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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
La cultura è una risorsa indispensabile per costruire risposte sistemiche alle sfide altrettanto sistemiche che interessano le collettività oggi
© Photo by Jeremy Beck on Unsplash

Tra gli esiti forse più inaspettati e radicali generati dalle conseguenze delle recenti crisi economico-sociali, vi è stato il riconoscimento di un doppio e rinnovato protagonismo: da un lato, la riscoperta della centralità della dimensione territoriale, dal punto di vista sia della messa a punto di strategie dal basso in risposta alle criticità emergenti, sia della costruzione di modalità inedite di collaborazione tra differenti attori sociali che hanno permesso la ri-partenza di interi tessuti produttivi. Ciò ha portato ad un cambio profondo della concezione di territorio che ha smesso di essere unicamente un’entità geografico-spaziale, per essere assunto sempre di più come “modo di co-operare, con molteplici effetti di ordine economico, politico, culturale, etc., che ha quale obiettivo la creazione di un contesto capace di moltiplicare le risorse comuni, necessarie al funzionamento di ciascuno e di tutti gli attori coinvolti” (Prandini 2014). Una prospettiva che richiede dunque l’assunzione di una diversa ecologia alla base del funzionamento dei meccanismi di sviluppo territoriale.

Dall’altro lato, una altrettanto importante riscoperta è stata quella inerente il ruolo strategico della cultura quale motore di cambiamento endogeno (Venturi 2020) e quale vera e propria “industria”, che si è dimostrata capace nel recente periodo di strutturare nuove economie e acquisire solide capacità imprenditoriali (Symbola 2021).

Guardando poi a quelle che sono le grandi sfide che attendono il Paese nei prossimi anni, merita sottolineare il, seppur lento, progressivo superamento di un triplice riduzionismo che a lungo ha attanagliato il mondo della cultura portando ad una sua de-valorizzazione: in primo luogo, il ritenere la cultura una forma di sapere prodotto unicamente all’interno delle tradizionali e più comuni realtà di riferimento (ad es. la scuola, le istituzioni e organizzazioni culturali, i beni storici, etc.); in secondo luogo, il considerare la cultura un bene ‘accessorio’ che può essere goduto e coltivato solamente ex post, cioè dopo che si dispone di un livello minimo di benessere e sono stati soddisfatti altri bisogni ritenuti primari; in terzo luogo, l’osservare la cultura secondo uno sguardo ‘settoriale’ restando ciechi alle innumerevoli e profonde connessioni che la legano ad una molteplicità di altri ambiti e di cui si dirà meglio in seguito.

È infatti nelle conseguenze del combinato disposto di questo triplice riduzionismo che bisogna rintracciare le cause che hanno portato ad un allontanamento della cultura dalle comunità e affermato un’apparente impossibilità della partecipazione delle medesime alla produzione culturale.

Ecco perché, al fine di comprendere appieno il potenziale del ruolo della cultura nell’attuale contesto societario, è necessario partire dalla rinnovata consapevolezza del connubio qui accennato che lega questa nuova concezione di territorio, con la sperimentazione di pratiche culturali innovative in grado di aprire a possibilità inedite sul fronte del coinvolgimento delle comunità locali nella costruzione di risposte inedite ai bisogni e aspirazioni delle collettività, così come sul fronte delle trasformazioni sistemiche.

Bisogna avere chiaro che prima di essere un settore la cultura è un “bene di stimolo” (Scitovsky 2007), ovvero un elemento che attiva esperienze, modifica comportamenti e crea significati che costituiscono le premesse sia per un’azione di cambiamento, sia per la definizione di una strategia volta al governo del cambiamento. L’incapacità ad alimentare un cambiamento intenzionale risiede infatti nell’assenza di uno sguardo ed investimento culturale (Sacco-Venturi), il solo in grado di farci reagire in maniera originale ed efficace a sfide inattese e strutturalmente complesse. Una evidenza osservabile tanto nei progetti di rigenerazione, quanto nella capacità di catalizzare e generare nuove forme di partecipazione e di democrazia dal basso per infrastrutturare i tanti luoghi ibridi che stanno nascendo dove stato e mercato falliscono.

Per rendere evidente quanto appena affermato è sufficiente esplicitare alcune delle principali connessioni, che soprattutto nel contesto post-pandemico hanno assunto una rilevanza di primo piano. Tra le tante ve ne sono almeno sei che meritano di essere quantomeno accennate così da dare ulteriore concretezza alla riflessione in oggetto:

  1. cultura e policy: dove la prima dovrebbe contribuire in maniera importante ad orientare le scelte e le strategie che alimentano le policy, favorendo il superamento del cosiddetto ‘cortotermismo’, cioè la tendenza del sistema politico a prendere decisioni con riferimento solamente a visioni di breve termine;
  2. cultura e intelligenza collettiva: molta della capacità competitiva di un territorio, sia sul versante strettamente legato alla produzione sia sul versante dell’attrattività dei luoghi, oggi viene a giocarsi attorno alla valorizzazione delle intelligenze diffuse che lo contraddistinguono in grado di creare forme di sapere capaci di sviluppare soluzioni sul fronte, ad esempio, dell’abitabilità o per la nascita di nuove imprese;
  3. cultura e welfare: nato di recente, il concetto di ‘welfare culturale’ indica le possibilità di inserire in modo appropriato ed efficace i processi di produzione e disseminazione culturale all’interno di un sistema di welfare e quindi farli diventare parte integrante dei servizi socio-assistenziali e sanitari che contribuiscono al raggiungimento del più ampio ideale di ben-essere dei cittadini (Sacco 2017). Esso racconta dunque del ruolo della cultura nel favorire processi di inclusione, tutela e partecipazione ad azioni volte alla realizzazione dell’interesse generale;
  4. cultura e rigenerazione: nell’ambito della rigenerazione urbana e della riqualificazione degli spazi, il fattore culturale è oramai un qualcosa di imprescindibile in quanto ingrediente decisivo nel produrre aggregazione, favorire la contaminazione tra ambiti di attività differenti e produrre orizzonti di senso condivisi;
  5. cultura e innovazione: su questo versante la cultura viene ad affermarsi come l’unica autentica risorsa che potremmo definire di ‘pre-innovazione’, cioè l’insieme di saperi e riferimenti che rappresentano l’innesco per qualunque processo di innovazione e allo stesso tempo il dispositivo che spesso ne catalizza le risorse primarie;
  6. cultura e ambiente: obiettivi di cambiamento di portata così radicale come quelli legati alla transizione ecologica non possono essere raggiunti senza un cambiamento primario di carattere prettamente culturale, cioè una ridefinizione dei valori, delle priorità e degli interessi che definiscono i principali modelli di comportamento sociale e le direzioni di intervento delle istituzioni.

 

In ultima istanza la portata trasformativa della cultura verso le collettività si può riassumere attorno a tre forme primarie di cambiamento: quella di ‘mindset’, quella inerente le forme e modalità di produzione del valore (economico, ma anche sociale, ambientale e istituzionale) e quella relativa ai sistemi di protezione sociale e di capacitazione della persona.

Avere chiaro le molteplici dimensioni di intervento della cultura al di fuori dei propri tradizionali perimetri, e qui appena accennate, diventa inoltre la premessa per scongiurare il rischio ben sintetizzato da Bauman secondo il quale “in questo mondo nuovo si chiede agli uomini di cercare soluzioni private ai problemi di origine sociale, anziché soluzioni di origine sociale a problemi privati” (Bauman 2011).

Sono proprio queste ‘soluzioni di origine sociale’ a necessitare del contributo della cultura, da intendere però qui anche come partecipazione della comunità stessa alla formulazione della costruzione di tali risposte. È infatti impensabile ritenere di poter mettere in campo strategie unicamente calate dall’alto. La cultura diventa perciò una risorsa indispensabile per costruire risposte sistemiche alle sfide altrettanto sistemiche che interessano le collettività oggi. La complessità postula infatti non solo un ingaggio guidato dai significati, ma anche un metodo collettivo e cooperativo fra diversi.

 

Anche adottando uno sguardo europeo si ritrova la conferma di come la cosiddetta ‘cultural partecipation’ (OECD 2022) possa essere assunta in quanto driver per l’impatto sociale ed economico ma, al fine di poter valorizzare in maniera adeguata le pratiche culturali da questo punto di vista, è necessario riconoscere come ci sia ancora molto da fare sul fronte della valutazione di tale impatto. Questo aspetto permetterebbe inoltre di sviluppare il tema dell’apporto delle comunità alla produzione culturale a partire da riferimenti quali-quantitativi che aiuterebbero enormemente a inquadrare con maggiore precisione su quali livelli e secondo quali modalità tale apporto trova una propria concretezza.

Non solo, una migliore capacità di valutare l’impatto incrementerebbe in modo significativo l’effettiva possibilità da parte delle organizzazioni culturali di contribuire alla definizione delle policy in materia. Non è un caso infatti che la New European Agenda for Culture abbia introdotto la nozione di ‘cultural crossovers’ per indicare “la sistematica e intenzionale contaminazione tra la sfera culturale e la specifiche aree di impatto sociale, come la salute, il ben-essere, la coesione sociale, etc.” (OECD 2022).

In ultima istanza, riprendendo quanto già anticipato, si può affermare che lo sforzo primario a cui dover far fronte resta il riconoscimento della capacità trasformativa della cultura, soprattutto in un momento come quello attuale dove il rischio delle politiche di cadere nella trappola del “corto-termismo” è sempre maggiore. Solo una diversa ‘visione culturale’ in grado di orientare la riscrittura del patto sociale alla base dell’organizzazione delle collettività odierne, potrà realmente aprire una nuova fase storica vincendo quel pessimismo che oggi continua a raccontare di un’impossibilità del cambiamento.

BIBLIOGRAFIA

Bauman Z. (2011), Capitalismo parassitario, Editori Laterza, Roma-Bari.

Fondazione Symbola (2022), Io sono cultura. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi, I quaderni di Fondazione Symbola, Roma.

OECD (2022), The Culture Fix: Creative People, Places and Industries, Local Economic and Employment Development (LEED), OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/991bb520-en.

Ostrom E. (2006), Governare i beni collettivi, Marsilio, Venezia.

Prandini R. (2014), Welfare aziendale territoriale: semantiche, innovazioni e primi esempi, in: Rizza R., Bonvicini F., (a cura di), Attori e territori. Innovazioni nel welfare aziendale e nelle politiche di contrasto all’impoverimento, Milano, Franco Angeli, pp. 45 – 79.

Sacco P. (2017), Appunti per una definizione di welfare culturale, in Il Giornale delle Fondazioni: http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/appunti-una-definizione-di-welfare-culturale-1

Sacco P., Venturi P. (2021), Una visione culturale alta alla base delle prossime strategie trasformative, Il sole 24 Ore (online): https://www.ilsole24ore.com/art/una-visione-culturale-alta-base-prossime-strategie-trasformative-AEdveFz

Scitovsky T. (2007), L’economia senza gioia: la psicologia della soddisfazione umana, a cura di Luigino Bruni e Pier Luigi Porta, Città Nuova, Roma.

Venturi P. e Zandonai F. (2019), Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società, Egea, Milano.

Venturi P. (2020), La base culturale dell’impresa sociale, AgiCult (online): https://www.agenziacult.it/interni/riflessioni-la-base-culturale-dellimpresa-sociale/

Venturi P., Zandonai F. (2022), Neomutualismo. Ridisegnare dal basso competitività e welfare, Egea, Milano.

Paolo Venturi. Direttore di AICCON, Centro Studi sull’Economia Sociale. Docente di imprenditorialità e innovazione sociale presso l’Università di Bologna. Componente del Comitato Scientifico della Fondazione Symbola, della Fondazione Unipolis e della Social Impact Agenda per l’Italia. Componente del gruppo di lavoro per la Riforma del Terzo Settore. Membro della Consulta della cooperazione Regione Toscana e della Consulta della cooperazione sociale della Regione Emilia-Romagna. Componente comitato scientifico di Corriere Buone Notizie, collabora con numerose testate e blog fra cui Il Sole 24 Ore, Il Corriere della Sera e Vita Magazine. ACCOUNT TWITTER: @paoloventuri100

Andrea Baldazzini. Ricercatore Senior presso AICCON dove si occupa di imprenditoria sociale, innovazione e trasformazioni dei sistemi di welfare territoriale. Svolge inoltre attività di formazione e consulenza per organizzazioni di terzo settore e pubbliche amministrazioni. Docente al Corso di alta formazione in “Welfare Community Manager. Culture, Modelli imprenditoriali e progettazione di servizi sociali innovativi” promosso dall’Università di Bologna e membro della Redazione di «Pandora Rivista».

ABSTRACT

Among perhaps the most unexpected and radical outcomes generated by the consequences of the recent economic and social crises has been the recognition of a double and renewed protagonism: on the one hand, the rediscovery of the centrality of the territorial dimension. On the other hand, an equally important rediscovery was that concerning the strategic role of culture as an engine of endogenous change. Culture therefore becomes an indispensable resource for building systemic responses to the equally systemic challenges affecting communities today. The direct and indirect impacts of culture on local development are largely achieved through cultural participation. Cultural participation includes the various ways and forms in which individuals may access or create cultural goods and experiences.

 

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