“Scegliere il Territorio” è il titolo proposto da Confcooperative Mantova e Consorzio OltrePo Mantovano per un convegno di confronto su sviluppo locale e aree interne a cui ho partecipato con un contributo sull’apporto che si può attendere dall’esperienza cooperativa.
Punto di presa e leva per la scalata (il dilemma delle aree interne lo è) è stata la presentazione della Strategia per l’Area Interna dell’OltrePo Mantovano presentata in apertura da Alberto Borsari, sindaco di Borgo Mantovano e Presidente del Consorzio. La Strategia è una buona notizia per il suo territorio perché è desiderata, ordinata, ben disciplinata e con progressive opportunità partecipative. La stessa Confcooperative è attesa con un suo contributo seppur non presente nel tavolo iniziale. Una bella occasione. Presenti Elena Granata, che ha introdotto all’urgenza di un ribaltamento delle rappresentazioni delle aree non metropolitane come interne, abbandonate e irrimediabilmente perse alla vivibilità. L’idea stessa delle aree rurali e montane come vuote – ha argomentato – si dimostra cieca di fronte, invece, al patrimonio ambientale, culturale ed economico che queste conservano nonché fondamentale allo sviluppo di tutto il paese. Attuale la “denuncia” che, con lo stesso tono, i Vescovi italiani hanno rivolto alle istituzioni in quegli stessi giorni. Alessandro Azzi, presidente delle Federazione delle Banche di Credito Cooperativo della Lombardia, ha ricordato come l’economia cooperativa e in particolare quella del credito è già impegnata nella dimostrazione viva, concreta ed efficace di queste argomentazioni.
Per me è stata l’occasione di una sintesi quasi didascalica di ciò che c’è e ciò che manca ancora al dibattito e alle strategie che ricorrono ormai frequentemente sulla questione territoriale. Esprimo così l’oggetto, senza ulteriori specificazioni geo/urbano/orografiche perché sono convinto – è questa la premessa di fondo – che il dilemma non sia più e da tempo su cosa fare delle aree non metropolitane, ma cosa fare del territorio tutto. Dello spazio o meglio ancora dell’elemento che abbiamo sotto i piedi e attorno nella prossimità che ci è presente. Vorrei superare la facile obiezione di una prossimità non più solo fisica ma del tutto e irreversibilmente ibrida a far ritenere novecentesca la premessa e il suo fondo. La condivido ma non supero due controdeduzioni a mio parere ancora solide: la prima è contenuta nell’obiezione stessa, perché se parliamo di ibrido e non di piena e totale smaterializzazione dobbiamo ancora ben considerare la plausibilità della sua parte fisica; la seconda è invece “politica”, perché è chiaro – per le percezioni comuni che raccogliamo, i dati certi di salute della popolazione e il fenomeno del tutto fisico e massivo del suo inurbamento metropolitano – che l’abbandono drastico della parte fisica verso l’assolutismo digitale è uno shock che non possiamo permetterci e dobbiamo compensare a lungo e strutturalmente.
Se non risolviamo ontologicamente il dilemma dei luoghi (così diremo dei territori denominati che assumono ruolo nella vicenda che poniamo) assumendo la necessità collettiva di assicurarne una piacevole vivibilità come fondamentale alla transizione digitale e insieme a quella ecologica, le singole questioni che lo incarnano, da quella della montagna a quella comunitaria, saranno, malgrado la genuinità dell’impegno che portano, battaglie di retroguardia.
Perché dico “dilemma”? In realtà per l’intuizione raccolta da una conversazione con Simona Magliani (Brigante del Cerreto) che i lettori più attenti di Letture Lente ricorderanno e citerò al termine, ma estendendone il valore e l’accezione per la gravità e la complessità profonda, a tratti straziante, delle sfide che pone. Proprio in relazione alla Strategia dell’OltrePoMantovano e consegnandola alle sue parti come apporto cooperativo, l’espressione trova ragione – mi pare sufficiente – nelle quattro sfide che la sua realizzazione può considerare. Forse anche disordinandosi o come occasione per rivisitare la sua disciplina e quella che vediamo applicata anche altrove.
È forse presuntuoso trarre dall’esperienza cooperativa (specifica) apporti e obiettivi per un programma pubblico (generale) ma la possibilità che il confronto mantovano ha consentito di elaborare non va sprecata e ne accetto il rischio. Peraltro, più che una legittimazione il movimento cooperativo dovrebbe trarne una responsabilità e un progetto. C’è in gioco l’effettività della funzione sociale riconosciuta al modello cooperativo dalla Costituzione Italiana che va oltre l’applicazione formale della sola mutualità civilistica nella quale alcune cooperative si sono da tempo rifugiate.
LA PRIMA SFIDA È PEDAGOGICA (DELLA CURA). RIUSCIREMO SOLO IMPARANDOLO QUOTIDIANAMENTE
Scegliere il territorio vuole infatti una strutturale e sistemica ri-capacitazione alla sua costruzione. Il riferimento alla crisi e a una nuova valorizzazione dei luoghi è dominato da due approcci molto potenti e ingombranti. Alle volte antagonisti per essere l’uno alibi dell’inefficacia dell’altro, più spesso complici nel trovare alibi nel mondo, fra la gente o le imprese. Da un lato quello morale, con tratti moralistici e di colpevolizzazione etica, che esorta al ritorno promettendo bene. Dall’altro quello politico della programmazione straordinaria per soluzioni decisive, che esorta alla fiducia e promettendo supporto.
Scegliere il Territorio vuole la sua costruzione e la ripresa quindi della sua capacità. L’abbiamo persa, sedotti dalla promessa del capitalismo industriale, poi terziario e finanziario, che la soddisfazione dei bisogni e dei desideri poteva essere individuale e prescindere dai luoghi.
La memoria di territori vivi, mutualistici e rassicuranti non è colpevolmente parziale per il silenzio sui soli tratti più intimi di sofferenza, ingiustizia e discriminazione che tollerava ma anche per quello sulla manutenzione quotidiana e feriale che li produceva e li manuteneva, con l’implicazione diretta e complice di tutti i processi produttivi e delle loro economie di scambio sul posto e con il mondo. Non era un tempo più buono, era un tempo più consapevole nel sapere tacito che il territorio attorno e la sua prossimità erano necessari alla realizzazione individuale e per questo esigevano cura comune e incondizionata. Si tratta di una condizione ancora attuale ma i modelli di crescita e di soluzione del collettivo percorsi negli ultimi decenni non l’hanno considerata. Ci consegnano un contesto di profondo analfabetismo territoriale e comunitario e quindi l’incapacità di “mettere mano ai luoghi”. Rappresentando territori e comunità come lo scheletro che ci regge (o, meglio, dal quale ci vogliamo far reggere), possiamo immaginare questi vuoti come un’osteoporosi diffusa: progressiva, invisibile, sistemica e resa evidente da fragilità e rotture inabilitanti.
- Quali risorse e quali azioni dedicheremo al territorio per ri-alfabetizzare alla sua costruzione comunitaria coloro che ci vogliono stare, lavorare o possedere qualcosa?
- Con quale attenzione e qualificazione specifica faremo di ogni azione un’occasione di apprendimento ed esercizio?
- Come ricostituiremo o trasformeremo in palestra comunitaria la nostra impresa, la nostra associazione, la nostra filiera di interesse o produttiva?
LA SECONDA SFIDA È LA CONOSCENZA DEL MONDO (DELLA RAGIONE UNIVERSALE). RIUSCIREMO SOLO SE SERVE IL MONDO E LA TERRA
È la conoscenza che ci facciamo mancare per la potenza e la visceralità della narrazione possidente ed egocentrica dei territori italiani (dal di dentro) e della loro rappresentanza (tutt’attorno) e che fonti sempre più autorevoli e frequenti provano a penetrare e scardinare. Va citata fra queste l’opera di UNCEM e in particolare il Rapporto Montagne 2025 che si propone, proprio in questi giorni, alla nostra attenzione. Dico “della ragione” questa sfida perché riguarda la definizione di perché logici e oggettivi (universali), non romantici o soggettivi (provinciali), alla scelta del territorio. Per la sintesi che questo spazio opportunamente esige, colgo e indico qui per l’Oltrepo Mantovano e per tutti due perché che mi sembrano pertinenti.
Uno lo prendiamo dal cielo, perché dal globale e da osservatori generali. Viviamo un’epoca di incertezza e solitudine insieme a globalità e complessità. I primi due caratteri sono ritenuti comunemente effetti negativi o inevitabili dei secondi, assunti, peraltro, come mali imperativi o inesorabili. Gli osservatori più interessanti e per me più attenti invece affermano come globalità e complessità sono opportunità di questo tempo che proprio nell’affronto dei primi due tratti possono compiersi positivamente e che solo la nostra distrazione traduce in quegli effetti e in altri ancora più gravi. Floridi, in particolare, raccomanda la produzione di senso e cooperazione quali “commodities” necessarie a gestire per il miglioramento del benessere collettivo la complessità e la sua sostenibilità, riducendo il tasso di incertezza [1]. Byung-Chul Han indica invece la necessità di indugiare in un tempo di nuova istituzione prossima alle persone [2].
Ebbene, mi sembra di poter intravvedere i territori e i loro luoghi come mezzi fra i più potenti per fronteggiare incertezze e solitudini dando scopi e direzione di valore a complessità e globalità. Spazi dove possiamo imparare e rendere utile un indugiare istituente. Potremmo addirittura rappresentarli come la struttura produttiva (offerta) per il bisogno e il mercato (domanda) di certezza e relazione, nella globalità complessa e ibrida (progresso) oggi felicemente possibile (opportunità). Occorre quindi assumere consapevolezza di questa funzione, anche corrispondente a uno spazio di mercato, nel trattare gli obiettivi di resistenza/resilienza/fecondità dei territori con il noi che li abita insieme, non come misura difensiva ad uso interno ma come leva di consegna e di attrattività globale.
È chiaro che lo stesso cielo da cui traiamo questa opportunità è quello che ci indica, a conferma, un’umanità sola e incerta di casa in casa. Chi compra cerca relazione e una storia con chi ha prodotto e offre; chi viaggia cerca una provenienza; chi ascolta cerca una storia partecipabile; chi cammina cerca un sentiero calpestabile e una casa abitabile di riparo; chi lavora ne cerca il senso. È il perché che prendiamo dalla terra osservando piccole ma costanti e crescenti migrazioni, ancora controintuive, dirette dai centri metropolitani a territori esterni più rarefatti e naturali. Ne abbiamo anche percezione singolare nelle storie e nei magoni che affliggono e preoccupano le persone nei non luoghi. La sete di senso, relazione, spiritualità, fresco, spazio, sicurezza, identità, salute muove le persone, le spinge sui territori, anche verso l’OltrePo Mantovano. Elena Granata è chiarissima sul punto in tutta la sua opera.
- A quali fenomeni globali colleghiamo consapevolmente ed evidentemente la nostra programmazione territoriale?
- Quali alleanze e complicità dimostreranno immediatamente che il nostro scopo non è difenderci dal mondo ma parteciparne e risolverne la globalità?
- Come fare nostri e “volgarizzare” in una conoscibilità diffusa e popolare i dati e informazioni sulla globalità e i fenomeni che cercano i territori e un luogo?
- Come collegare in una visione unitaria di sviluppo territoriale le aree cosiddette interne dell’OltrePo Mantovane con quelle metropolitane, periurbane e industriali?
LA TERZA SFIDA È MANAGERIALE (DELL’ECONOMIA O DELL’IMPRESA). RIUSCIREMO SOLO FACENDOLO BENE E TORNANDO ALL’ECONOMIA
Non si può scegliere il territorio senza un modello economico e imprenditoriale che lo implichi nel suo scopo e nei suoi processi produttivi. Siamo cresciuti scindendo consapevolmente la dimensione economica dalla vicenda dei territori, resi mere location produttive o bacini di risorse estraibili finché ce ne sono. Non è mai stato così. I territori che ricordiamo luoghi erano abitati da economie circolari e mutualistiche. Non le giudichiamo anche sostenibili per ciò che abbiamo imparato poi scientificamente da aggiungere al sapere tacito e di tradizione, ma l’intento di preservazione dei luoghi per la stagione e la generazione successiva era istintiva e diffusa. Agiva per questo, oltre la dimensione individuale e per la sua realizzazione, funzioni di tutela e cura del patrimonio territoriale collettivo e di un’urbe di relazione e istituzionale. È il patrimonio territoriale (la coscienza dei luoghi) di Becattini che i territorialisti italiani suoi eredi ci ricordano anche nella contemporaneità.
È l’impresa che potremmo dire ancora oggi abitante anche se prevale con qualche fraintendimento o approssimazione la qualificazione di comunitaria mentre diverge sostanzialmente da quella sociale per come si è configurata.
Per riconoscerla dobbiamo immaginare una sequenza di selezione fra chi sta sui territori che, a chi li vive, anche senza esserne sociologi (e io non lo sono), è già chiara. Contiamo fra chi semplicemente sta sul territorio (tutti) coloro che dichiarano anche pubblicamente (all’anagrafe o in piazza) il loro stare. Da chi resta contiamo coloro che lo abitano avendone cura per una parte che dicono loro e facendone biografia personale. Da questa parte (già minoritaria) selezioniamo coloro che lo abitano insieme partecipandone usi e parti comuni come valore per sé o per tutti. Solo fra questi possiamo infine individuare coloro che lo abitano insieme economicamente, cioè agendo, promuovendo e istituendo meccanismi e processi generativi di trasformazione e scambio sul posto. Siamo così al piccolo nucleo di persone e imprese abitanti e possiamo assumere il compito di contaminare del loro approccio e del loro scopo tutto il resto. Sono cellule staminali. Non ci soffermiamo qui sul modello di business e sul vantaggio di efficienza che le imprese abitanti applicano ma potremmo essere precisi in questo e comunque riassumerlo in questa distinzione di sintesi: le imprese locali stanno in un posto usandone le risorse, quelle abitanti abitano un luogo generandole.
- Siamo determinati a riconoscere, qualificare e sviluppare sul nostro territorio l’impresa abitante con ogni azione (bandi, infrastrutture, programmi di formazione e sostegno) che compiamo?
- Potremmo valutare di diventare la Silicon Valley delle imprese abitanti diventando particolarmente attrattivi per chi interpreta così e per questa funzione la propria disponibilità di visione, competenza e capitale?
- Siamo pronti a innovare le nostre istituzioni ibridando fra loro le funzioni di rappresentanza e regolazione nei settori della cultura, del welfare e produttive?
LA QUARTA SFIDA È CULTURALE (DEL DESIDERIO). RIUSCIREMO SOLO FACENDOLO PER UN FIGLIO (PROPRIO O D’ALTRI POCO IMPORTA)
Quando ho chiesto ai soci di Briganti del Cerreto (cooperativa comunitaria di lavoro forestale costituita nel 2003 sull’Appennino Tosco-Emiliano) perché avevano deciso di abitare il loro territorio e assumersi la fatica dei luoghi, la risposta più profonda e interessante è venuta – come sempre – dalle donne della compagnia. Simona ed Erika, in scene e incontri diversi, confermarono che la loro scelta si riferiva ai figli e al desiderio che crescessero in un luogo. Simona in particolare parlò del “dilemma” di scegliere dove far nascere un figlio. Mia, figlia sua e di Simone, è nata e sta crescendo al Cerreto e i figli di Erika scappano nei suoi boschi in cerca di funghi sapendo quali raccogliere e cosa farne. Vale anche per l’OltrePo Mantovano: scegliere il territorio è la risposta a questo dilemma sognando queste scene, magari fluviali e di golena.
Possiamo riferire un altro racconto breve, sempre al femminile sulla ragione del luogo e aggiungendo al desiderio la sua cura. La Collina è una cooperativa agricola costituita nel 1975 nella campagna alle porte di Reggio Emilia. Alcune famiglie, ispirate e guidate da un sacerdote, decisero di abitare insieme nella piena comunanza di tutto, anche della genitorialità verso figli propri e di altri, coltivando la terra. La scelta dell’agricoltura biologica, oggi biodinamica, che ancora li distingue, fu imposta dalle donne e da un loro sciopero. Si rifiutarono di lavorare la terra trattata chimicamente indicando agli uomini la tutela di bambine e bambini che vi giocavano. Tutto qui.
- Nel cratere profondo del ricambio generazionale dei territori lombardi (come di quelli emiliani e veneti) desideriamo ancora consegnarne i patrimoni territoriali e la loro responsabilità a figli? Anche d’altri, liberi finalmente i nostri o in mancanza loro? O ci accontentiamo di incassarne il valore uscendo nel lutto dalla loro storia?
La scelta del territorio ha un prezzo di riscatto. Il suo valore è pari a quello della sua cessione finanziaria a non si sa chi e per uscirne (valorizzazione oggi più corrente e definitiva nei territori lombardi, emiliani e veneti sedotti da fondi speculativi di ogni sorta o manager di imprese senza coscienza di un luogo) che ne chiude irrimediabilmente le storie. Abbiamo segnali ovunque che questa ricchezza non ne ripara il lutto.
Non ho collegato puntualmente le sfide territoriali all’apporto cooperativo contando sull’intuizione semplice del collegamento naturale di ognuna di esse all’esperienza cooperativa e al suo modello. Per le cooperative è già infatti prescrittiva (o dovrebbe esserlo) la scelta del territorio perché corrispondente alla scelta cooperativa con l’affronto quotidiano di una sfida pedagogica, di conoscenza e manageriale. Esprimendo una cultura intimamente intergenerazionale come necessariamente sono i suoi capitali. Senza il nostro effettivo e convinto cooperare non è possibile e resterà incredibile.
NOTE
[1] Cfr. Floridi: “Le nostre vite e i nostri viaggi tra reale e virtuale: benvenuti nel mondo onlife” lezione tenuta il 16/5/2022 presso TSM (Trento) dalla quale possiamo tratte la sua espressione “More complexity more cooperation” https://youtu.be/FK2UDSdZaYM?t=3510e e un approccio ontologico generale sul “cooperare”. Sulla “produzione di senso” si veda il suo “Etica dell’intelligenza artificiale”. [2] Byung-Chul Han, “Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale”.ABSTRACT
This essay takes the OltrePo Mantovano as a starting point to reflect on the broader question of territorial development. It argues that the challenge is no longer about what to do with non-metropolitan areas, but about how to care for territory as a whole in the age of digital and ecological transitions. Drawing on the cooperative tradition, the text identifies four key challenges: pedagogical (care), knowledge-based (universal reason), managerial (economy and enterprise), and cultural (desire). These dimensions are presented as essential to rebuilding community capacity and making territories livable, resilient, and generative. The essay highlights how cooperative practices can act as a lever for public strategies, connecting local action with global phenomena. Ultimately, it frames the choice of territory as a collective responsibility and a decisive condition for future well-being.
