sono proposte spontaneamente, mettendo a servizio della propria comunità competenze specifiche nell’ambito della progettazione e dell’animazione sociale e culturale. Hanno “attenzionato” l’avviso, portandolo nei territori (con discussioni pubbliche e webinar) e facendone, là dove non ci fossero tempi e spazi per un contributo fattuale, una significativa esperienza di ripensamento e potenziamento delle proprie attività, delle relazioni e degli assetti associativi. In tal senso, il Bando Borghi ha funto da grande catalizzatore di idee ed energie, innescando riflessività e immaginazione, mettendo in rete soggettività restanti e migranti (interno ed esterno), incoraggiando azioni di ricerca territorializzate e pratiche di inchiesta sociale. È per questo che l’avviso andrebbe indagato in modo trasversale, non tanto nella sua messa in opera (come laboratorio progettuale), quanto nella sua generalizzazione e nel suo grado di permeabilità sociale, nel suo essere stimolo più che risorsa.

Già prima dell’avvento del PNRR, nel Molise in sindemia sembrava essersi spontaneamente acceso un particolare dinamismo socioculturale, insolito in una regione che sembrava essersi abbandonata al “fascino dell’inesistenza” (Di Sandro 2021). Preoccupati o, più spesso, incuriositi da un’attenzione turistica crescente, in molti comuni sono nate start up e microimprese e si sono costituiti comitati, associazioni e collettivi di abitanti con l’obiettivo di favorire un processo di valorizzazione del patrimonio locale consapevole e partecipativo, che potesse accogliere un turismo lento, sostenibile e responsabile. Aree verdi rese inaccessibili dall’avanzata della boscaglia (metafora di un’antropizzazione decadente) sono state ripristinate e aperte al pubblico, portando alla luce sentieri, cascate, passeggiate fluviali e lacustri; si è incentivato l’escursionismo e ogni forma di sport naturalistico e montano; si sono consolidate pratiche mutualistiche e solidaristiche; sono state riscoperte vecchie conoscenze e territorializzati nuovi saperi.

Negli intervalli di “riapertura”, anche le piazze sono tornate a vivere; nei bar è decaduto il monopolio dialogico del calcio e hanno preso corpo discorsi sul declino e sul rilancio, sui servizi e sull’accoglienza, sui restanti, sui migranti, sui transitanti e sugli abitanti intermittenti. Di colpo ci si è riconosciuti come collettività abitante, ci si è interrogati sul senso dei propri luoghi, producendo altri significati e rinnovati sentimenti di appartenenza. Quell’architettura sociale in decadenza, quella che si era soliti chiamare comunità anche in penuria di coesione e forti legami, si è ritrovata, desiderosa di non estinguersi, intorno al proprio bene comune, coniugando riflessione e attivazione, pensiero e azione. È questa la Cultura di cui i paesi hanno bisogno, quella con la C maiuscola, che non si espone in teche chiuse in un museo, che non è solo folklore pur essendo sempre pop, quella che vive ogni giorno, che sa spiegare il presente attraverso il passato, senza usare la storia come solo motivo del presente (quei sempre meravigliosi “tempi che furono”). La cultura è sia quella che si è prodotta nel tempo, che quella che si riproduce in corsa: è nel modificarsi delle abitudini, degli usi civici, delle forme e dei significati. La cultura non è il solo atto del conoscere, è soprattutto riconoscere, ribadire, rivendicare. È la trama esistenziale che dà senso alle comunità.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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ABSTRACT

The wait is an existential state for the small villages of inner Italy, which affects the posture and approach to everyday life of the inhabitants of these marginal territories. The “sindemic season” has particularly shaken these territories, contributing to accentuate the sense of isolation and exclusion of local communities. In the days of forced confinement, emptiness and nothingness – two concepts that characterized these contexts of life – seemed to be materialized in their most raw and painful form. The state of waiting, that has accompanied each phase of the emergency with different intensities and today is reflected in the recovery promoted by the PNRR, has not left local communities immobilized and passive. There were diverse “bottom-up” stimuli that promoted a possible and necessary transition to counteract the rapidly advancing marginalization. Starting from the Alta Valle del Volturno, a small inner area of Molise, this essay aims to shed light on the processes of activation and participation that, in the various events, have contributed in an autonomous and self-organized way to mend the cultural plots weakened in the months of sindemia and give a renewed value to the recognition of the common good and the very sense of community.

 

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Mirco Di Sandro

Mirco Di Sandro

Mirco Di Sandro, sociologo e docente a contratto di Laboratorio Inclusione Sociale presso il Dipartimento di Scienze della Formazione Roma Tre, è anche presidente e fondatore del Centro Indipendente Studi Alta Valle del Volturno (CISAV-APS). Conduce attività di ricerca sulle disuguaglianze sociali e sulle disparità territoriali, attraverso l’analisi dei processi di precarizzazione, marginalizzazione e segregazione socio-spaziale.

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