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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Una riflessione sul potenziale unico delle comunità educanti, sulla necessità di investire su di esse, e sul ruolo chiave che le fondazioni di comunità, espressione filantropica dei territori stessi, hanno nel costruire, attivare e guidare queste comunità
© Photo by note thanun on Unsplash

Con l’Agenda 2030, nel 2015, 193 Paesi del mondo si sono dati una visione comune: lo sviluppo sostenibile del pianeta e delle persone che lo abitano. Declinati in 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, fortemente interconnessi, questo piano d’azione traccia un percorso condiviso e riconosce allo stesso tempo che le soluzioni a livello di territori possono e devono essere diverse. Pensare globale, agire locale. In questo contesto, le comunità giocano un ruolo fondamentale, guidando processi di trasformazione delle stesse per lo sviluppo sostenibile. E la pandemia lo ha dimostrato. Il dossier “Coltivare Comunità”, curato da Flavia Barca, Rossano Pazzagli, Filippo Tantillo e Giovanni Teneggi, si rivela quindi più che mai necessario per esplorare, con diverse lenti e sotto diversi punti di vista, il ruolo, l’anatomia e il potenziale delle comunità per il rilancio delle stesse e lo sviluppo di nuovi immaginari collettivi. Comunità che prendono diverse forme, con un approccio olistico, che possono far leva su diversi tipi di capitale umano, relazionale, sociale e culturale, oltre che finanziario. E in questo scenario, un particolare tipo di comunità, la comunità educante, ha dimostrato il proprio potenziale nel costruire un sistema di reti e relazioni intorno ai bambini, ai ragazzi e ai giovani, per offrire loro opportunità di sviluppo e di realizzazione del proprio essere. Con questo approfondimento, vorrei portare il mio contributo sul tema indagando il potenziale unico delle comunità educanti, la necessità di investire su di esse, e il ruolo chiave che le fondazioni di comunità, espressione filantropica dei territori stessi, hanno nel costruire, attivare e guidare queste comunità.

LA POVERTÀ EDUCATIVA IN ITALIA

In Italia, il fenomeno della povertà educativa, specialmente a causa della pandemia, si sta fortemente inasprendo, e sta consolidando ed esacerbando diseguaglianze radicate nel nostro sistema. Secondo l’ultimo rapporto ISTAT sono 1 milione e 384mila i minori in povertà assoluta, non avendo a disposizione risorse per acquisire beni e servizi essenziali alla persona, pari al 14,2%. Un dato in crescita di 3 punti percentuali rispetto al 2019. Nel 2020, in Italia il tasso di abbandono scolastico era pari al 13,1%, con forti differenze tra Nord e Sud del Paese, al quarto posto tra i Paesi europei. Un dato in calo rispetto al passato, ma ancora lontano dall’obiettivo europeo di ridurre l’abbandono scolastico a meno del 10% entro il 2020.

Muovendoci su altre dimensioni, oltre la scuola, che compongono lo sviluppo del minore, nel 2019, meno del 50% dei bambini tra i 6 e i 10 anni aveva visitato una mostra o un museo, dato crollato al 25% con l’avvento della pandemia (fonte Openpolis). Sempre nel 2019, quindi già prima delle chiusure causate dal Covid-19, quasi un giovane su 5 era sedentario: oltre il 18%, tra i bambini di 6-10 anni e gli adolescenti di 15-17 anni, quasi il 16% nella fascia 11-14 anni e oltre il 40% tra i più piccoli (3-5 anni). Tra le cause, la condizione economica e la povertà materiale del nucleo familiare (Fonte: i Minori e lo sport – Osservatorio povertà educativa con i bambini).

Una trappola, quella della povertà educativa, che determina e influenza presente e futuro dell’individuo: in Italia, nel 2017, il 29% degli adulti di età compresa tra i 25 e i 64 anni con un livello di istruzione secondaria di primo grado o inferiore ha guadagnato al massimo la metà della retribuzione mediana, collocandosi al di sopra della media OCSE del 27% (Fonte: Education at Glance, OCSE). Si tratta di un’eredità che si passa per generazioni: famiglie in difficoltà, in contesti di deprivazione e abbandono scolastico, più difficilmente riescono ad assistere i giovani e ad attivarsi per sostenere lo sviluppo del loro potenziale.

In questo contesto, sebbene non sia indicativa al 100% dello stato di un Paese, è interessante notare come la spesa in istruzione in Italia sia una delle prime voci ad essere sacrificata, specialmente in un momento di crisi: già a partire dal 2008, il nostro Paese aveva fortemente ridotto gli stanziamenti scendendo da 70 a 65 miliardi nel triennio 2009-2012 (Fonte: OpenPolis). Secondo Education and Training Monitor 2021  – l’iniziativa della Commissione Europea che illustra l’evoluzione dei sistemi nazionali di istruzione e formazione in tutta l’Unione europea – l’Italia spende l’8% del proprio budget statale in istruzione, lontana dalla media del 9,9% registrata a livello di continente, collocandosi ultima tra i Paesi dell’Unione.

Una situazione per niente rassicurante, che ha fatto salire il livello di attenzione sul tema. Secondo l’indagine “Gli italiani e la povertà educativa minorile” realizzata dall’Istituto Demopolis per l’Impresa Sociale Con i Bambini, per quasi 9 cittadini su 10 la povertà educativa minorile è un fenomeno grave e l’83% degli italiani ritiene fondamentale e prioritario introdurre azioni di contrasto.

COME CONTRASTARE IL FENOMENO?

Con l’obiettivo di contrastare questo fenomeno, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede un importante stanziamento di risorse nei prossimi anni: alla missione 4, “Istruzione e ricerca”, sono stati collocati 30,88 miliardi, 19 dei quali dedicati a rafforzare il sistema educativo del nostro Paese in termini di offerta e formazione in tutte le fasi della vita del minore.

In questa direzione si è mosso anche il sistema filantropico italiano rifocalizzando la propria attenzione sul tema, anche alla luce degli effetti della pandemia. Diverse le iniziative: si pensi a Fondazione Paolo Bulgari, nata con la specifica missione di contrastare le diseguaglianze e le povertà educative nei quartieri più difficili di Roma, forgiando e supportando la nascita di una comunità educante. O Fondazione Alberto e Franca Riva, che a Napoli, con la Scuola del Fare, ha creato una “scuola inclusiva”, un modello innovativo che possa offrire un’opportunità anche a quei ragazzi con i quali la scuola tradizionale ha fallito. O ancora le fondazioni di comunità del nostro Paese, oggetto di analisi più approfondita nei prossimi paragrafi, che grazie al loro approccio sistemico sono in grado di rendere l’azione educativa trasversale ai programmi che hanno in essere. Oppure Fondazione Nando ed Elsa Peretti che nel 2020, in piena crisi pandemica, ha deciso di stabilire una fruttuosa collaborazione con alcune fondazioni di comunità del Sud Italia e di supportarle nel contrasto all’emergenza educativa che si stava vivendo.

Da citare anche il pioneristico sforzo delle fondazioni di origine bancaria, rappresentate da Acri, che nel 2016 hanno dato il via, grazie ad un accordo con il Governo, al Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile, dotato di un budget complessivo di oltre 600 milioni di euro, recentemente rinnovato fino al 2024. Alla base di questo innovativo partenariato pubblico-privato il ruolo fondamentale della comunità educante, un tema centrale e ricorrente per affrontare questa sfida.

IL RUOLO DELLE COMUNITÀ EDUCANTI

“La scuola è diversa dall’aula di tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede tra passato e futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di un rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione)”. Con queste parole nella sua Lettera ai Giudici, presentata per difendersi dall’accusa di apologia di reato per aver difeso l’obiezione di coscienza, Don Milani descrive il ruolo unico che la scuola buona deve ricoprire. Forte e cosciente del passato deve essere un ponte verso il futuro, in grado di dare stimoli, strumenti, visioni e percorsi per i giovani. Oltre ad essere un luogo dove imparare a creare relazioni tra coetanei e non solo.

Ma nella complessità che oggi ci troviamo ad affrontare e nella multidimensionalità della povertà educativa – come detto questione economica, sociale, culturale, dettata dal contesto di origine – non si può pensare che la scuola sia l’unico baluardo e ancora di salvezza in grado di risolvere alla radice il problema. Servono alleanze inusuali, che coinvolgano territori, attori locali, ma non solo, privati, pubblici e del Terzo Settore.

Un esempio concreto di questo tipo di partnership formali e informali, di cui si parla da tempo, sono le comunità educanti. Si tratta di intrecci di relazioni aperti e inclusivi, fatti di soggetti diversi tra loro che si pongono come missione lo sviluppo olistico del giovane, nelle diverse fasi della sua vita, rendendolo protagonista. Una comunità che cresce “con” loro, e non solo per loro; che educa gli adulti del domani, ma che si fa anche “educare e cambiare” da loro (Fonte: Con I Bambini).

A sottendere e “regolare” queste comunità educanti possono esserci patti educativi, più formalizzati e che racchiudono diverse progettualità, e le alleanze, partnership informali su un singolo progetto, entrambi oggetto di studio di uno degli ultimi rapporti di ricerca del Forum Diseguaglianze Diversità, intitolato “Patti Educativi Territoriali e percorsi abilitanti. Un’Indagine Esplorativa”. In questa indagine, basata su 15 casi concreti diversi per costituzione e localizzazione, si analizzano tre aspetti fondamentali: la loro anatomia, i cambiamenti generati e la sostenibilità delle esperienze. In particolare, per questo ultimo punto emerge, da un lato, come il capitale umano, le persone motivate nelle varie organizzazioni, giochino un ruolo fondamentale nella stabilizzazione e continuità delle azioni. Dall’altra, come le risorse finanziarie arrivino principalmente da enti privati e siano messe a disposizione su progetti, tramite bando, con finalità precise, predeterminate e mai definite insieme agli attori sul campo. E soprattutto mai volte a investire su rafforzamento e resilienza di queste importanti reti. Una logica, quella progettuale, ormai obsoleta, che frammenta gli interventi e che deve essere superata.

DA PROGETTI A PROCESSI PERMANENTI: ATTIVARE E CONSOLIDARE SOLUZIONI DI LUNGO PERIODO

Nella lotta alla povertà educativa, e non solo, la logica di finanziamento per progetti ha avuto diverse conseguenze, tra cui la frammentazione degli interventi, la messa in competizione sui territori di organizzazioni per le risorse, con una mancanza di investimenti di lungo periodo su di esse, e la ricerca continua di nuove soluzioni, senza possibilità di stabilizzare quelle efficaci.

Con priorità decise a monte, che non riflettono il più delle volte gli effettivi bisogni locali e delle comunità, questo tipo di azioni ha portato a un isomorfismo della domanda, con enti che si sono dovuti adattare e snaturare per rientrare nei criteri stabiliti e ottenere finanziamenti per, a malapena, stare a galla. Con progetti dalla durata massima di tre anni, molte volte anche meno, questa dinamica ha anche impedito la stabilizzazione di interventi di lungo periodo e la costruzione di presidi territoriali permanenti in grado di evolvere e rispondere ai bisogni emergenti.

Guardando al futuro e per essere in grado di accogliere e abbracciare la complessità del mondo e delle sfide davanti a noi, è necessario ripensare le strategie di finanziamento e di supporto, investendo sulle organizzazioni e su infrastrutture territoriali, come le comunità educanti, che permettano di attivare processi di trasformazione permanente.

DA PROGETTI A PROCESSI: IL RUOLO DELLE FONDAZIONI DI COMUNITÀ NEL COSTRUIRE E GUIDARE LE COMUNITÀ EDUCANTI

Nel panorama filantropico del nostro Paese le fondazioni di comunità, diverse per origine, dimensioni, visione e modalità operative, e profondamente radicate nel tessuto della comunità di riferimento, hanno un’enorme potenzialità strategica e di impatto poiché adottano un approccio olistico, abbracciando uno spettro ampio di interventi, che vanno dalle attività di raccolta e distribuzione di risorse finanziarie, all’attivazione e catalizzazione dei diversi tipi di capitale umano, relazionale e sociale della propria comunità, alla partecipazione ad interventi di sviluppo territoriale nella logica della coprogettazione.

Il ruolo delle fondazioni di comunità va quindi ben oltre la loro capacità di mettere a disposizione risorse finanziarie: si sono sempre distinte per il loro essere espressione della volontà della comunità e parte di essa, avendo quindi la possibilità di introdurre una cura e un’attenzione specifica allo sviluppo delle relazioni con i soggetti (enti locali, terzo settore, mondo associativo, enti di rappresentanza) che operano nel territorio.

Nel rispondere da un lato alla necessità di attivare i territori per la costruzione di una comunità educante salda e inclusiva e, dall’altro, al bisogno di guidare processi permanenti di lungo periodo per far fronte in modo concreto alla sfida della povertà educativa, quale ruolo chiave possono giocare le fondazioni di comunità?

Interessanti spunti per rispondere a questa domanda sono arrivati dai rappresentanti di cinque fondazioni di comunità del nostro Paese durante l’incontro “Da progetti a processi: il ruolo delle fondazioni di comunità nel costruire una comunità educante”, organizzato insieme ad Assifero, e che ha coinvolto i principali attori filantropici nella lotta alla povertà educativa – in particolare le fondazioni di origine bancaria -, partendo dall’esperienza di Batti il Cinque, progetto realizzato con il sostegno dell’impresa sociale Con I Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile.

Due i punti da cui partire, secondo Gaetano Giunta, Segretario Generale della Fondazione di Comunità di Messina: da un lato il bisogno sempre più urgente di riconoscere la complessità del sistema in cui viviamo. I territori, le comunità e le persone stesse sono complessi e quindi le risposte oggi non possono essere frammentate nello spazio e nel tempo. E le fondazioni di comunità, espressione di una volontà territoriale, sono in una posizione ideale per abbracciare questo tipo di complessità. Per questo motivo, fin dalla sua nascita, la Fondazione di Comunità di Messina ha scelto di mettere in campo una policy di sviluppo umano sostenibile che intrecciasse in modo complesso politiche educative, di welfare comunitario, di sviluppo economico, azioni di ricerca e sviluppo scientifico, azioni per attrarre talenti scientifici nel territorio. Un processo permanente all’interno del quale vanno inserite e rilette le policy educative.

Dall’altro lato, nel pensare questo tipo di azioni, bisogna partire dalla consapevolezza che conoscenza e bellezza sono due funzionamenti umani che hanno capacità di amplificare l’immaginario delle persone, e quindi di modificare la sfera dei desideri. Educare alla bellezza è lo strumento più potente per immaginare desideri e quindi opportunità.

C’è anche bisogno di un cambio di prospettiva, che le fondazioni di comunità possono guidare e accelerare: nella sfida della povertà educativa, il bambino oggi in molti casi è l’oggetto dell’attività, ma deve diventarne il soggetto, essere protagonista delle sue scelte, e il suo agire e vivere permeare la sua comunità.

“La comunità educante, per essere forte ed efficace – spiega Mario Cappella, Fondazione di Comunità San Gennaro, che abbraccia il Rione Sanità di Napoli – non può coinvolgere parzialmente soggetti o occuparsi di alcuni argomenti, ma deve avere un approccio sistemico. Ogni angolo della comunità deve essere una possibile porta d’accesso per l’individuo che, grazie all’organizzazione e alla coesione, è preso in carico e supportato in ogni sfera della sua esistenza. Ma per realizzare questo tipo di soluzioni servono tempo e investimenti sull’infrastrutturazione, e bisogna stabilizzare processi flessibili che diano spazio a percorsi individualizzati cuciti sulla persona”.

Sono tanti, come è stato detto, i soggetti della comunità educante, tra cui le scuole e il capitale umano dei territori, e naturalmente i singoli individui che la compongono. “La scuola rappresenta un punto focale della comunità – racconta Orietta Filippini, Direttore Generale della Fondazione della Comunità Bresciana – perché è il luogo dove in un modo o nell’altro tutti i ragazzi vengono intercettati. E se vogliamo agire come sistema, il rapporto di lungo termine con gli istituti scolastici è fondamentale. Ma ad oggi, per come è strutturata, la relazione con le scuole può interrompersi da un momento all’altro, per un cambio di dirigenza o di figure di riferimento, ad esempio, vanificando gli sforzi sistemici. Bisogna quindi strutturare reti solide e investire su di esse, non in singole esperienze progettuali, e avere una visione di lungo periodo, lavorando con scuole per dimostrare e valutare l’impatto dell’intera comunità educante”.

“Non dobbiamo dimenticarci – aggiunge Elena Carli, Segretario Generale Fondazione di Comunità di Mirafiori – che la parte viva e vibrante della comunità sono le persone che la compongono, con le loro passioni e competenze. Il protagonismo civico è quindi fondamentale per poter valorizzare energie e competenze al servizio di un territorio e per lo sviluppo della comunità. Come Fondazione di Comunità di Mirafiori abbiamo provato in questi anni di lavoro a sperimentare alcune chiamate territoriali al protagonismo civico che hanno fatto leva, da un lato, sul legame con il territorio (il nostro quartiere ha un forte senso di appartenenza e orgoglio). Dall’altro, sulla volontà e sulla responsabilità di contribuire al benessere della comunità nel suo complesso. Anche in questo caso abbiamo voluto superare l’intervento focalizzato su un’azione frammentata e parziale, ad esempio, di una singola azione educativa, e abbiamo voluto provare a costruire una visione più d’insieme, dove le azioni sono inserite in una cornice co-costruita con il territorio e coordinata dentro l’hub territoriale, guidato dalle fondazioni di comunità”.

Nel guidare questi processi permanenti, bisogna anche chiedersi quali efficaci strumenti possono essere messi in campo. In questo senso, interessante è l’esperienza di Fondazione Comunitaria del Lecchese che, a dicembre 2020, su spinta di Fondazione Cariplo, ha lanciato il Fondo povertà, fortemente connotato sin dagli inizi da un focus specifico sulla povertà educativa. “L’aspetto più interessante di questo fondo – racconta Paolo Dell’Oro, Segretario Generale della Fondazione Comunitaria del Lecchese – non è la parte economica, a mio avviso secondaria, ma come si è rivelato un modo per fare comunità intorno a un tema, grazie a scelte strategiche precise. Prima tra tutte, la governance di questo fondo, che è composta da 18 rappresentanti espressione del territorio stesso, in grado di portare visioni e punti di vista differenti sul tema, ricercando insieme una risposta condivisa. In secondo luogo, i meccanismi di funzionamento e gli strumenti del fondo, pensati per raggiungere quattro priorità fondamentali: ricomporre in un unico luogo le risorse territoriali, finanziarie e non, senza disperderle; lavorare favorendo una logica collaborativa e non competitiva; riconnettere gli interventi e le misure con politiche sociali pubbliche per garantire, in caso di risultati positivi, una continuità di lungo periodo e una stabilizzazione dei processi. Infine, è stato fondamentale dichiarare in modo esplicito il superamento del modello “domanda di risorse-offerta di servizi”, riconoscendo invece che ogni attore della comunità educante può e deve mettere a disposizione diversi tipi di capitali e prendere parte alla ricerca di soluzioni che vadano alla radice delle cause della povertà educativa con un approccio multidimensionale”.

QUALI PROSPETTIVE PER IL FUTURO?

Forti delle diverse esperienze a livello nazionale, nella prospettiva di strutturare una risposta efficace sui territori per far fronte alla povertà educativa, superando la logica progettuale e attivando processi permanenti, le fondazioni di comunità giocano un ruolo chiave. Ogni territorio è differente, ha le proprie peculiarità, bisogni e risorse (materiali e immateriali). E di conseguenza anche le fondazioni di comunità, espressione del loro territorio, si caratterizzano per la loro eterogeneità. Ed è per questa loro posizione unica di catalizzatori e attivatori delle comunità nell’analizzare bisogni e trovare risposte permanenti, costruendo processi di co-progettazione territoriale, che queste organizzazioni giocano un ruolo chiave e possono essere potenti alleati per coloro interessati a investire in maniera efficace sui territori per far fronte alla povertà educativa.

Bisogna cominciare a ragionare su soluzioni e misure che creino connessioni tra quei soggetti filantropici che mettono a disposizione risorse a livello nazionale e coloro che, come le fondazioni di comunità, stando sui territori possono agire in modo più strategico e garantire continuità ai processi, adattando gli interventi territoriali in base ai bisogni in divenire dei territori stessi e permettendo di costruire alleanze più allargate e comunità educanti più solide.

Questo comporta anche investire nelle fondazioni di comunità, nella loro resilienza e nel loro sviluppo, perché siano forti e capaci di raggiungere la propria missione, perché possano guidare questi processi permanenti e dedicarsi a quel lavoro di infrastrutturazione capillare fondamentale per mettere in connessione e co-progettare insieme ai diversi attori della comunità educante locale e non solo.

CONCLUSIONI

Nella lotta alla povertà educativa minorile, sfida multidimensionale, è sempre più necessario adottare approcci sistemici di lungo termine che mettano al centro la conoscenza e la bellezza e permettano all’individuo di non porre limiti alla sua capacità di immaginare, di ispirarsi e di scoprire e raggiungere il proprio potenziale. Nonostante ci sia sempre maggiore attenzione al tema, la maggior parte degli interventi si focalizza sul finanziamento di esperienze e progettualità singole, che tappano temporaneamente dei buchi ma non sono in grado di attivare processi trasformativi permanenti. Per cambiare passo, bisogna investire su infrastrutture, su comunità educanti resilienti, coese, aperte e inclusive in grado di riconoscere i bisogni in evoluzione e trovare risposte sistemiche, attivando i diversi tipi di patrimoni della comunità stessa. E le fondazioni di comunità hanno un ruolo chiave nel guidare questo processo di infrastrutturazione, essendo fortemente radicate nel contesto locale – espressione e volontà di un’intera comunità – e capaci di connettere le aspirazioni di sviluppo globale ai contesti locali.

Guardando al futuro, sono diverse le vie strategiche e dialogiche che si possono percorrere in collaborazione con le fondazioni di comunità nella costruzione di comunità educanti più solide e nella attivazione di processi permanenti. In primo luogo, riconoscere e accreditare queste organizzazioni come infrastrutture chiave territoriali, per la loro capacità, da una parte, di analizzare i bisogni effettivi della loro comunità e dall’altra di catalizzare e attivare risorse (finanziarie e non), competenze e organizzazioni del territorio, in una modalità collaborativa e non competitiva, per dare risposte concrete e mirate di lungo periodo. In secondo luogo, decidere di investire nelle fondazioni di comunità e nelle comunità educanti, mettendo a disposizione risorse finanziarie dedicate al loro rafforzamento e stabilizzazione da un punto di vista organizzativo, in modo che possano raggiungere la propria missione e possano guidare processi permanenti in risposta ai bisogni emergenti e in continua evoluzione sul tema della povertà educativa. Infine, un’altra possibile via è di evitare le duplicazioni degli sforzi diretti e collaborare con loro, ad esempio strutturando fondi collaborativi dedicati al tema e indirizzati al territorio che possano essere messi a disposizione in modo strategico in base ai bisogni effettivi.

ABSTRACT

Rethinking how we tackle and face the multiple challenges related to the so called “educational poverty” and the whole education system is a key issue for ensuring young people a bright, powerful future and thriving democracies. In this context, the local communities play a key role in structuring long term permanent systemic answers and community foundation play a key role in leading them. In this article, we will also explore new ways in which national and local actors can act together to strengthen communities and achieve greater impact.

 

 

Francesca Mereta

Francesca Mereta

Coordinatrice della Comunicazione esterna di Assifero, l’associazione italiana delle fondazioni ed enti filantropici, laureata in Economia e Scienze Sociali e con un master in Management of Cultural organizations presso l’Università Bocconi, dopo aver lavorato tre anni come consulente della comunicazione per il mondo profit, si unisce ad Assifero, dove si occupa delle strategie di comunicazione e dei programmi, in stretta relazione con i network internazionali. Fortemente ingaggiata sul tema del community-led development e dello sviluppo locale, oltre ai media e alla disinformazione, Francesca fa parte della community dei Global Shapers, network di giovani intraprendenti e motivati a creare un impatto positivo nella propria città, di cui è il Curator dell’hub della propria città, Genova.

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