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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
La cultura della disabilità in scena e tra le pagine

UNA PRESENTAZIONE DAL VIVO

Non sempre si ha la fortuna di leggere un libro dopo aver assistito a una presentazione; per chi acquista in modo selettivo, ma vorace, il possesso di una pubblicazione anticipa di molto quello della possibilità di seguire un incontro con le autrici o gli autori. Nel caso di Lost in translation. La disabilità in scena di Flavia Dalila D’Amico, in occasione del Festival Orlando 2022, Mauro Danesi, direttore artistico del Festival, ha organizzato e moderato una conversazione con l’autrice e con Chiara Bersani, preziosa non solo per il livello delle interlocutrici, ma anche perché chi partecipava per interesse al tema, ma non necessariamente al libro, ne usciva con qualche certezza in meno e una visione di criticità altrimenti invisibile. Flavia Dalila D’Amico non è nuova a questo argomento, ovvero a quello dell’“on stage”, alle arti performative nella loro relazione con corpi e tecnologie, mentre Chiara Bersani è una nota performer, regista e coreografa, che mette al centro il concetto di “Corpo Politico”, la stretta relazione con lo spazio e le persone.

IL GRANDE VUOTO

Nato da un’esperienza disabilitante, che ha consentito all’autrice di interrogarsi su un punto di vista, relativo a questi temi, affatto nuovo, forse il libro deve a questa sua genesi la sua grande forza, visibile sia nell’impianto, sia nella serietà e nello scrupolo con cui vengono dispiegate documentazioni, argomentazioni, sia nella godibilità della lettura. Il libro, infatti, nasce intorno a un grande vuoto, quello della mancanza di casi di studio, di fonti di prima mano, intorno al tema della disabilità in scena, ovvero di come regist*, performer, attori, attrici con disabilità si sono confrontati con lo stare in scena. Come sempre nelle questioni legate alle arti visive, l’assenza ha un peso determinante; l’arte nasce – così dice la narrazione di Plinio il Vecchio – quando una fanciulla traccia il profilo dell’amato, che sta per partire, ferma la sua immagine quando questa verrà a mancare. Quindi l’arte nasce per scongiurare l’assenza, e questo libro nasce proprio perché l’assenza racconta molto, con il “non esserci” di materiali e voci di protagonist* delle arti performative.

L’IMPIANTO RIGOROSO

L’indagine, date queste premesse, sceglie due coordinate sulle quali muoversi: una è quella temporale, e una è quella che potremmo definire più squisitamente epistemologica e semantica. Una è quella che, quindi, scava a ritroso nel tempo cercando in modo caparbio locandine, fotografie, per ricostruire i livelli con cui è stata presentata, comunicata e affrontata la disabilità, quando posta in relazione con la sua esposizione ed esibizione, e una è quella che si interroga, e cerca di darsi delle riposte, in merito alla formulazione dei metodi e dei principi, oggettivi, con cui darsi una forma, così come in merito al posizionamento dei termini con cui queste questioni vengono trattate. Non a caso scelgo termine, e non lessico, perché questa parola ha in sé una certa ambiguità, nel suo significare non solo una parola che definisce, ma anche il senso del limite, spaziale e temporale. Proprio per queste ragioni Lost in translation è un testo prezioso, perché va a riempire una falla scomoda, imbarazzante nel terzo millennio, e si fa carico di una decifrazione di prima mano agendo come un navigatore satellitare, che riesce ad indicare la strada perché si basa su una triangolazione di indicatori: lessico, storia e dialoghi. Nel film Her di Spike Jonze, ambientato in un futuro tanto distopico quanto credibile, il sistema operativo protagonista della pellicola – Her/Lei appunto – ad un certo punto si dà un nome, e questo gesto è quello che indica l’autocoscienza, la consapevolezza, le parole conferiscono status, realtà esistenza, ed è quindi fondamentale metterle al centro, sottolineando quali parole sono corrette e quali no, che le persone non sono “disabili”, ma “con disabilità”, non vanno inquadrate come dato biologico, ma limitando la disabilità a una delle multiformi caratteristiche di ciascun*. Da qui poi si passa poi all’“abilismo “e all’“ablesplaining”.

ABILIMO DIFFUSO E OCCASIONI MANCATE

Certamente sono questioni ampiamente dibattute, che chi lavora nei musei con serietà conosce, siamo ormai abituati a muoverci in spazi fatti su misura di maschi bianchi, con la vista di un falco e una forza non comune, dotati di competenze digitali, alti più di un metro e sessanta, ginnici e incuranti della presenza o meno di sedute, barriere architettoniche o sensoriali, posti di ristoro. Siamo anche abituati a vedere la connivenza o la condiscendenza a questa situazione, c’è un atteggiamento spesso remissivo del pubblico, che non si lamenta se mancano quelle che con una felice parola inglese si chiamano facilities, e che devono essere attenzioni di fruibilità e godibilità destinate a tutti. Ma va tenuta alta la guardia perché ritengo che siano questioni ineludibili, quelle che ci riportano nel perimetro dell’umano, perché l’attenzione verso l’altro, un’attenzione a 360°, non solo deve continuare a decostruire un mondo autoreferenziale e abilista, ma deve ostinatamente lavorare per costruire nuovi orizzonti e nuove possibilità. Quello che il libro fornisce in più è uno sguardo sul mondo del teatro e sullo spazio del palcoscenico, perché nei musei siamo abituati a interrogarci sull’accessibilità (sensoriale, linguistica, fisica, digitale, culturale) dei percorsi espositivi, mentre qui emerge la voce dei e delle performer: sedi teatrali e simili capita che siano accessibili, ma che dire delle condizioni della messa in scena? Come salire sul palcoscenico, come muoversi con la danza, il movimento, se in quello spazio invisibile, in quel non luogo che segna il passaggio, la transizione dallo spazio del pubblico, degli astanti, a quello di attori e attrici, emerge un’assoluta indifferenza alle necessità nella realizzazione architettonica, che a sua volta racconta un vuoto, una mancanza di pensiero, in chi ha dato le consegne. Ci sono, lo si capisce, delle precise responsabilità, e il libro ci aiuta anche a fare una profonda autocritica, a capire, ancora una volta, se è necessario ripeterlo, che non ci si può muovere nel campo della cultura chiudendo il proprio sguardo sull’esclusivo settore che riteniamo di nostra competenza, perché l’intreccio tra saperi, tra musica, cinema, arti visive, teatro, danza e performance, nella contemporanea ibridazione e mescolanza generativa, così esplicitata nell’attuale Biennale di Venezia, a partecipazione per la maggioranza femminile e non binary, ci chiama a un costante aggiornamento e messa in gioco.

LE STORIE, LA STORIA E LE VOCI

La parte che “fa la storia”, che riesce a dipanare una tessitura di senso tra il contesto dei freak show e la “Spettacolarizzazione della disabilità”, ci aiuta a capire l’evoluzione dei significati delle performance, e del cambiamento della relazione con il pubblico, chiamato prima a stupirsi, poi a diventare parte dell’azione, ma anche a comprendere come cambia l’autocoscienza e la dignità delle persone, il che si rileva nel passaggio in cui la D’Amico, citando Barthes, fa notare quanto “il corpo esposto del freak fosse da una parte il significante, forma accogliente il sistema mitico (straordinarietà) ma dall’altra significato, in quanto corpo che rimanda a un soggetto e alla sua identità”, o in quello, in cui, partendo da Deleuze, si considera la disabilità “non come sottrazione della salute, ma come condizione del sentire, come un’altra esplorazione dell’essere”. Da qui l’incipit del capitolo sulla drammatizzazione della disabilità, tra le conquiste dei movimenti politici e rinnovate pratiche artistiche, sul crinale tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, dove nuovi linguaggi, nuove letture, azioni rivoluzionarie, come quella di De Dominicis alla Biennale, iniziano a costruire davvero uno scenario potente. Saper fare, sape essere, creare collegamenti tra diversi punti di vista, aprire le scene, come ha fatto e fa Del Bono, a persone che qualcuno ha definito pericolosamente borderline – di nuovo implicando che ci sia un centro e ci siano dei confini… – tutto questo sfocia negli anni Novanta nel “corpo non conforme come pratica di deterritorializzazione”.

Il mio corpo è il mio campo di battaglia, ci ricorda Barbara Kruger in una sua opera, ed è sui corpi che si gioca tuttora una battaglia importante, che alla fine è di tutt*, per questo il corpo dei e delle performer è corpo politico, etico e sociale, perché incarna giustizia e disincanto, addita degli obbiettivi che hanno a che fare con la giustizia, con i diritti umani, ma anche con la possibilità di risultati ad altissimi livelli e con risultati di eccellenza dove il corpo è attore e agito. Chiude il libro una serie di interviste, di nuovo fondamentali, a protagonist* che fanno uso del corpo, e che mettono in discussione le nostre narrazioni quotidiane, anche quelle più aggiornate, dandoci strumenti per nuove progettazioni. Quest’ultima parte ci ricorda che Lost in translation non nasce “per” ma nasce “con”, che evita le secche della pontificazione per immergersi a piene mani, con rigore, nel principio, che si dovrebbe sempre applicare, dell’accoglienza dei punti di vista, di senso, di voce, senza i quali questo libro non avrebbe il valore metodologico che ha.

Flavia Dalila D’Amico, Lost in Translation. La disabilità in scena, Bulzoni Editore, Città di Castello, 2021, 19€

ABSTRACT

The book “Lost in translation” by Flavia Dalila D’Amico was born around a great void, that of the lack of case studies and of first-hand sources, dealing with the topic of disability on stage, or how directors, performers, actors, actresses with disabilities confronted each other with being on stage. These premises given, the investigation chooses two coordinates on which to move: the first is the temporal one, and the second is the epistemological and semantic one. The former digs back in time to reconstruct the history of disability on stage, and the latter regards the formulation of the methods and principles, as well as the positioning of the terms treating this argument. A precious book, not just for those who deal with the theatre, but moreover for museum professionals, because it can open eyes, sharing the points of view of people with disabilities who tread the scenes and can give us a broader horizon, outside of the useless and widespread ablesplaining.

 

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Giovanna Brambilla

Giovanna Brambilla

Storica dell’arte, è la Responsabile dei Servizi Educativi della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea (GAMeC) di Bergamo, dove si occupa del rapporto tra il museo e il pubblico, con una particolare attenzione alle tematiche dell’accesso e dell’inclusione sociale. Formatrice ed esperta in pedagogia del patrimonio, è docente del Master “Economia e Management dei Beni Culturali” della Business School de Il Sole24Ore e del Master “Servizi Educativi per il patrimonio artistico, dei musei storici e di arti visive” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Sulla relazione tra società e immagini ha scritto Inferni. Parole e immagini di un'umanità al confine, Bologna, EDB, 2020 e Mettere al mondo il mondo. Immagini per una rinascita, Milano, Vita & Pensiero, 2021. Su musei e pubblici ha scritto: Soggetti Smarriti. Il museo alla prova del visitatore, Milano, Editrice Bibliografica 2021, che ha ricevuto il premio Silvia Dell’Orso.

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