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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Per andare nella giusta direzione, con la cultura come asset strategico per la rinascita dei territori marginalizzati, occorre partire dai territori e dalla partecipazione delle comunità locali, uscire dalla logica dei numeri e pretendere coerenti politiche differenziate, che tengano conto delle disparità territoriali e delle disuguaglianze sociali che il modello di sviluppo novecentesco aveva finito per accentuare. In questa direzione, la Scuola dei Piccoli Comuni (S.PIC.CO), nata nel 2023 tra Abruzzo e Molise per iniziativa del Comune di Castiglione Messer Marino, punta a ridare voce ai piccoli comuni, creando un’occasione di confronto tra esperienze e progetti locali, per partire da quello che c’è, per favorire la cooperazione al posto della competizione, con un focus specifico sulla rigenerazione a base culturale

CULTURA E RIGENERAZIONE TERRITORIALE

La cultura, intesa in senso lato, aiuta a cambiare e a governare le trasformazioni. Prima di tutto il suo valore trasformativo consiste nell’elaborazione di una visione, a cui dovrebbe seguire la definizione di una strategia e poi l’individuazione delle azioni e dei progetti. Si tratta di uno schema concettuale da rispettare nella sua scansione processuale, nell’ordine dei tre termini: visione, strategia, progetto. Uno schema che le politiche hanno perduto, con il risultato che si rischia di spendere alla cieca, senza alcun monitoraggio effettivo dei risultati nel tempo. Non parlo delle faticose e burocratiche rendicontazioni, ma della valutazione a posteriori degli effetti territoriali, sociali ed economici degli interventi in campo culturale.

Un ambito nel quale è possibile riscontrare questa patologia metodologica è quello della rigenerazione socio-territoriale delle cosiddette aree interne, cioè quell’insieme di paesi e campagne che coprono gran parte della superficie nazionale e che sono stati progressivamente marginalizzati dal processo di sviluppo che dal boom economico in poi ha seguito una logica polarizzante, privilegiando le città, le poche pianure e qualche tratto di costa, con il risultato della concentrazione da un lato e dello spopolamento dall’altro. Un benessere medio aumentato al prezzo di uno squilibrio crescente e dell’emergere di una vasta periferia territoriale che chiamiamo, appunto, aree interne.

Oggi, proprio nella fase in cui la cultura dovrebbe rappresentare la base per un’uscita dalla crisi ecologica e per un riequilibrio dei modelli economici, insediativi e abitativi, assistiamo invece ad una ulteriore involuzione delle politiche culturali, sempre più caratterizzate dalla logica deformante dell’evento e sempre meno guidate da una coerente visione strategica di crescita culturale delle collettività. Stiamo vivendo una fase in cui la cultura appare frammentata e individualizzata, trascurata, ridotta ad evento e ancella del turismo, schiacciata da una visione economica e quantitativa. Il lavoro culturale, invece, dovrebbe contribuire prima di tutto alla crescita civile, alla qualità sociale e alla coesione territoriale; dovrebbe essere critica del presente e ricerca del nuovo, partendo dalla conoscenza di quello che è stato; dovrebbe essere un fondamento di futuro e tornare a rappresentare un bene comune.

L’INTERNITÀ COME CONDIZIONE

Le aree interne sono ricche di elementi naturali, ma il loro paesaggio è essenzialmente un paesaggio culturale, frutto del lungo processo di civilizzazione che ha permesso nella montagna e nella collina mediterranea un fruttuoso incontro tra uomo e natura; un processo del quale le attività agricole, pastorali e forestali hanno rivestito un ruolo primario. Poi sono venuti gli insediamenti, con l’organizzarsi di comunità umane sempre più radicate e cooperanti con la natura nella produzione di paesaggio, costruendo e curando il territorio, depositando su di esso un insieme di patrimoni (ecosistemi, prodotti, architetture, tradizioni, culture, strutture e infrastrutture) che nell’insieme costituiscono oggi il patrimonio territoriale e che nel tempo si sono poi riflesse nella fioritura urbana e nelle grandi stagioni dell’umanesimo.

Occorrerebbe ripartire da qui, dall’idea della cultura come asset di rigenerazione e di rinascita delle zone rurali e interne, dove le disparità territoriali hanno inesorabilmente alimentato disuguaglianze sociali nell’accesso ai diritti e alle opportunità. Sarebbe necessario entrare nell’ottica di un mutamento del modello di sviluppo e di cambiamento della società: la cultura e il diritto alla cultura hanno ancora più senso se assumono un valore trasformativo. Ci stiamo riferendo ad aree che hanno subito un forte e prolungato declino e i cui problemi, se ragioniamo in termini analitici, non possono essere affrontati e risolti applicandovi lo stesso modello che le ha marginalizzate. Sta qui l’equivoco di fondo delle politiche generali, dalla cosiddetta transizione ecologica al PNRR (Piano nazionale di ripresa e di resilienza) e nella relativa attuazione nei vari settori, in particolare in quello culturale che qui ci interessa.

DALLA SNAI AL PNRR: UN REGRESSO CULTURALE

L’approccio avrebbe dovuto essere quello di capire il declino per progettare la rinascita. La rinascita richiede un lavoro culturale, inteso come iniziative, manifestazioni, percorsi formativi, ma soprattutto come messa in valore del patrimonio territoriale, di cui i beni culturali costituiscono un ingrediente rilevante. Occorre in primo luogo chiedersi che cosa è rimasto lassù, nelle terre alte e in quelle marginali, ovunque esse siano. Bisognerebbe considerare i territori come ambito di sperimentazione, non solo per cercare soluzioni ai loro stessi problemi, ma anche per mettere a punto linee, indirizzi e proposte valide per l’intera società, anche per le aree centrali o forti che ormai avvertono anch’esse i morsi della crisi. Una crisi plurale, al tempo stesso economica, ambientale, sociale e di valori.

Invece si è andati avanti continuando a parlare di crescita, di competizione, grandi dimensionamenti, di concentrazione, di velocità… cioè degli stessi elementi che hanno caratterizzato il modello capitalistico, urbanocentrico, consumistico ed ecologicamente insostenibile che ci ha accompagnato fin qui. Anche le politiche che si era cercato di mettere in campo, se non per ribaltare almeno per correggere quel modello, hanno segnato il passo. Si prenda la SNAI, la Strategia Nazionale per le Aree Interne, una politica placed-based lanciata nel 2013 dall’allora ministro Fabrizio Barca e volta a riconoscere la fragilità delle comunità lontane e a promuovere sui rispettivi territori la dotazione di servizi essenziali con l’obiettivo di contrastarne lo spopolamento. Una intera stagione di sperimentazione – quella dal 2014 al 2020, nella quale si erano cercate nuove relazioni orizzontali tra Comuni, tra istituzioni locali e società, tra saperi esperti e contestuali – è stata vanifica e gettata alle ortiche. Dopo essere stata resa lenta e vischiosa dalle burocrazie ministeriali e regionali, la SNAI è stata come inghiottita dal PNRR, che ne ha mortificato il metodo e surclassato l’entità. Il Piano di ripresa (e già il termine ‘ripresa’ contrasta con il valore trasformativo di cui dicevamo all’inizio) è stato diseducativo anche per le realtà locali, che si sono trovate spinte ad abbandonare la logica della pianificazione – quindi della visione – per assumere quella più semplice e immediata del progetto.  Perfino le Università, che in certi casi con la SNAI si erano lodevolmente messe al servizio dei territori, reinterrogandosi sul loro ruolo tra missione globale e incidenza locale, si sono rivolte soprattutto ad accaparrarsi fette più ampie possibile della appetibile torta del PNRR, finendo per dimenticarsi di nuovo del territorio.

Neanche il tempo di raccoglierne i frutti della SNAI ed è arrivato il ciclone PNRR che ha spazzato via anni di pratica pianificatoria, di riletture territoriali, di faticosi accordi tra comuni, di protagonismo delle comunità locali. Un ciclone dall’alto, all’insegna del “tanti soldi e subito”, distribuiti secondo la logica dei bandi competitivi che ha seminato disgregazione al posto della coesione, concorrenza al posto della cooperazione. Il PNRR si è presentato come ricco, veloce, tendenzialmente dispari e mirante più al progetto che alla strategia. L’obiettivo contingente della spesa si è sostituito a quello strategico della rigenerazione dei territori, delle vaste campagne e dei numerosi paesi resi marginali da un modello di sviluppo e di organizzazione dei servizi polarizzante, applicato a un Paese come l’Italia che è storicamente e strutturalmente policentrico.

Rispetto alla SNAI, il PNRR con la scusa della velocizzazione della spesa ha perfino impresso alle procedure una torsione antidemocratica. Sarebbero anche da considerare le alterne decisioni dei vari governi e ministri che si sono succeduti nei confronti della Agenzia per la Coesione Territoriale e dei comitati tecnici che hanno seguito l’attuazione del programma SNAI, così come l’intromissione delle Regioni tra i Comuni e lo Stato, come cunei non sempre a favore. In generale si sono sprecati tempo, energie e competenze, con una politica che è tornata a “guardare altrove”, lontana dal riconoscimento delle specificità locali e del paziente lavoro di costruzione di strategie locali e di interventi disegnati su misura per i singoli territori.

Non è così che si riducono i divari tra i territori, che si attenuano le condizioni di disagio dei paesi e delle campagne dell’Italia interna e che si aiuta il lavoro culturale. La competizione scatenata dai bandi e la fretta di spendere le risorse finanziare all’insegna del “sennò perdiamo i fondi”, come se spendere soldi fosse comunque un bene, porterà (già sta portando) a un aumento delle disparità territoriali, che inevitabilmente si trasformano in disuguaglianze sociali. Crescerà la distanza tra chi è già avanti e chi è rimasto indietro, tra chi è in vista e chi non lo è. Sono tutti buoni a premiare i migliori, mentre la logica dovrebbe essere quella di aiutare chi è indietro. Bisognerebbe cancellare dal vocabolario la parola “eccellenza” che quasi sempre equivale a un allargamento delle differenze: puntare a qualche eccellenza è il contrario della crescita complessiva del sistema (i sistemi locali dei servizi, del territorio, dell’economia, dell’accoglienza, ecc.). Ormai si è presi soprattutto dalla necessità di spendere e di spendere presto, più che dalla elaborazione di una vera e propria strategia di intervento, da un programma calato dall’alto piuttosto che da una pianificazione partecipata dal basso, di fatto smentendo e rendendo così meno credibile l’impegno profuso con la SNAI negli ultimi anni in decine di aree italiane, perdendo anche le competenze accumulate.

CAMBIARE METODO

Come si può reagire a questa situazione? Ripartendo dal basso e senza soldi, verrebbe da dire, favorendo la partecipazione su strategie e programmi di rigenerazione socio-territoriale definiti a livello di aree omogenee, non tanto grandi, mettendo insieme sindaci, comuni, associazioni locali, ricreando fiducia e rispettando la natura, anteponendo al capitale finanziario il capitale sociale, ambientale e culturale di cui sono ancora ricche le aree interne italiane. Soprattutto ponendoci il problema di come utilizzare la leva culturale per innescare e alimentare strategie di rigenerazione locale nelle aree fragili italiane.

Cultura e turismo possono aiutarsi, ma non devono essere confusi, restando in guardia dai rischi di un’associazione troppo stretta tra i due elementi. Nessuno dei due può essere separato, nelle politiche e nelle pratiche, dalla promozione della qualità della vita delle comunità abitanti. Per questo occorrono consapevolezza, riconoscimento delle risorse locali e politiche di sistema, valorizzazione delle specificità. Solo così sarà possibile trovare elementi caratterizzanti, tratti forti utili anche per comunicare il territorio, per attivare una coerente narrazione di quello che c’è, uno story-telling che diventa place-telling, cioè racconto dei luoghi, nel rispetto delle loro vocazioni, dei valori delle comunità locali, del rapporto tra natura e cultura. Si tratta di salvaguardare o di promuovere stili di vita e forme di economia che non replichino i cliché della vita urbana e del mercato: filiere corte, autoconsumo, autoproduzione, gestione collettiva dei beni comuni, solidarietà al posto della competizione, microimprese cooperative. Sono le vie per sfuggire i rischi della colonizzazione culturale, dello snaturamento e dello spaesamento (nel senso di perdita del paese). Il paesaggio può essere considerato la risorsa apicale, cioè quella che riflette l’insieme del patrimonio territoriale e che ci consente di leggere le vocazioni e l’evoluzione del territorio, dei paesi come delle campagne.

Seguendo queste linee, le “terre incognite” potranno tornare ad essere visibili, una visibilità culturale e sociale, prima ancora che turistica. I temi dell’identità, dell’attrazione, dell’accessibilità e della comunicazione diventano quindi essenziali per definire una strategia che deve svilupparsi attorno a due assi principali: il territorio e il sapere, dunque la cultura. Questa prospettiva richiede una forma di governance orizzontale e partecipata, che punti alla valorizzazione delle risorse culturali che divengono patrimonio, cioè qualcosa che ha valore e che si inscrive nell’orizzonte di riabitare i luoghi, della restanza o della tornanza come ha scritto Vito Teti. Ma per restare o per tornare, cioè per riabitare, c’è bisogno di dotare le aree interne dei servizi essenziali, a partire da sanità, scuola, trasporti. I servizi significano diritti – salute, istruzione, mobilità – e l’accesso ai diritti dovrebbe essere assicurato a tutti, nel rispetto del principio di uguaglianza.

Per andare nella giusta direzione, con la cultura come asset strategico per la rinascita dei territori marginalizzati, occorre dunque partire dai territori e dalla partecipazione delle comunità locali, uscire dalla logica dei numeri e pretendere coerenti politiche differenziate, che tengano conto delle disparità territoriali e delle disuguaglianze sociali che il modello di sviluppo novecentesco aveva finito per accentuare.

LA SCUOLA DEI PICCOLI COMUNI

Di fronte al fallimento delle politiche, un fallimento culturale prima ancora che materiale, nella palude della SNAI e nel vortice del PNRR, servirebbe da subito un ribaltamento delle gerarchie, un cambio di metodo e una mutazione del linguaggio ai fini di un riscatto dell’Italia rurale e paesana. È la proposta di un’inversione di rotta, per passare dalla logica penalizzante dei numeri a quella prospettica della qualità della vita. È questa, ad esempio, l’impostazione della Scuola dei Piccoli Comuni (S.PIC.CO), nata nel 2023 tra Abruzzo e Molise per iniziativa del Comune di Castiglione Messer Marino, in particolare della sua sindaca Silvana Di Palma, della consigliera comunale Sara Franceschelli e del giovane ricercatore Nicholas Tomeo.

Secondo le consuete classificazioni statistiche e normative, sono considerati piccoli i comuni al di sotto dei 5.000 abitanti. Ma il puro criterio demografico non è sufficiente a identificare una condizione che invece deve tenere conto anche delle dimensioni fisiche del territorio, dell’orografia, del grado di marginalità e dei contenuti patrimoniali che in diversa misura si trovano all’interno di ogni confine comunale. In questa visione più ampia e inclusiva, ci accorgiamo che spesso i piccoli comuni sono grandi, nel senso che a fronte di una ridotta popolazione possiedono un’estensione e un patrimonio territoriale di rilievo. Dunque, ciò che definisce il piccolo comune è piuttosto una condizione esistenziale dei territori, luoghi dove si incontrano natura e cultura.

Un Comune che istituisce una scuola è già di per sé una bella notizia, tanto più se riesce a farlo contando sulle proprie forze, senza la pioggia di finanziamenti esterni, con una delibera chiara, senza burocrazie o lungaggini, cercando subito alcuni partner di ambito regionale e incontrando la pronta adesione di Anci, Uncem, Unpli, Slow Food, Confcooperative, CAI, Avis, Gal Maiella Verde e il locale Istituto scolastico. Un partenariato qualificato e significativo, che in futuro potrà allargarsi alle Università, alle organizzazioni sindacali e imprenditoriali e ad altri soggetti del terzo settore. Fin dalla fase di avvio, alla Scuola si può partecipare in modo gratuito, registrandosi all’intero corso e ai singoli incontri sul sito del Comune di Castiglione Messer Marino (https://comune.castiglionemessermarino.ch.it). Le attività vere e proprie sono cominciate nel 2024, con incontri mensili che metteranno insieme saperi esperti e pratiche di territorio, coinvolgendo direttamente i piccoli Comuni nei quali sono in atto strategie di resistenza o di rivitalizzazione.

È proprio questa l’innovazione, metodologica prima che contenutistica. Si tratta di un’iniziativa che rompe con le iniziative calate dall’alto, le ricette che arrivano dall’esterno, il professionismo spesso retorico applicato alle aree interne. La Scuola punta a ridare voce ai piccoli Comuni, creando un’occasione di confronto tra esperienze e progetti locali, per partire da quello che c’è, per favorire la cooperazione al posto della competizione, con un focus specifico sulla rigenerazione a base culturale, vale a dire sul ruolo della cultura e del patrimonio culturale nelle strategie di rivitalizzazione delle comunità locali e dei territori fragili o remoti.

L’impostazione delle lezioni mensili consiste nell’associare all’intervento di docenti e ricercatori il racconto di esperienze virtuose nei piccoli comuni italiani: un effettivo incontro, appunto, tra saperi esperti e saperi contestuali con l’obiettivo di fare formazione e diffondere pratiche per la rigenerazione delle aree interne, mettendo a disposizione degli amministratori, del personale degli enti locali e degli operatori del territorio – dalle professioni al volontariato – una cassetta degli attrezzi utile ad avviare ed alimentare processi di rinascita sociale ed economica, di mantenimento e sviluppo dei servizi essenziali, nella consapevolezza che occorre sempre un lavoro culturale di accompagnamento degli interventi e dei finanziamenti provenienti dall’esterno. Parallelamente all’avvio della Scuola dei piccoli comuni, la pubblicazione da parte di Radici Edizioni, un editore indipendente operante in aree interne, del Vocabolario delle aree interne, curato da Nicholas Tomeo e costruito attorno a cento parole descritte da decine di giovani studiosi e operatori territoriali, rappresenta un interessante tentativo di riposizionamento di significati e linguaggi.

L’idea di rigenerazione che emerge da simili esperienze non è quella di trasformare i paesi in borghi vip o in luoghi solamente turistici, ma quella di favorire l’emergere di comunità dove si può vivere bene, in una dimensione che sia popolare e di qualità al tempo stesso, senza perdere il paese, senza chiusure campanilistiche, ma rivalutando il locale come ambiente di vita e come luogo di sviluppo delle relazioni sia interne che esterne, ripartendo dalla cultura.

ABSTRACT

In order to move in the right direction, with culture as a strategic asset for the rebirth of marginalized territories, we need to start from the territories and the participation of local communities, get out of the logic of numbers and demand coherent differentiated policies that take into account the territorial disparities and social inequalities. In this direction, the School of Small Municipalities (S.PIC.CO), established in 2023 between Abruzzo and Molise on the initiative of the Municipality of Castiglione Messer Marino, aims to give small municipalities a voice again, creating an opportunity for comparison of local experiences and projects to foster cooperation instead of competition, with a specific focus on culture-based regeneration, meant as the role of culture and cultural heritage in the revitalization strategies of local communities and fragile or remote territories.

 

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Rossano Pazzagli

Rossano Pazzagli

Rossano Pazzagli. Professore di Storia moderna presso l’Università degli Studi del Molise, dove insegna anche Storia del territorio e dell’ambiente. È stato presidente dei Corsi di Laurea in Scienze Turistiche e Beni culturali, direttore del Centro di Ricerca per le Aree Interne e gli Appennini (ArIA) e del Centro Studi sul Turismo. Attualmente dirige la Scuola di Paesaggio 'Emilio Sereni' presso l'Istituto Alcide Cervi, è esponente della Società dei territorialisti e Accademico Georgofilo. È autore di oltre 200 pubblicazioni di storia economica e sociale, riguardanti in particolare le trasformazioni del territorio e del mondo rurale nell'età moderna e contemporanea. Inoltre fa parte della redazione delle riviste “Ricerche storiche" e "Glocale", di cui è co-direttore.

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