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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
“Aree interne e comunità. Cronache dal cuore dell’Italia”: ventidue storie per capire cosa si sta muovendo nelle aree interne raccolte nella recente pubblicazione della casa editrice Pacini per la collana NewFabric
© Photo by Gianluca Palma

Per l’ultima edizione di Documenta, la manifestazione che ogni cinque anni propone nella città tedesca di Kassel uno sguardo sull’arte contemporanea, il collettivo curatoriale Ruangrupa ha ideato e organizzato una serie di iniziative che prende le mosse dal concetto del lumbung. Il termine indonesiano indica il tradizionale deposito per lo stoccaggio collettivo del riso e rappresenta in tale contesto un modello artistico ed economico che affonda le proprie radici nei principi della collettività, della condivisione e della perequazione delle risorse comuni. Questa risaia comune è in effetti un sistema di accumulo collettivo utilizzato nelle aree rurali dell’Indonesia dove i raccolti prodotti da una comunità vengono immagazzinati come futura risorsa comune e distribuiti secondo criteri stabiliti di comune accordo.

Nulla mi sembra più prossimo al fil rouge che tiene unite le ventidue storie raccolte nella recente pubblicazione della casa editrice Pacini di Pisa per la collana NewFabric intitolata “Aree interne e comunità. Cronache dal cuore dell’Italia”. Un lavoro corale, quasi ‘polifonico’ si potrebbe dire, che si nutre di tanti autori e autrici, e delle loro imprese, e di altrettanti curatori/curatrici. Collettivo per costituzione, nato per sperimentare un rinnovato senso di comunità sia delle pratiche raccolte che nella metodologia usata. Perché come sostiene il sociologo Alfredo Alietti “non è più sostenibile pensare alle comunità, a interventi diretti e specifici in un determinato territorio, quale ambito privilegiato, o esclusivo, di azione pubblica nelle sue distinte articolazioni. Il futuro è connettere queste comunità che ridiscutono i significati e i confini della cittadinanza e i meccanismi di attribuzione e di accesso alle risorse in grado di sostenere una effettiva emancipazione” (AA.VV., Abitare i diritti, Pacini ed., 2022, p. 25).

Per connettere queste comunità, così come suggerisce Alietti, si è quindi pensato a un’iniziativa di racconto del territorio e in particolare di quei territori che, per diverse ragioni, oggi sono collocati fuori dalle città. Va premesso che sarebbe riduttivo definire questa dimensione geografica con il solo sintagma di aree interne, cosa che invero noi abbiamo fatto pur nella consapevolezza del grande movimento di diversificazione territoriale che si esprime nell’attenzione alle periferie (Renzo Piano) oppure nella riflessione sulle “poliferie” (Maurizio Carta), nelle dimensioni r-urbane o rurali fino ad arrivare alle città metromontane (Filippo Barbera). Ciononostante, rimane una drammatica situazione di abbandono di paesi e di terreni dell’interno dell’Italia che determina una nuova “geografia del dolore e della solitudine” (Vito Teti) quale risultato di un processo non recente di depauperamento antropologico e sociale legato a una crisi economica e culturale.

In questo contesto l’esperimento lanciato da Pacini, attraverso un bando nazionale (PRiNT) che invitava al racconto delle progettualità delle aree interne, cerca di fare sintesi di quanto detto finora e rilanciare il valore della parte più umana, e se vogliamo anche la più immediata, di come chi rimane ad abitare o torna ad abitare i paesi reagisce a tali condizioni di privazione, ma anche di riscoperta e di riattivazione delle aree interne.

Prendendo a prestito la riflessione di Antonio De Rossi – che per questo volume ha scritto la postfazione – per capire cosa si sta muovendo nelle aree interne, possiamo tracciare una linea e collocare due tipi di esperienze: da una parte quelle di “valorizzazione, patrimonializzazione e turistificazione”, che estraggono valore da quello che esiste e dall’altra quelle che pongono al centro le comunità locali, le risorse naturali e sociali dei luoghi, la produzione culturale, sistemi di reti e alleanze. La differenza è netta e vede di là chi “consuma territori”, di qua chi li “produce”. Il tema del consumo del territorio è centrale per leggere l’odierno dibattito che ha suscitato la strategia sui borghi (per un’attenta disamina della questione si rimanda a F. Barbera et al. (a cura di), Contro i borghi, perché si allontana da un’idea di paesaggio culturale diffuso da proteggere e valorizzare e mette i patrimoni immateriali a corollario di operazioni di marketing basate su retoriche neo-identitariste (così Letizia Bindi).

Il collettivo che ha curato il volume crede in questo paesaggio culturale diffuso e per celebrarlo ha voluto raccogliere le voci di chi lo vive quotidianamente, facendo un’operazione di messa in luce delle ricorrenze che emergono dalle pratiche. Ci riferiamo al termine ‘ricorrenze’ proprio per descrivere quelle evidenze che si manifestano nei racconti e che ritornano al lettore e alla lettrice un senso di traccia per comprendere il fenomeno. A volte può essere complesso districarsi nella densità relazionale che pratiche di questo tipo si portano dietro, ma il racconto aiuta a concentrarsi su aspetti che ciclicamente tornano e che connettono esperienze e modalità d’azione anche geograficamente distanti fra di loro.

Fra le tante ricorrenze che possono essere tracciate nel volume abbiamo voluto concentrare l’attenzione, in occasione della quarta edizione della Biennale della Prossimità (Brescia dal 10 al 12 giugno 2022), su quattro aspetti o direzioni che in diversa misura connettono le pratiche coinvolte per l’occasione [1]: l’immaginazione come strumento trasformativo (anche nelle aree interne), l’intervento strutturale sul patrimonio edilizio tradizionale, il sistema delle professionalità emergenti (e in cerca di riconoscimento) e gli strumenti (pubblici e privati) a sostegno della realizzazione dei progetti.

L’IMMAGINAZIONE COME STRUMENTO TRASFORMATIVO

È noto come l’immaginazione (o meglio la capacità di immaginare) venga spesso utilizzata per descrivere fenomeni legati alla vita di città (city imaging), coinvolgendo aspetti per lo più conosciuti con l’etichetta di rigenerazione urbana e di welfare urbano. L’aspetto immaginativo viene affrontato e sondato nel contesto urbano in diversi modi, mentre assume particolare significato nelle pratiche delle aree interne. Non certo perché inaspettato, quanto per la sua portata di riattivazione in contesti spesso assopiti o mutati. Questo avviene, ad esempio, quando una comunità temporanea di giovani professionisti, accademici, studenti migranti torna in modo costante in un paese dell’Italia meridionale per partecipare agli sviluppi dell’abitato insieme agli abitanti del luogo. Molto nel processo di intervento lo fa il desiderio di costruire nuovi insediamenti di qualità e al contempo il desiderio di guardare lo stesso luogo con occhi diversi. È in fondo quel fenomeno che qualche anno fa hanno descritto molto bene Paolo Venturi e Flaviano Zandonai, quando raccontavano che le vere risorse dormienti (sleeping asset) di questo Paese non sono gli immobili inutilizzati, ma le preferenze di chi abita i luoghi, di chi vorrebbe tornare ad abitare e di chi trova senso orientare le proprie competenze e i propri progetti di vita in luoghi distanti dal proprio. Vere e proprie minoranze profetiche (Venturi/Zandonai) protagoniste dei fenomeni reinsediativi delle arre interne di cui ci occupiamo.

Lo stesso concetto torna anche nella pratica di riattivazione di un vecchio edificio abbandonato in Toscana. Luoghi per natura imperfetti dove l’imperfezione è sinonimo di bellezza e dove il vuoto genera immaginario condiviso. Addirittura nella consapevolezza che non è il finito che genera, che stimola a impegnarsi, ma è proprio il non finito.

INTERVENTO STRUTTURALE SUL PATRIMONIO EDILIZIO TRADIZIONALE

Un punto importante della strategia sulle aree interne è l’intervento sul patrimonio edilizio tradizionale, molte volte abbandonato per scelte personali o per la necessità di lasciarlo (basti pensare alla quantità di territorio e abitato dell’Italia centrale abbandonato a causa dei terremoti). Si registra un rinnovato interesse a recuperare questi edifici. Ce l’ha raccontato il progetto di una fondazione di origine bancaria (Fondazione Cariplo), intervenuto in val Trompia nel bresciano, che ha accompagnato insieme alla futura gestione un’azione di recupero di alcuni edifici locali. Una delle aspirazioni della comunità montana in questione era quella di promuovere un intervento sul patrimonio edilizio tradizionale utilizzando tecniche che avrebbero assicurato il rispetto dei materiali e soprattutto dell’immagine del luogo.

Il lavoro, oltre che di intervento sulle strutture, è stato di ricerca e recupero dei vecchi saperi e insegnamenti dei modi di costruire storici locali in grado di conservare materiali originali e segni delle antiche lavorazioni. Un processo straordinario che mette in moto una ricchezza di conoscenze e una complessità di risorse che confermano la necessità di prevedere e intervenire con progetti specifici place-based. Ricorda tanto la ‘genealogia degli immaginari’, cui fanno cenno Antonio De Rossi e Laura Mascino nel loro contributo per Contro i borghi, non facilmente ricostruibile perché generata da un’infinità di produttori che, pur condividendo diverse immagini e temi, perseguono intenzionalità e obiettivi differenti.

SISTEMA DELLE PROFESSIONALITÀ EMERGENTI

La casa editrice Pacini aveva già indagato il fenomeno dell’emersione delle nuove professioni nel contesto dei processi di rigenerazione sociale e culturale con un’edizione dedicata, curata dal sottoscritto per lo stesso bando PRiNT e che si intitola Il ritorno a casa degli Ulissi. In questo caso l’ambito di interesse è la città e sullo stesso tema molto è stato prodotto in questi ultimi anni, fra cui l’interessante contributo di Elena Granata sui Placemaker ovvero di coloro che si cimentano “in processi concreti di ‘de-materializzazione del mondo’, facendo nascere nuove economie, nuove possibilità di abitare e nuove forme di socialità”. Molto di questo spirito è contenuto nei racconti sulle aree interne e nei profili professionali che in questo contesto lavorano. Luoghi e comunità che necessitano non solo di competenze tecniche, ma anche – e a volte soprattutto – di competenze trasversali in grado di valorizzare l’intelligenza collettiva dei contesti, quel deposito straordinario di opinioni, pensieri, conoscenze che appartiene agli altri, all’ambiente, ai territori.

In questo l’ambito culturale rappresenta evidentemente un vero e proprio terreno di sperimentazione e ce lo racconta in maniera paradigmatica l’esperienza delle curatrici di CasermArcheologica, che attraverso interventi di arte contemporanea riattivano uno spazio comune e lo tengono vivo a uso dell’intera comunità oppure dei racconti di piccole esperienze di rassegne e di festival che nel tempo e con la professionalità di operatrici e operatori locali trasformano mete sconosciute in mete ambite per la fruizione di eventi culturali di valore e che, oltretutto, mirano a mantenere la filiera durante tutto l’anno.

Anche il movimento dei cammini ha trovato in questa edizione del volume un grande spazio e di questo ne siamo contenti, perché il cammino rappresenta come dice bene Fabrizio Ferreri nel suo contributo “un disegno consapevole, cresciuto progressivamente, di turismo lento all’insegna di una nuova ecologia del turismo ‘verde’, ‘sostenibile’, compatibile con il territorio e rispettoso delle identità locali”.

STRUMENTI A SOSTEGNO DELLA REALIZZAZIONE DEI PROGETTI

Da ultimo, ma non per ultimo, gli strumenti da introdurre per realizzare i progetti. Un aspetto rilevante questo e risultato di un processo che, come abbiamo già avuto modo di ricordare, dura da decenni. E non solo perché sul tema delle aree interne si sono ideate strategie di carattere nazionale importanti, ma anche perché le comunità organizzate e il terzo settore continuano strenuamente il loro dialogo con enti pubblici, locali e territoriali, per trovare soluzioni snelle, possibili, inclusive e possibilmente di lunga durata.

Il sistema dei bandi, ci racconta una delle pratiche intervenute, mostra notevoli limiti rispetto alla sostenibilità di progetti e si sperimentano vie di sostegno più strutturali sui soggetti agendo principalmente lungo tre direttrici: la creazione di prossimità, la promozione di uno spirito di attivazione e la costruzione di legami solidi e duraturi. D’altronde già in altra occasione Annalisa Cicerchia, nella sua analisi sui profili professionali di chi lavora nell’ambito della rigenerazione urbana, metteva in luce l’affanno cronico del lavoro per progetti e di come questo modo di operare esponga al rischio di dipendere dalla strategia corporate di altri soggetti, i finanziatori (in Bizzarri, Il ritorno a casa degli Ulissi, op. cit., p. 129).

Tuttavia, le sperimentazioni ci sono e vengono messe alla prova non solo nel rapporto con i comuni, ma anche da parte delle fondazioni di origine bancaria che si interessano allo sviluppo locale tanto da non prevedere solo il finanziamento, ma anche l’accompagnamento progettuale. Gli strumenti sono molteplici, importante è avere coraggio e immaginare (torniamo alla prima ricorrenza) forme di collaborazione anche inusuali: Belmonte calabro ha firmato un protocollo di intesa con London Metropolitan University, finalizzato allo sviluppo di attività di studio e di ricerca per la rigenerazione del paese e consentire alle comunità di appropriarsi degli spazi in base alle esigenze collettive e ai bisogni sociali emergenti. Non mancano, infine, interventi più strutturati come ad esempio quello sperimentato in Val di Fiastra, nell’alto maceratese, che ha individuato un nuovo livello di interazione funzionale: un sistema locale intercomunale dove gli abitanti sviluppano reti di relazioni e collaborazioni, soddisfano internamente la domanda di beni e servizi e costruiscono collettivamente i loro piani di vita.

Come dicevo, queste sono alcune delle traiettorie che possono essere individuate dalla lettura dei racconti dai quali tuttavia emerge trasversalmente la richiesta di “nuova centralità del margine”, come scrive Ilda Curti nella prefazione al volume. La risposta non può che essere collettiva così come abbiamo cercato di fare con la pubblicazione di un volume frutto del lavoro di 13 curatori/curatrici, 22 pratiche raccolte che hanno coinvolto 44 autori/autrici e protagonisti di quest’onda. La chiamiamo onda proprio perché emerge a livello diffuso, pur nell’estrema difficoltà del periodo, delle condizioni, della lontananza e spesso dell’abbandono istituzionale, una nuova e potente progettualità di rigenerazione e di riabilitazione dei territori che costruisce nuovi contesti, nuove relazioni e nuove comunità.

Il Collettivo PRiNT che ha curato il volume “Aree interne e comunità. Cronache dal cuore dell’Italia” è composto da Carlo Andorlini, Luca Bizzarri, Angelo Buonomo, Giulia Cerrato, Giorgia Floro, Michele Gagliardo, Lisa Lorusso, Stefano Martello, Eliana Messineo, Giuseppe Milano, Salvatore Rizzo, Maura Romano e Tommaso Sorichetti.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Al tavolo si confrontavano La Rivoluzione delle Seppie (Calabria), AttivAree (Brescia/Pavia), CasermaArcheologica (Sansepolcro, AR) e Post Industriale Ruralità (Brescia).

– Maria Giulia Bernardini e Orsetta Giolo (a cura di), Abitare i diritti. Per una critica del rapporto tra giustizia e spazi urbani, Pacini ed., 2021.

– Paolo Venturi – Flaviano Zandonai, Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società, Egea, 2019.

– Filippo Barbera – Tania Parisi, Innovatori sociali. La sindrome di Prometeo nell’Italia che cambia, Il Mulino, 2019.

– Vito Teti, La restanza, Einaudi, 2022.

– Filippo Barbera, Domenico Cersosimo e Antonio De Rossi (a cura di), Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi, Donzelli ed., 2022.

Resoconto Biennale della Prossimità (Brescia, 10-12 giugno 2022).

– Carlo Andorlini, Luca Bizzarri e Lisa Lorusso (a cura di), Leggere la rigenerazione urbana. Storie da dentro le esperienze, Pacini ed., NewFabric, 2017.

– Luca Bizzarri, Il ritorno a casa degli Ulissi, Pacini ed., NewFabric, 2019.

– Collettivo NewFabric (a cura di), Aree interne e comunità. Cronache dal cuore dell’Italia, Pacini ed., NewFabric, 2022.

– Elena Granata, Placemaker, Einaudi, 2021.

ABSTRACT

The contribution takes as its starting point the latest Pacini publication on Aree interne (Inner areas) and the debate recently held in Brescia (Italy) within the framework of the ‘Biennale della Prossimità’ (June 2022) between some of the practices reported in the publication. By reading the stories, recurrences emerge as skills implemented by the players of the stories to reactivate contexts abandoned or altered by natural events. In Italy today we are witnessing a return to the public debate on Aree interne (Inner areas), on their livability often in opposition to the urban context. This volume presents 22 practices of rehabilitation of the contexts of Aree interne (Inner areas) through the living voice of their communities.

 

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Luca Bizzarri

Luca Bizzarri

Luca Bizzarri è dirigente presso la Ripartizione Cultura della Provincia di Bolzano. È co-direttore della collana NewFabric di Pacini editore, che si occupa di dare voce alle più rilevanti esperienze nazionali di rigenerazione territoriale socio-culturale, e dal 2018 amministratore dell’associazione europea sull’innovazione e lo sviluppo locale AEIDL (Bruxelles). Ha partecipato in qualità di esperto nazionale ai lavori sulle politiche giovanili del Consiglio d’Europa e ha pubblicato contributi sul tema cultura e sviluppo locale. Al momento si occupa di apprendimento permanente per gli adulti, biblioteche, editoria locale e promozione degli audiovisivi.

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