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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Che funzione possono avere gli spazi di comunità nello sviluppo di innovazione trasformativa? Questo contributo fa parte del dossier “Coltivare Comunità” di Letture Lente, e propone uno spazio di riflessione sul potenziale offerto dalla rigenerazione adattiva allo sviluppo di un nuovo modello di welfare

IL RUOLO DEGLI SPAZI DI COMUNITÀ RISPETTO AL WELFARE DELLE POTENZIALITÀ

Salerno è una città estesa e rizomatica, che a partire dall’Ottocento ha preso a crescere – tra spinte imprenditoriali e risposte a catastrofi naturali – senza un preciso piano di riferimento. Oggi il suo tessuto urbano presenta ispessimenti e rigonfiamenti, con aree sovraccariche e sovrapposizioni di funzioni, che raccontano ancora i retaggi di una tendenza estrattiva irrispettosa del valore e della fisiologia del territorio. Perché la città possa riappropriarsi della propria capacità generativa, un primo passo potrebbe essere lo sviluppo di una nuova partitura tra spazio pubblico e privato che permetta ai vuoti di diventare luoghi in cui la comunità può (ri)conoscersi e sviluppare una visione condivisa del futuro che si impegna a costruire.

Significative opportunità potrebbero aprirsi a riguardo, anche in dialogo con una nuova centralità a cui il sud potrebbe ambire nei complessi scenari geopolitici che si stanno disegnando. Perché ciò possa avvenire occorre uno sguardo di lungo termine, che abiliti la possibilità di una trasformazione senza però rinunciare ai continui meccanismi di adattamento richiesti dalle rapide, e spesso inattese, evoluzioni dei nostri tempi. Questo necessita l’attivazione di nuovi dialoghi tra attori diversi, perché le opportunità che si aprono possano davvero favorire lo sviluppo dei territori e delle comunità, e non protrarre i processi di depauperamento delle sue risorse umane, cognitive e naturali.

Le città da sempre sono chiamate a una trasformazione continua. A plasmarle è l’azione congiunta dei cambiamenti del contesto storico e della spinta esercitata dalle innovazioni che daranno vita a nuovi modelli, servizi/prodotti e sistemi più capaci di rispondere alle nuove condizioni. Sollecitazioni quali la pandemia e il cambiamento climatico ci stanno costringendo a maturare maggiore consapevolezza delle interconnessioni tra i diversi ecosistemi, portandoci a mettere in discussione i paradigmi esistenti per identificarne di nuovi.

Assistiamo così in diversi contesti al tentativo di superare la distinzione tra processi bottom-up o top-down, alla ricerca di un livello mediano in cui sia possibile una costruzione strategica condivisa: una orchestrazione delle innovazioni disponibili e la stimolazione di nuove attivazioni sulla base di una visione condivisa, in ascolto costante dei segnali di cambiamento che possano anticipare delle evoluzioni di contesto.

Diventa sempre più urgente infatti la capacità di anticipazione e adattamento, alla ricerca non di architetture rigide ma di infrastrutture guidate da accordi che settano intenti comuni, disegnando meccanismi rapidi ed efficaci nel coordinamento tra attori diversi, chiamati a cooperare nella costruzione adattiva delle transizioni. La fisiologia di questi processi deve prevedere un grado di apertura utile a cogliere aspetti emergenti, definito da Niels Åkerstrøm Andersen e Justine Grønbæk Pors come futurizzazione [Il welfare delle potenzialità, Niels Åkerstrøm Andersen e Justine Grønbæk Pors].

Questa nuova tensione porta gli spazi dedicati alla costruzione comunitaria ad un ruolo sempre più significativo nell’elaborazione di nuovi immaginari, generazione di una memoria condivisa di futuri alternativi, sviluppo di nuovi comportamenti, attivazione di dialoghi tra soggetti talvolta distanti e incubazione di imprenditorialità civica. Non esiste un nome univoco che sappia raccogliere la varietà di format fin qui sviluppati con questo obiettivo, come non esiste un modello universalmente valido. In questo articolo indagheremo due differenti approcci al (ri)uso degli spazi pubblici, processi community-based e rapporto tra diverse comunità (di scopo, di pratica, di luogo) che stanno costituendo a Salerno un innesco per processi di trasformazione adattiva.

SALERNO, EX-CHIESA DEI MORTICELLI: CASO DI STUDIO 1

Potresti non notarla. Anche se sei nel centro di Salerno questa è una zona liminale: qui si sfiorano migranti, famiglie storiche del posto e turisti. Automobilisti e motociclisti si fanno impazienti, lì dove inizia l’area ZTL e ci si affretta per raggiungere il Trincerone alla ricerca di parcheggio.

Eppure nell’attraversare Largo Plebiscito quella struttura ottagonale dalle pareti gialle chiama il tuo sguardo. Uno sguardo esperto è colpito dalla somiglianza immediata con certi battisteri, destinati ai neofiti. Altri sono incuriositi dalla scritta al neon che poco sopra la scorticatura del muro dice “È amore vero…”. Ti avvicini e trovi due porte: quella laterale e quella principale. Quest’ultima si iscrive tra due colonne in stile Corinzio. Quasi nascosti dietro di esse, spuntano in rilievo sulla parete due scheletri armati di falce.

La chiesa di San Sebastiano del Monte dei Morti, conosciuta da tutti come chiesa dei “Morticelli”: ex-voto della cittadinanza scampata alla peste. La leggenda vuole che i cadaveri delle persone morte di peste siano seppelliti proprio lì sotto. I Morticelli, per l’appunto. Fino agli anni ‘80 luogo di culto. Poi il sisma, i danni alla sagrestia e l’inagibilità. Per anni le fedeli e i fedeli hanno continuato a frequentarla. Nel tempo si riducono, fino all’abbandono.

Il peso dell’edificio costruito sopra la sagrestia a fine Ottocento in uno dei numerosi rimaneggiamenti rende indispensabile un restauro. Dura dieci anni. I ponteggi sembrano diventare parte dell’identità di questo luogo. Alla riapertura emerge che tutti gli elementi decorativi pittorici, dalle pale d’altare ai preziosi quadri del ‘600, non sono più presenti e ad oggi risultano ancora non ritrovati. Richiusa nuovamente per problemi statici. Sconsacrata. Riaperta nel 2011 come bene storico appartenente al Comune di Salerno. Entri e ti lascia senza fiato, ti porta altrove. I bambini, ad esempio, non riescono a fare a meno di correre e giocare.

SALERNO, EX MUSEO DEL FALSO: CASO DI STUDIO 2

Si incunea nel tessuto urbano cittadino con un piccolo slargo, fiancheggiato da una strada che connette le principali vie del passeggio con quelle della zona residenziale, poco distanti Piazza Sedile di Portanova e via Mercanti. Puoi arrivarci percorrendo via San Benedetto, dove trovi la Chiesa di Sant’Apollonia. Un’altra bellissima chiesa sconsacrata, che ogni tanto ospita il mercato di Campagna Amica. Dai cortili interni delle case il profumo di magnolie e ficus. Oppure puoi prendere la salita di via Porta Elina, lasciandoti alle spalle un centro storico che da non molto ha riscoperto la possibilità di attrarre turiste e turisti. Forse anche per questo prova a rendersi leggibile, trasformando ad esempio i suoi muri in spazi poetici che si offrono a tutte e tutti con esperienze come quelle dei Muri Poetici del rione Fornelle. Tutt’attorno scuole, chiese e negozi.

L’età di ragazze e ragazzi che puoi incontrare qui difficilmente supera i 18 anni: chi frequenta l’università probabilmente è al campus o in altre città, salvo che nei fine settimana. Qualcuno forse si è fermato qui a chiacchierare, come testimoniano due bottiglie di birra lasciate in un angolo. Avvicinandoti, due porte in ferro battuto dal gusto decò lasciano ampio spazio per sbirciare all’interno: un grande ambiente unico, scandito al centro da alcuni pilastri a pianta quadrata che articolano lo spazio in sette ambienti voltati. Sul fondo un piccolo soppalco raggiungibile con una scala a chiocciola. È stato deposito della nettezza urbana, ma tutte e tutti lo conoscono come l’Ex Museo del falso: inaugurato nel 1991 con l’obiettivo di svelare meccanismi di funzionamento di frodi e raggiri, viene chiuso nel 2011. Per un breve periodo lo spazio trova la funzione di Archivio di Architettura Contemporanea. Oggi è definitivamente dismesso, soggetto a vincoli storico-archeologici. È di proprietà del Comune.

IL BANDO “FERMENTI IN COMUNE”

Sono due dei tanti spazi abbandonati, dismessi e sottoutilizzati di Salerno. Sono i due luoghi al centro della sperimentazione per stimolare la nascita di luoghi di comunità di Salernopuntocom – Punti di comunità creativi per l’innovazione sociale: una delle 10 proposte vincitrici per la linea dedicata ai comuni di grandi dimensioni del bando nazionale Anci “Fermenti in Comune”, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale.

Il progetto di Salerno viene approvato per un budget di 160.000 euro con un cofinanziamento di 40.000 euro. Altre città vincitrici sono Forlì, Prato, Novara, Taranto, Brescia, Bologna, Verona, Firenze e Pescara. In risposta all’emergenza sanitaria, generata dalla pandemia Coronavirus (Covid-19), e alla conseguente crisi sociale ed economica, l’ANCI ha selezionato proposte progettuali presentate dai Comuni, suddivisi per fasce dimensionali, che attivino sui territori un’azione forte e mirata di sviluppo, rilancio e innovazione, incentrata su un ruolo incisivo da parte dei giovani under 35. A partire dai nuovi bisogni emersi, l’obiettivo è puntare sulle potenzialità delle realtà giovanili per facilitare il rilancio dei territori e definire modelli efficaci in termini di sostenibilità delle azioni nel tempo. Cinque le sfide identificate da bando: uguaglianza per tutti i generi; inclusione e partecipazione; formazione e cultura; spazi, ambiente e territorio; autonomia, welfare, benessere e salute.

SALERNOPUNTOCOM – PUNTI DI COMUNITÀ CREATIVI PER L’INNOVAZIONE SOCIALE

Salernopuntocom vede collaborare il Comune di Salerno con Blam, Pessoa Luna Park e MappiNa. Blam è un collettivo di architette under 35 impegnate dal 2018 in processi di rigenerazione urbana partecipata e innovazione sociale, connesse al riuso adattivo del patrimonio culturale a partire dall’attivazione civica. Dal 2018 il collettivo ha avviato il progetto “SSMOLL” (San Sebastiano del Monte dei Morti Living Lab). Pessoa Luna Park è un progetto culturale itinerante, che dal 2019 coniuga in maniera del tutto inedita tre temi fondamentali: ecologia, innovazione e promozione culturale. Un luna park urbano rivolto principalmente ai millennial e alla generazione Z. L’obiettivo del Pessoa Luna Park è concedere alla comunità il tempo necessario per instaurare un legame con gli spazi, attivando nuovi immaginari che consentano di sperimentare usi inediti e favoriscano l’attivazione di comunità altrimenti marginali nel cambiamento della città. MappiNa nasce come piattaforma di collaborative mapping che realizza una diversa immagine culturale delle città a partire dal contributo, critico ed operativo, dei suoi abitanti e delle sue abitanti.

Quattro le azioni in cui si articola la proposta:

  • 0.MAPPIAMO, mappatura collaborativa di edifici abbandonati o sottoutilizzati che potrebbero diventare punti di comunità. Doveva essere la prima attività del percorso, ma rallentamenti nell’avvio, hanno portato a uno slittamento dell’azione. L’individuazione degli spazi per la sperimentazione è avvenuta su altre basi, ma è stato condotto un workshop per identificare le categorie da tenere in considerazione nella mappatura. L’attività ha favorito il dialogo tra gli attori del territorio e l’emersione della necessità di chiarezza nella procedura di assegnazione degli spazi. Il team di MappiNa ha sviluppato l’app riuSA, disponibile per la sperimentazione nello store.
  • 1.RIAPRIAMO, coinvolgimento di studentesse, studenti, architetti e architette, designers under 35 nella progettazione e realizzazione degli allestimenti supportarti da tutors. Da una parte Blam ha attivato dodici giovani professioniste, provenienti da background e percorsi formativi differenti, che per circa due mesi hanno lavorato con il supporto dell’architetto Enzo Tenore nello sviluppare arredi che al contempo potessero valorizzare la storia dell’ex Chiesa e supportare i diversi usi degli spazi come caffetteria, portineria, infopoint (qui l’articolo di approfondimento). Per il Pessoa Luna Park invece il lavoro ha coinvolto un gruppo composto da ricercatori e dottorandi del Dipartimento di Architettura – Università degli Studi Federico Secondo di Napoli, con il coordinamento degli architetti Viviana Saitto e Eduardo Bassolino. Si è concentrato su un adattamento degli allestimenti che, pensati per essere dispositivi relazionali e attivatori di azioni volte al cambiamento, sono il frutto di una lunga costruzione che mira a costruire continuità alla dimensione itinerante.
  • 2.ATTIVIAMO, selezione di sette futuri e future Placemakers under-35 che, accompagnate/i da un percorso di formazione, perfezionano il modello dei “punti di comunità” e ne gestiscono insieme ai partner le attività sperimentali. Una formazione congiunta, per sviluppare le sperimentazioni nei due spazi. Due le placemakers che hanno lavorato con il team Blam a realizzare le attività dei Morticelli: portineria sociale, info point e foyer. Quattro i mesi a loro disposizione. Mercato zero waste e fablab hanno invece operato per due mesi all’interno dell’ex Mercato del Falso. Accanto al team del Pessoa Luna Park cinque placemakers. Da una parte un percorso per identificare un campo di azione prioritario per lo sviluppo territoriale e attivare offerta di servizi di prossimità o imprenditoria civica. Dall’altra, la capacità di catalizzare una comunità di under 35 che si sono riconosciuti in un approccio libero, aperto e creativo allo stare insieme: in meno di 20 giorni di attività oltre 4500 le persone coinvolte. Meccanismo che si è verificato anche con produttrici e produttori, che hanno sentito affinità coi valori promossi e hanno trovato uno spazio in cui sviluppare nuovi meccanismi di dialogo con il territorio.
  • 3.VIVIAMO, realizzazione di attività artistiche e culturali a opera di artiste e artisti selezionati con lo scopo di ampliare la partecipazione civica. Quanto emerso dalle sperimentazioni si è tradotto in due call che porteranno a realizzare nuove attività nei diversi ambiti identificati dalle sperimentazioni, dall’hacking urbano fino a nuove forme di (non)turismo.

Una struttura a staffetta che sta coinvolgendo diverse comunità di innovatori e innovatrici accanto ai challenge launcher, le realtà che hanno identificato l’opportunità trasformativa e che guidano la sperimentazione utile a chiarire il modello migliore per riuscire a coglierla.

COSA ABBIAMO IMPARATO FIN QUI

La forza di un’invasione gentile

Rispetto ai due modelli testati, la dimensione estemporanea ha dimostrato di portare grande valore nell’aprire le logiche di contesto a nuove possibilità, riuscendo a generare un precedente positivo nel creare relazioni e dare voce anche agli attori che tendono ad avere ruoli marginali. Inoltre, la condizione di barbaro gentile porta più facilmente a una postura d’ascolto che dia credito a tutte le persone che attraversano lo spazio. Allo stesso modo il vincolo temporale, combinato a una poetica chiara ma aperta alle proposte, favorisce un’urgenza progettuale che in tempi brevi sa tradursi in format originali da continuare a sviluppare anche in tappe successive. Proprio come un luna park, la limitazione della presenza nel tempo ha saputo avere una capacità attrattiva fortissima, riuscendo a generare in breve tempo sostenibilità economica per le attività condotte anche grazie a dispositivi relazionali capaci di stimolare dialoghi significativi ma non privi di leggerezza (da Indovina chi ci ha rovinati? dove i personaggi del noto gioco da tavolo si trasformano nei responsabili del disastro climatico fino a la Biliardina, che sostituisce i calciatori sulle stecche con figure femminili di ispirazione). Resta ancora da capire in che modo strutturare, anche nella estemporaneità, una possibile continuità che possa dare seguito ai desideri manifestati dalle comunità.

Costruire l’adattabilità trasformativa

Dall’altra parte un’attività continuativa nel tempo, a partire da un bene connotato a livello identitario, permette di contribuire alla trasformazione della città, aprendo spazi di esplorazione rispetto agli ambiti d’azione prioritari per le comunità. Tali elementi consentono di identificare azioni di innesco, utili a generare il patrimonio cognitivo necessario a favorire meccanismi di ascolto e coordinamento adattivo delle comunità e dei territori. Inoltre la possibilità di identificare insieme le aree prioritarie di azione, catalizzare gli attori chiamati a collaborare e stimolare la generazione di innovazioni. Resta ancora da chiarire se un punto di comunità che risponda a questa vocazione riesca più efficacemente in questo intento diventando spazio di produzione culturale o facilitando la produzione culturale di altri enti.

Fisiologia delle sperimentazioni

Il bando lanciato da Anci ha previsto che fosse l’amministrazione a svolgere il ruolo di capofila. Una scelta significativa che ha favorito meccanismi di dialogo e scambio con la pubblica amministrazione. Grandissima è stata la disponibilità da parte dei policymakers a mettersi in gioco e a partecipare direttamente alle attività, per favorire la messa a sistema strategica di quanto sperimentato con le altre attività del territorio. L’impegno richiesto in questa veste ha però comportato diverse fatiche organizzative, spesso difficili da far dialogare con le numerose priorità che vedono in questo momento protagoniste le pubbliche amministrazioni. In particolar modo l’avvio ha visto uno slittamento, che ha portato a una contrazione dei tempi di attuazione e ha reso molto sincopata la realizzazione del progetto. Tempo che avrebbe consentito, ad esempio, di lavorare maggiormente alla messa a sistema tra gli esiti delle due sperimentazioni.

Dispiegare il potenziale trasformativo

Le strategie proposte a livello europeo e nazionale partono da visioni molto alte, che richiedono una interpretazione da parte dei territori per poter essere attuate. La lettura che gli ecosistemi ne possono dare rende evidenti potenzialità nuove, da interpretare alla luce tanto del patrimonio disponibile (naturale, relazionale, sociale, cognitivo) che di quello che può essere attratto o generato. La costruzione di questa visione deve poter rimanere flessibile, intercettando risorse non eccessivamente vincolate e contando su meccanismi di governance capaci di rimanere aperti. In questo è necessario preservare uno spazio per la serendipity dell’innovazione: luoghi in cui incontri, dialoghi, confronti permettano di ampliare i confini di ciò che possiamo immaginare e costruire insieme, trasformando i vuoti in spazi di opportunità.

ABSTRACT

Cities have always been called upon to undergo continuous transformation. Shaping them is the combined action of changes in the historical context and the push by innovations that will give rise to new models, services/products and systems more capable of responding to new conditions. Stresses such as pandemics and climate change are forcing us to become more aware of the interconnections between different ecosystems, leading us to question existing paradigms in order to identify new ones. We are thus witnessing in various contexts an attempt to overcome the distinction between bottom-up and top-down processes, in search of a median level where a shared strategic construction is possible: an orchestration of available innovations and the stimulation of new activations on the basis of a shared vision, constantly listening for signs of change that can anticipate contextual evolutions. In fact, the ability to anticipate and adapt is becoming increasingly urgent, in search not of rigid architectures but of infrastructures guided by agreements that set common intentions, designing rapid and effective mechanisms for coordination between different actors, called upon to cooperate in the adaptive construction of transitions. The physiology of these processes must provide for a degree of openness that is useful to grasp emerging aspects, defined by Niels Åkerstrøm Andersen and Justine Grønbæk Pors as futurisation [The Welfare of Potentiality, Niels Åkerstrøm Andersen and Justine Grønbæk Pors]. This new tension brings community building spaces to an increasingly significant role in the elaboration of new imaginaries, generation of a shared memory of alternative futures, development of new behaviours, activation of dialogues between sometimes distant subjects and incubation of civic entrepreneurship. There is no single name for the variety of formats developed to date with this objective, just as there is no universally valid model. In this article we will investigate two different approaches to the (re)use of public spaces, community-based processes and the relationship between different communities (of purpose, of practice, of place) that are providing a trigger for adaptive transformation processes in Salerno.

 

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Azzurra Spirito

Azzurra Spirito

E' una designer di processi collaborativi impegnata nello sviluppo di azioni, pratiche e strumenti volti alla cooperazione online e offline di sistemi (omogenei e non), con particolare attenzione a quelli che connettono pubblico-privato-comunità. Supporta l'identificazione di strategie a prova di futuro, adottando futures methods. Accompagna processi community-based nella generazione di servizi, progetti, modelli e policy. Grazie al framework design thinking, ibridato a diversi metodi e approcci, facilita l'identificazione di opportunità di impatto sociale positivo, la strutturazione di progettualità, la definizione di prototipi attraverso cui arrivare all'implementazione di soluzioni innovative in ambiti diversi: dalla rigenerazione urbana all'healthcare. È parte del team ForwardTO | Studi e competenze di scenari futuri. Ha lavorato per cinque anni all'interno di SocialFare | Centro per l'Innovazione Sociale. Come libera professionista ha collaborato, tra le altre, con realtà quali Univeristà Luiss Guido Carli di Roma, LabGov.city, TechSoup, Ong 2.0, Croce Rossa, Ires Piemonte.

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