skip to Main Content
LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Durante un recente periodo come Visiting Professor presso l’Universidad Nacional de Rio Negro di Bariloche nella Patagonia Argentina, Letizia Bindi, docente di Antropologia Culturale all’Università del Molise ed esperta di sviluppo locale, ha avuto modo di osservare e partecipare a lezioni, incontri e giornate di studio e confronto con i/le colleghi/e e gli/le studenti/studentesse. Ciò ha dato avvio a una riflessione sulle differenze e le opportunità di confronto tra dimensioni dell’apprendimento e della ricerca in aree diverse del mondo e su quanto questa comparazione possa essere letta e opportunamente utilizzata come elemento di fertilizzazione e vivacizzazione reciproca tra le diverse storie disciplinari e linee di sviluppo del pensiero critico e delle metodologie della ricerca

MATI E BOMBILLAS, GENERE E BIODIVERSITÀ

Le classi della Universidad de Rio Negro a Bariloche sono colme di giovani ricercatori e ricercatrici, di studentesse e studenti; gli spazi sono chiari, luminosi. Potremmo trovarci in un qualsiasi sito universitario del mondo se non fosse che quasi su ogni banco, su ogni scrivania si ergono come piccoli segnaposti identitari i termos per l’acqua calda e i mati, le piccole zucche vuote con le loro bombillas con cui si prepara e si consuma la yerba mate: piccolo rituale quotidiano di condivisione e circolarità che riporta al cuore anche del vivere urbano l’uso di bere ritualmente dalla stessa tazza in modo circolare secondo implicite quanto consolidate modalità cerimoniali [1].

Si sono svolte in questa università del profondo sud antartico del mondo le Jornadas de investigación y extensión che da noi sarebbe un po’ come la settimana della ricerca scientifica e della terza missione, essenzialmente. Questa serie di incontri con giovani studentesse e studenti, ricercatrici e ricercatori latinoamericani mi ha offerto l’opportunità per alcune riflessioni che mi piace proporre per una lettura trasversale e transnazionale dei temi della sostenibilità e della transizione verde così centrali in questa nostra speciale congiuntura.

Oltre ai mati e alle bombillas, l’altro colpo d’occhio impressionante è la gran quantità di ragazze e il loro evidente protagonismo nei molti tavoli tematici che si avvicendano nel corso delle giornate. Il género è in questo momento e da tempo nel discorso critico e investigativo latinoamericano un tema molto presente, agganciato in modo radicale: attraversa le ricerche nei contesti rurali, impegna la riflessione sulle trasformazioni urbane, influenza e taglia trasversalmente i dibattiti sull’impatto della cultura e della creatività nel disegno di nuove strategie di sviluppo sostenibile e responsabile. Le donne prendono la parola con notevole autorevolezza, con una radicalità che non è facile ritrovare tanto spesso e con tanta consapevolezza in Europa oggi, coordinano ricerche. È vero, spesso i direttori di dipartimento o i coordinatori di carreras (corsi di studio) continuano a essere uomini, ma non mancano figure che si distinguono anche in termini di ruolo accademico.

L’altro tema trasversale che segna in modo davvero cospicuo le giornate di dibattito è quello della sostenibilità e della crisi ambientale e climatica. Vista da qui la questione sembra essere quasi più urgente: cambi climatici repentini e intensissimi – anche e proprio nei giorni immediatamente precedenti le Jornadas – i ghiacciai dell’Antartide che si sciolgono a ritmi impressionanti portando il pack ai minimi storici, la siccità dirompente nella estepa patagonica che si acuisce anno dopo anno e la riduzione persino della Pampa Húmeda, la vera riserva agricola globale e cuore pulsante della produzione alimentare sudamericana, con tutto ciò che di controverso, estrattivo e intensivo ciò comporta.

I panel che si susseguono tornano con continuità evidente, come una urgenza inaggirabile, su questi argomenti: agricolture tradizionali e perdita di suolo, saperi locali e intergenerazionali e gestione delle acque, proprietà comuni e diritti nativi nella rimodulazione di nuovi e vecchi modi di aver cura dei territori, creatività e nuove tecnologie per aiutare a gestire e superare le crisi idriche, alimentari accanto all’insicurezza politica ed economica che attanaglia il Paese ormai da tempo.

Notevole la continuità e la costanza del discorso e della pratica multidisciplinare che caratterizza molti dei progetti che vengono restituiti e discussi con passione e interesse, secondo stili assai poco paludati: il più ampio ventaglio delle scienze sociali che si intreccia con sistematicità con l’agroecologia, la zootecnia, i saperi veterinari e etologici, ma anche con l’economia agraria, la pianificazione del paesaggio, gli strumenti e le tecnologie di monitoraggio e la mappatura dei territori. Mi sento a mio agio in questo modo di procedere di cui apprezzo oltre che la ricchezza di sollecitazioni e punti di vista, anche la modalità di procedere per casi concreti che rendono possibile il dialogo e l’incrocio tra le discipline, il loro confrontarsi in cerca di nuove sintesi.

TRA RICERCA E TERZA MISSIONE

Tuttavia, un aspetto colpisce più di ogni altro questa feconda esperienza di dibattito e confronto: quella sinergia e compresenza di ‘investigación y extención’. L’intero programma prevede che si presentino esperienze, ricerche, casi in cui la dimensione investigativa sempre ricade e si sviluppa nei territori in una forma compiuta di disseminazione, ma anche di intervento esperto: un intreccio fecondo di livelli di azione e ricerca di cui tanto spesso ho discusso qui con alcune colleghe come Paula Gabriele Nunez o Maria Rosa Lanari che lavorano sia nell’Università, nel CONICET – l’equivalente del nostro CNR – o ancora nell’Instituto Nacional de Tecnología Agropecuaria. Molti interventi vengono presentati da gruppi di ricercatrici e ricercatori molto ampi in cui rilevo sempre una maggioranza di donne e in cui tutte e tutti ben volentieri accettano il vincolo di parlare per poco tempo per dare la possibilità a tutte e tutti di parlare e confrontarsi. Gli interventi sono tassativamente ridotti a venti minuti complessivi, così da permettere un minimo di dibattito per ciascuno di essi e uno più ampio al termine di ogni tavolo per riprendere temi e questioni trasversali. Anche la metodologia e il modo di procedere denota questa cura di orizzontalità e apertura che non sempre posso apprezzare in tanti nostri dibattiti accademici e non.

Nei tavoli su Biodiversidad, agroecología e cambio climático – vari nelle diverse giornate – si alternano ricercatrici e ricercatori dell’Università e dell’INTA (Instituto Nacional de Tecnología Agropecuaria), ma anche ‘extensionistas’, cioè i dipendenti dell’INTA che lavorano direttamente nelle più disparate e remote aree rurali di questo Paese enorme e lunghissimo e in special modo di questa ‘tierra vacía’ che è il tropo su cui è stato costruito a lungo l’immaginario della Patagonia argentina a partire dallo stesso Charles Darwin (1909) passando per la scrittrice inglese Floren Dixie (1880), John Ruskin (1871) e per William Hudson (1893).

Ciò che emerge con evidenza dalle ricerche presentate e dai dibattiti animati è che questo sud del mondo a lungo declinato secondo le immagini della desolazione e della distanza dalla civiltà, dell’isolamento e della sauvagerie, contraltare perfetto della civiltà positivista di cui gli intellettuali europei sono stati i principali promotori (Paradis 1981; Pratt 1992), sia piuttosto da ripensare nei termini di una terra ‘vaciada’, svuotata e sfruttata fin dove si è potuto, comprata e abbandonata dai grandi proprietari terrieri, ostica e non ottimizzabile secondo le scale produttiviste delle leggi di mercato e in ciò radicalmente altra e diversa, resistente e scomoda insieme al suo carico complesso e non facilmente riducibile di diversità etnica e culturale, di storie locali e di intrecci stratificati e ambivalenti con la storia globale.

PROFONDE ETNOGRAFIE

Silvana Lopez, una ricercatrice dell’INTA di Bariloche mi racconta di donne tessitrici nell’area del Bolsòn, artigiane e allevatrici di pecore autoctone che maneggiano solo loro, solo tra donne, ricavandone latte, formaggi ad uso familiare, carne, ma soprattutto fibre per la realizzazione di capi per l’autoconsumo, ma anche per piccolo commercio intercomunitario. Oggi sono al cuore di un progetto dell’INTA, seguito anche dall’Università che prova a rendere più produttiva e visibile questa loro attività come supporto ed empowerment di queste aree più periferiche e meno connesse del Paese. Silvana conosce in profondità ogni pratica, ogni sapere di questo gruppo di tejedoras, lavora con loro da un decennio, è consapevole di tutte le vicissitudini burocratiche e politiche che hanno attraversato per il riconoscimento della loro attività anche nel quadro delle norme per la rappresentanza delle comunità native e per intercettare le facilitazioni e i supporti riservati alle comunità originarie riconosciute. È perfettamente cosciente delle implicazioni anche utilitaristiche di questi riconoscimenti, non ne fa mistero e anzi in certo modo si chiede perché ciò dovrebbe sembrare strano accanto all’interesse talora esotizzante per le identità native, la mapuchidad di cui considera e decostruisce, ovviamente, anche gli aspetti critici e le molte stratificazioni interne.

In questa sua riflessione di lungo corso, condivisa con colleghe e amiche di varie discipline, con le donne tessitrici, con i rappresentanti delle istituzioni emerge tutta la conoscenza storica ed etnografica pregressa, il nesso profondo tra ricerca e terza missione, tra investigación y extención: comprendere in profondità, fugare i cliché e le narrative tossiche che edulcorano o stigmatizzano inutilmente le appartenenze, intravedere e supportare prospettive possibili di continuità e rinnovamento dei percorsi di sviluppo e trasformazione sostenibili nella profonda consapevolezza delle differenze e anche delle fratture interne. Con la determinazione e la creatività delle tessitrici, charlando y tomando mate.

NOTE

[1] Ho trascorso buona parte del mese di maggio in Argentina, in special modo in Patagonia, come Profesora Invitada della Universidad Nacional de Rio Negro en Bariloche e per l’ormai consueto periodo di campo che da alcuni anni svolgo nel quadro di una missione di ricerca avviatasi nel 2019 e ancora attiva – Proyecto de Investigación TraPP – Trashumancia y Pastoralismo como elementos del patrimonio inmaterial -, grazie dapprima a un piccolo finanziamento del Consorzio Universitario Italo-Argentino (CUIA) e del CONICET argentino, poi grazie a fondi residui di progetti europei e nazionali ottenuti nel corso degli anni. Durante questo periodo ho tenuto anche alcune lezioni presso l’Universidad de Los Lagos a Osorno e Puerto Montt in Cile sempre su temi connessi ai patrimoni bioculturali, sostenibilità e frizioni dell’Antropocene.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Darwin, C. (1909). The Voyage of the Beagle. New York: P. F. Collier & Son Corporation.

Dixie, F. (1880). Across Patagonia. London: Richard Bentley and Son.

Hudson, W. (1923). Idle days in Patagonia. London: J. M. Dent & Sons Ltd [1893].

Paradis, J. (1981). Darwin and landscape. Annals of the New York Academy of Sciences, 360(1), 85-110.

Pratt, M. L. (1992). Imperial eyes: Travel writing and transculturation. New York: Routledge.

Ruskin, J. (2008). Lectures on landscape. Gloucestershire: Dodo Press [1871].

ABSTRACT

During a recent period as Visiting Professor at the Universidad Nacional de Rio Negro in Bariloche in Argentine Patagonia, Letizia Bindi, Professor of Cultural Anthropology at the University of Molise and an expert in local development, had the opportunity to observe and participate in lectures, meetings and days of study with colleagues and students. This initiated a reflection on the differences and opportunities for comparison between dimensions of learning and research in different areas of the world and how much this comparison can be read and appropriately used as an element of mutual fertilization between different disciplinary histories and lines of development of critical thinking and research methodologies.

 

Clicca qui e leggi gli altri articoli della sezione “COLTIVARE COMUNITÀ” di LETTURE LENTE

Letizia Bindi

Letizia Bindi

Letizia Bindi ha studiato all'Università di Roma "La Sapienza" (Laurea e Ph.D), all'EHESS di Parigi (DEA) e alla Johns Hopkins University di Baltimora (US, Maryland). È docente di Antropologia Culturale e Sociale all’Università degli Studi del Molise, dove dirige anche il Centro di Ricerca "BIOCULT" sul patrimonio bio-culturale e lo sviluppo locale. È regolarmente Invited Professor presso varie Università europee ed extra-europee: Spagna, Francia, Polonia, Argentina, Emirati Arabi. Nel 2021 è stata nominata componente del Consiglio Scientifico dell’Accademia delle Scienze della Finlandia per la sezione “Humanities and Social Sciences”. È membro delle maggiori società di studi antropologici italiane, europee e americane e partecipa ai Comitati Editoriali di numerose riviste scientifiche e collane di studi demo-etno-antropologici. Oltre a lavorare su numerosi progetti di ricerca di rigenerazione e valorizzazione patrimoniale dei territori rurali e montani italiani, svolge da anni una ricerca sulle comunità pastorali Mapuche della Patagonia argentina. È membro di “Riabitare l’Italia”, di Rete APPIA per la Pastorizia e di SNAP (Scuola Nazionale di Pastorizia).

© AgenziaCULT - Riproduzione riservata

Back To Top