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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Un volume di racconti di città in trasformazione. Da Paolo Verri
© Photo by R.D. Smith on Unsplash

Paolo Verri offre, con il recente volume “Il paradosso urbano. Nove città in cerca di futuro”, edito nel marzo 2022 da Egea, diversi elementi di riflessione sulla città e sul suo futuro, concentrandosi sulla storia recente di nove di esse, che costituiscono dei casi studio di interesse per capire la contemporaneità.

L’autore, partendo dalla consapevolezza che le città saranno sempre di più i luoghi in cui si elaborerà il futuro del Pianeta – nel 2030 Giacarta avrà ben 35 milioni di abitanti – ci accompagna nella sistematizzazione di esperienze emblematiche che contengono in sé semi di futuro sia sotto l’aspetto concettuale e metodologico sia dal punto di vista dell’attuazione di intuizioni che ne hanno cambiato le sorti e che possiamo prendere a esempio per il lavoro che ci aspetta, come urbanisti, decisori pubblici, placemaker, cittadini.

Presentate in tre gruppi di tre, toccando la dimensione europea, italiana e mondiale, le città di Barcellona, Torino, Pittsburgh, Lione, Milano, Istanbul, Wroclaw, Matera e Tokio, raccontate da Verri, fanno affiorare i temi che la storia del Novecento ha lasciato in eredità a questo nuovo secolo nel flusso di cambiamento che ne ha caratterizzato il passaggio.

Verri, nelle sue conclusioni, cita in apertura Lewis Munford che in City in History: Its Origins, Its Transformations, and Its Prospects, edito a New York City nel 1961 pone l’accento sul fatto che siano spesso state, nella storia, ragioni di tipo sanitario a far scegliere le persone di abitare in città o in aree rurali considerate più salubri.

L’accento sulla salute come chiave di lettura della forma fisica della città e del territorio è centrale in questo momento storico che ci vede fragili di fronte all’evento pandemico degli ultimi due anni, più o meno consapevoli dei cambiamenti che il nostro Pianeta sta affrontando dal punto di vista climatico e confusi di fronte a uno scenario geopolitico sempre più cupo e incerto.

Il nostro mondo, abitato per qualche anno ancora da nativi analogici e da nativi digitali, per poi lasciare lo spazio a questi ultimi, sta affrontando una delle più grandi trasformazioni della sua storia, che affiancherà alla forma fisica quella virtuale di cui oggi iniziamo a vedere i primi impatti.

In questo quadro, le città narrate da Verri offrono diversi spunti su cui riflettere, attraverso il fil rouge della partecipazione, vero motore del loro cambiamento, in mancanza del quale, spesso, ci dice l’autore, si è assistito a battute di arresto nel percorso di crescita e mutamento.

La trasformazione di queste città è sempre stata culturale prima che fisica o sociale. Il processo culturale di costruzione del progetto, di riappropriazione dei luoghi e dell’identità, di identificazione con la visione – anche di ribellione, come è successo a Matera in alcuni frangenti del percorso – è, per l’autore, il vero fulcro su cui riflettere per comprendere la città in trasformazione e accompagnarla in questo magmatico e infinito percorso di costruzione e ricostruzione, crisi e adattamento, crescita, indebolimento e rinascita.

Così Tokio, lavorando su una strategia basata sulla diversità piuttosto che sull’omologazione e sulla valorizzazione di alcuni estremi sociali specialmente demografici, è riuscita, attraverso l’intergenerazionalità, a tenere insieme l’attenzione per anziani, bambini, persone portatrici di disabilità e ad accompagnare le donne ad avere un ruolo diverso.

Lione ha lavorato sulla scala allargata che dall’ipercentro irradia l’area metropolitana facendola diventare comunità di comuni, dove questa operazione non è data da una semplice sommatoria degli addendi, ma reale portatrice di valore aggiunto.

Il tema dell’evento – una parola passe-partout, da usare con cura, ci dice Verri – come elemento capace di finalizzare le intuizioni in un progetto strategico e di coagulare intorno a questo le migliori energie di un luogo è servito alla causa – a volte grazie alla sua reiterazione nel tempo – di Barcellona, Torino, Milano, così come delle altre città ritratte nel volume.

Resta il tema – forte – di come i partenariati pubblico privati che sono stati alla base di tutti i piani strategici descritti nel libro possano adattarsi al nuovo secolo e alle nuove dimensioni che questo porta con sé fra analogico e digitale, fra fisico e virtuale.

Di come il partenariato delle cosiddette tre P (Partenariato Pubblico Privato) possa aggiungervi la quarta, coinvolgendo profondamente e imprescindibilmente anche la dimensione “People”, l’unica, forse, veramente indispensabile per riuscire a rendere sostenibile nel tempo il cambiamento.

Il tutto nell’epoca dei dati, mai così copiosi come ora, mai così – tuttavia – difficilmente leggibili.

Forse proprio Pittsburgh, fra i casi raccontati da Verri, può essere emblematica e spronarci alla riflessione. La città americana ha vissuto nei primi anni del Novecento il suo sviluppo maggiore, legato alla nascita dell’industria dell’acciaio, supportando poi gli Stati Uniti nello sforzo bellico imposto dal secondo conflitto mondiale a cui è seguito un lento declino. Oggi, grazie alle nuove tecnologie nei settori medico-sanitari, la città è un modello di riferimento per il suo percorso di rinascita e la sua popolazione ha ricominciato a crescere.

Il fotografo americano W. Eugene Smith (1918-1978) nell’accingersi, a partire dal 1955, a lavorare sulla città industriale più famosa del primo Novecento, scrisse di voler ritrarre «la città come un organismo vivo, un ambiente fatto per le persone e, a sua volta, creato per le persone, che gli danno cuore ed energia vitale». Il suo lavoro – mai finito e profondamente analitico – si accompagna ai lavori autoriali di Lewis Hine (1874-1940), Edward Weston (1886-1958), Todd Webb (1905-2000), Margaret Bourke-White (1904-1971), Lee Friedlander (1934), Bernd (1931-2007) e Hilla (1934-2015) Becher, Duane Michaels (1932), LaToya Ruby Frazier (1982).

La fotografia ha accompagnato Pittsburgh dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi e si dimostra un potente strumento di conoscenza e documentazione. È importante chiedersi, partendo da questo esempio, quali siano gli strumenti contemporanei a cui stiamo affidando il compito di documentare, ma anche interpretare la città. I dati che raccogliamo sono infinitamente più numerosi e qualitativamente migliori di quanto era possibile fare nel Novecento; resta da capire se il lavoro autoriale sia ancora necessario per orientarci nell’interpretare l’organismo vivo della città. Forse sì e, anzi, non dobbiamo abdicare al ruolo critico e autoriale affidato ad architetti, artisti, fotografi, giornalisti, tanto più necessario se, a raccogliere l’immagine delle nostre città e dei loro abitanti, sono oggi soprattutto società private quali Facebook, Instagram, Google, Amazon, per citarne solo alcune.

 

Paolo Verri, Il paradosso urbano. Nove città in cerca di futuro, Egea, Milano 2022, 22,50 €

ABSTRACT

Cities are living organisms who can never say “I’ve made it”. Stunningly beautiful and amazingly long-lived, they change continuously. A recent book by Paolo Verri tells the tale of nine of them. Opening on a few issues of crucial importance for their future: the coexistence of analogue and digital natives, the need to participate in governance and strategic planning, the issue of data interpretation.

 

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Elena Franco

Architetto e fotografa si occupa di valorizzazione urbana e territoriale. Ha lavorato a oltre cinquanta piani strategici e progetti di sviluppo locale e, con l’associazione internazionale TOCEMA worldwide, ha progettato la certificazione europea per i Distretti del Commercio. Con Luca Tamini e Luca Zanderighi ha curato il volume Commercio e Distretti: un patto per lo sviluppo (Maggioli editore 2020) e recentemente si è dedicata a Commercio e Logistica. Criticità e sfide per il governo del territorio (Maggioli editore 2022) che si concentra sugli impatti territoriali dei gesti virtuali. Dal 2012, inoltre, si occupa di cultura e salute con la ricerca fotografica “Hospitalia”, grazie alla quale ha pubblicato Hospitalia. O sul significato della cura (ARTEMA 2017) e Ars Curandi (ARTEMA 2021).

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