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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Come riattivare una comunità dopo uno stravolgimento, come stimolare alla consapevolezza, all’impegno, all’espressione di sé
© Photo by Johannes Beilharz on Unsplash

Terminare la fase di montaggio di un film su riti ed ecologia e spietrare un terreno per farlo coltivare a un collettivo di donne. Cos’hanno a che vedere, l’una con l’altra, queste attività condotte dalla stessa persona? (Molto). Se si svolgono in una città di 250.000 abitanti dell’Africa orientale, hanno attinenza con un paese di 300 abitanti dell’Abruzzo interno? (Sì).

Il paese di cui sopra è Fontecchio-L’Aquila-Abruzzo-Italia, estraneo in tutto e per tutto a Goma-Repubblica Democratica del Congo-Africa, due punti del globo accomunati solo – forse – da disastri naturali: un vulcano terribilmente attivo da una parte e un terremoto ancora tanto incidente dall’altra.

Concentrandoci sull’antipode nostrano, cos’è e cosa non è Fontecchio.

È: un paese, piccolo, tra la catena montuosa del Sirente e il fiume Aterno; è in fase di ricostruzione post terremoto 2009 (70% degli immobili privati ripristinati, 50 milioni di euro già erogati, circa 20 lavori pubblici in corso); età media 49,8 anni; ha scuola, biblioteca, caserma, ufficio postale, bar, farmacia, ristorante, alimentari, onoranze funebri, RSA, un museo fotografico-memoriale, molte associazioni;

Non è: un autentico borgo medievale “più bello”, un presepe, un fondale da selfie, una mèta turistica della domenica, un luogo di silenzio e relax, un riparo episodico dal caos cittadino.

La fisionomia che si sta delineando, infatti, è di un luogo di incroci e attualità: 30 giovani nuovi abitanti negli ultimi due anni, colonnina per la ricarica delle auto elettriche, caldaia a biomassa a scuola, banda ultralarga, centri culturali internazionali, summer schoool, residenze d’artista, pannelli braille, parchi giochi innovativi, nuove attività economiche, mercato immobiliare vivace.

Con queste premesse, le conversazioni tra un cineasta-attivista congolese e una sindaca abruzzese possono rivelare riflessioni sorprendentemente coincidenti. Leadership e partecipazione, spazi condivisi, identità e apertura, tradizione e tecnologia e soprattutto: come riattivare una comunità dopo uno stravolgimento, come stimolare alla consapevolezza, all’impegno, all’espressione di sé.

Il vitale punto in comune probabilmente si può trovare nella convinzione del valore, del potere dell’arte e del patrimonio culturale quale strumento di coesione sociale, di inclusione e di crescita civile di una comunità.

 

Le Parti si impegnano a utilizzare tutte le dimensioni dell’eredità culturale

nell’ambiente culturale per…

rafforzare la coesione sociale promuovendo il senso di responsabilità condivisa nei confronti dei luoghi di vita delle popolazioni

(art 8 Convenzione quadro del Consiglio d’Europa

sul valore dell’eredità culturale per la società)

 

 

La teoria non è di certo nuova, è sancita in convenzioni internazionali e nelle raccomandazioni delle istituzioni europee. La questione è: chi la applica? su quali scale? con quali prospettive di durata e replicabilità?

Il Congo e l’Abruzzo, Viscri in Romania e San Francisco negli USA, il momento e il luogo sono influenti? Abbiamo imparato a trascendere dai limiti spazio temporali in cui ci eravamo sentiti bloccati e rassicurati prima della rete, di YouTube, di zoom e del metaverso. Non ci sono angoli o momenti deputati a specifiche attività, siamo nello stesso tempo immortali, indelebili e tremendamente labili, vani.

Anche i luoghi hanno acquistato una fluida equivalenza. Fontecchio=Parigi, città=campagna per lavorare, incontrarsi virtualmente, sperimentare una coltivazione, costruire un edificio con una stampante 3D, ospitare una performance. Nessun luogo ha la prerogativa esclusiva per accogliere e promuovere, creare e comunicare. Un museo nazionale equivale ad una piazza di paese, il centro città alla riva di un ruscello alpino. Nessun luogo è lontano, nessun luogo è perno.

L’ambito e la portata delle azioni politiche, perciò, non hanno limiti né ampiezze prevedibili, nette, circoscrivibili.

Da 12 anni a Fontecchio si tenta di condurre azioni ispirate ad uno sviluppo su base culturale. Impresa impari, spesso solitaria, fraintesa, osteggiata, vilipesa. Meglio, molto lusinghevole l’interesse suscitato ad occhi esterni, ma con quali effetti, ricadute, consapevolezze e apprezzamenti dagli effettivi destinatari: gli abitanti del paese?

La riflessione non deriva solo dagli scrupoli di una sindaca a metà del suo terzo mandato, è questione che riguarda molti centri di dimensioni più o meno piccole che, soprattutto nelle aree interne d’Europa, stanno affrontando percorsi di attivazione, riattivazione comunitaria, per contrastare spopolamento, gentrificazione, smobilitazione industriale, disastri naturali o tensioni sociali.

 

“Un raggio di sole aveva forato la scorza delle nuvole,

attraversato l’opacità di un vetro e si era posato su uno stelo.

Il giardiniere si era chinato verso quella cosa fragile

che soffriva nel silenzio della sua linfa per costruire ciò che doveva diventare”

(Frèdèric Richaud, Il signor giardiniere)

 

Chi sono gli attori di questi tentativi? Come sono composte le comunità da riattivare o rianimare? Chi sono gli abitanti?

Amministrazioni comunali ansimanti, associazioni intraprendenti, cooperative di comunità audaci, ricercatori universitari appassionati, volontari di servizio civile versatili, giovani neorurali disordinati, intellettuali convertiti idealisti stanno osando contrastare l’abbandono di terre e case. Ma da chi è costituito il residuo delle migliaia di abitanti di inizio secolo scorso che abita i 6000 piccoli comuni italiani? Da chi non ha saputo andar via, da chi è restato a malincuore, da chi non è certo di voler restare, da poche unità di abitanti che hanno scelto di arrivare o di restare con coscienza, cittadini consapevoli, elettori che non consultano l’albero genealogico per esprimere il voto alle elezioni comunali.

E quali sono le motivazioni che spingono a lavorare in paesi scomodi, isolati, mal collegati, poco serviti, dove non si può fare shopping se si è tristi, né vedere un film mangiando popcorn? Amore per la scienza, alto senso civico, prospettive di guadagno? Qualunque sia la fisionomia degli attori e al di là della ratio dell’azione, le best practice di tentativi pertinaci di vivisezionare i superstiti, applicare metodi, condurre esperimenti, declinare raffinate riflessioni delle scienze umane in contesti reali, vivi e vegeti sono numerose e distribuite in tutta la penisola, isole comprese.

E quindi, quanta consapevolezza c’è nei destinatari di tanta benevola intraprendenza? Come è la convivenza tra gli abitanti attivi (di solito in numero impietosamente esiguo) e la maggioranza di persone preferibilmente anziane, pensionate, teneramente in tensione tra pigrizia, spavento, accidia e moralismo?

Sono riflessioni attuali, che arrivano a valle di pensamenti fatti dal 2010, quando, tra le tante strade possibili, abbiamo scelto di affrontare la ricostruzione lato sensu dopo il terremoto, attraverso iniziative, investimenti, gesti e parole fondate sui concetti di partecipazione, apertura, ascolto, sostenibilità.

Ma quali sono le esigenze, le impellenze, le aspirazioni delle comunità piccole, italiane, interne? Ricostruzione veloce e gratuita (laddove), servizi pronti e diffusi, tassazione bassa, decoro urbano, rievocazioni, tradizioni, divertimento.

Dalla posizione di amministratori pubblici, quanto il soddisfacimento delle contingenze dà senso e ragione ai corposi stanziamenti dedicati ai nostri comuni (ricostruzione fisica, fondi per dissesto idrogeologico, efficientamento energetico, accessibilità, turismo, PNRR…)? Quanto la costruzione dei presupposti per assicurare una prospettiva di permanenza, di rifunzionalizzazioni, di servizi è un processo lento, presumibilmente duraturo, ma molto lento?

 

Andavo. Andavo.

Cercavo dove poter sostare.

Ero ormai sul discrimine.

Dove finisce l’erba

e comincia il mare.

(Giorgio Caproni, Raggiungimento)

 

A non voler essere ruffiani, intendendo il ruolo come servizio e non come patetico esercizio di potere (imperatori di un metro quadro), ci si trova di fronte alla schizofrenia di una quotidianità fatta di urgenze e particolarismi e una visione nebbiosa, cangiante.

Eppure, se c’è un senso nell’immolarsi in un impegno rischioso, non remunerato, frustrante come quello di sindaca di un microcosmo, esso sta nel voler fare, insieme a tutti i cittadini, un percorso di maturazione civica, di responsabilizzazione collettiva, di crescita personale e comunitaria. E di farlo anche e soprattutto attraverso la cultura.

L’educazione al patrimonio, la sua valorizzazione e la tutela sono attività normalmente assegnate ad enti e istituzioni precise: accademie, ministeri, scuole… Ma se il diritto e il dovere di occuparsi e godere dei patrimoni e dei paesaggi cui si appartiene è di ogni cittadino, l’ente locale diventa un interprete privilegiato del ruolo di mediazione, di interpretazione. L’inerzia della delega data ai governanti, l’anestesia del divertimento, la pigrizia della fruizione passiva ci distolgono da ciò che ognuno di noi può creare, fare, apportare.

Ogni cittadino, in questo senso, è un artista e ogni artista, prima di tutto, è un cittadino.

Perciò sia il turista che l’artista in residenza sono cercati e accolti, per lo scambio, per l’interazione. Far conoscere il patrimonio culturale e naturale, non per pubblicare il post mattutino di autocelebrazione, non per fornire il luogo di pace e concentrazione al poeta in cerca di ispirazione, ma rendersi disponibili a”vivere” i luoghi e le relazioni per rafforzare i rapporti.

 

Le relazioni, in contesti piccoli, sono già forti, nel senso che sono intense, vissute quotidianamente, lunghe, profonde. Ma la compattezza del gruppo, se da una parte rassicura, assicura solidarietà, dall’altra rischia di escludere chi non ha condiviso il passato, che non ha ricordi comuni e un cognome ricorrente. Quindi, nel momento in cui il faticoso percorso di apertura, di attrazione di nuovi abitanti dà i suoi frutti, quali sono le reazioni? Quanto si teme per una presunta cristallizzata identità aggredita? Chi non ha un beneficio diretto dall’ampliamento della comunità, come reagisce a nuovi riferimenti linguistici, fisici, ideali? Cosa teme?

 

Di chi è la fontana?

 

Se il patrimonio culturale è emblematicamente bene comune, tutti abbiamo diritti (e doveri) su di esso:

“l’eredità culturale è un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione. Essa comprende tutti gli aspetti dell’ambiente che sono il risultato dell’interazione nel corso del tempo fra le popolazioni e i luoghi” recita l’articolo 2 della citata Convenzione di Faro.

Invece il senso di appartenenza, ciò che si è vissuto nel passato, l’identità in cui ci si ritrova, rischiano di escludere da un futuro in comune chi non ha condiviso il passato.

L’arte e l’arte partecipativa sono strumenti privilegiati per far breccia, per trovare tratti comuni, sottolineare la reciprocità, trovare l’equilibrio tra voler salvaguardare l’identità e doverla aggiornare.

E poi, comunità così semplici, possono più facilmente dare accoglienza, concentrazione, stimolo e voce a chi, per diverse ragioni, incontra difficoltà di espressione, per predire e partecipare ai cambiamenti, per diffondere, attraverso l’arte, esempi e messaggi di rispetto dei diritti e di convivenza pacifica.

I 6000 campanili non sono (non solo, non più) i luoghi del silenzio, della lentezza, della contemplazione; sono luoghi dove osare, sperimentare, accogliere, proteggere, dove conoscere e discutere di questioni impellenti, universali, stringenti. “Essere nel mondo”, impegnarsi, farlo attraverso l’arte, applicando gli articoli 2, 3 e 9 della Costituzione… sono modi di una convivenza dimenticata in cui ognuno solleva il peso, non lo aggiunge, e questo rende il tutto più facile da sostenere, più durevolmente sostenibile.

 

Perché storie, luoghi e persone sono inscindibili:

Perché insieme si possono costruire lune e fontane:

ABSTRACT

Among the attempts of community animation in peripheral areas, affected by depopulation and abandonment of places and activities, the cases of culture-based development are numerous and generous. Through art and cultural heritage, the aim is to educate and build up a civic sense, the role of active citizens, because heritage and landscapes belong to everyone, and entail rights and duties for every inhabitant, whether historic or new, artisan or artist, pensioner or schoolchild.

 

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Sabrina Ciancone

Sabrina Ciancone, 53 anni, due figli, laurea e master in Scienze Politiche presso la LUISS. Dal 2010 sindaca di Fontecchio (AQ), ha lavorato nelle amministrazioni di diverse Università (Univaq, UCSC, GSSI). Curiosa e interessata a ogni forma di arte, cerca la poesia e la bellezza in ogni persona o situazione.

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