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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Un approfondimento a partire dai dati Istat 2022
© george-bakos-lHcTqsGjrEk-unsplash

I dati Istat sulle istituzioni non profit sono di particolare interesse non solo per leggere evoluzioni di breve periodo – pur rilevanti – delle diverse forme giuridiche che compongono il comparto delle organizzazioni non lucrative (associazioni, fondazioni, imprese sociali, ecc.), ma soprattutto per monitorare un processo istituente ormai di lungo periodo che sta riconfigurando profondamente tutto ciò che esula da stato e mercato, ovvero dai tradizionali baluardi della nostra società. Un percorso iniziato a ridosso dei movimenti sociali degli anni sessanta e settanta del secolo scorso, che ha attraversato le principali trasformazioni del Paese e che oggi è chiamato, grazie anche al corpus normativo delineato dalla riforma del terzo settore, a configurarsi come un vero e proprio “terzo pilastro” del panorama istituzionale del nostro Paese, fondato sul protagonismo sussidiario di persone e comunità per il perseguimento di obiettivi di interesse generale. Il fatto che questi dati scaturiscano da un censimento permanente dell’Istituto nazionale di statistica è, se si vuole, un ulteriore indizio rispetto alle attese nei confronti del settore. Infatti, se nel passato le prime rilevazioni erano volte a svelare l’esistenza di un ambito tutto sommato marginale ma dall’accentuato dinamismo in un contesto socio economico che invece nel suo insieme procedeva (e procede) lungo curve di crescita piatte (se non di declino), le più recenti analisi censuarie possono essere utili per capire se questo stesso comparto è all’altezza di sfide sociali e ambientali che sono intrinsecamente legate alla sua missione e ai suoi principali ambiti di azione e che oggi sono sempre più codificate in quadri di policy, come l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che chiamano in causa tutti gli stakeholders.

IL PROFILO DEL TERZO SETTORE ALLA LUCE DELLE SFIDE INEDITE DELL’ULTIMO DECENNIO

I dati sono stati presentati in anteprima durante l’ultima edizione delle Giornate di Bertinoro organizzate da AICCON (Associazione Italiana per la Promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit) e rappresentano un interessante upgrade dei database già disponibili in quanto le statistiche aggiornate a fine 2020 registrano gli effetti riconducibili al principale shock degli ultimi decenni, ovvero la pandemia. Per delineare invece veri e propri “impatti” bisognerà attendere la nuova edizione del censimento che è attualmente in corso e che, per la prima volta, conterrà alcuni approfondimenti capaci di restituire non solo macro variazioni quantitative, ma anche focus tematici come la qualità delle relazioni e delle reti, i rapporti con la Pubblica Amministrazione e l’utilizzo delle risorse digitali nelle progettualità orientate a obiettivi di interesse generale.

In attesa di informazioni più dettagliate, l’aggiornamento 2020 va letto con lenti particolari, capaci di cogliere all’interno del pluriverso sempre più ampio e variegato delle istituzioni non lucrative elementi di potenzialità che, per esprimersi compiutamente, dovranno gioco forza ricomporsi in un assetto di terzo settore più mission-oriented e caratterizzato da tassonomie – ad esempio i settori di attività – non coincidenti con quelle attualmente in uso. Un approdo che probabilmente non sarà per tutti gli oltre 360mila soggetti nonprofit censiti e che, altrettanto probabilmente, avverrà attraverso importanti operazioni di change management come aggregazioni e fusioni. Inoltre, è da auspicare una “next generation” di nuovi enti figli della riforma – che peraltro si comincia a intravedere – guardando però ad altre fonti come il Registro unico nazionale del terzo settore (Runts) recentemente attivato.

Se quindi i dati di stock in termini di unità organizzative e persone coinvolte (a titolo volontario e remunerato) continuano a crescere, sono sempre più evidenti gli effetti generati da caratteristiche interne che sono esito di processi di innovazione ormai di medio periodo. Sempre meno segnali deboli e sempre più caratteri sostanziali di un nonprofit che migra verso il terzo settore non solo “perché c’è la riforma”, ma perché agiscono vettori trasformativi, sia endogeni che esogeni, che richiedono di essere adeguatamente governati.

Una prima, importante, riguarda il carattere labor-intensive del settore nonprofit, ad indicare che il carattere relazionale che ne connota il modus operandi passa anche attraverso una componente di lavoro remunerato concentrata soprattutto tra le imprese sociali e che oggi si trova ad affrontare sfide inedite. Il mercato del lavoro post pandemico, infatti, si caratterizza per una messa in discussione non solo dei tradizionali cardini del rapporto persona / organizzazione – remunerazione e competenze – ma anche per una crisi di natura motivazionale che sembra manifestarsi anche presso quelle organizzazioni sociali che proprio sulla cura di questa componente giocano il loro valore distintivo. Ecco quindi che paradossalmente il ridimensionamento delle motivazioni rimette in luce gli altri elementi, richiamando la necessità di misure volte a integrare la componente salariale (anche attraverso interventi di welfare integrativo) e a ripensare un “grande classico” della gestione risorse umane del settore, ovvero la formazione continua orientata sia alle competenze strettamente gestionali che di processo.

Un secondo aspetto riguarda la crescita del settore nonprofit nelle regioni meridionali. Un contesto che segna andamenti molto diversi rispetto alle altre macro aree, in particolare a quelle settentrionali. Negli ultimi anni il nonprofit a Sud continua a crescere a tassi elevati in termini di unità ma in modo sempre pulviscolare. Tante piccole e piccolissime organizzazioni, anche di natura imprenditoriale, che probabilmente scaturiscono dall’urgenza di dare (alle comunità) e di darsi (da parte dei promotori) risposte in termini di offerta capace di riprodurre su nuove basi coesione sociale, sviluppo economico e buona occupazione. Una generatività diffusa che sembra però faticare a raggiungere la massa critica necessaria per catalizzare le risorse necessarie al fine di configurare le istituzioni nonprofit come hub di comunità che appaiono spesso infragilite.

Per quanto riguarda la tradizionale segmentazione tra forme e qualifiche giuridiche sembra di assistere a una lenta ma inesorabile trasformazione della “stratigrafia” organizzativa e, in senso lato, “culturale” del settore nonprofit. Il soggetto più dinamico in tal senso – sia in termini di unità che di occupati – è rappresentato dalle fondazioni che sia nelle versioni classiche, cioè filantropica ed erogativa, che in quelle più ibride (operative e comunitarie) stanno assumendo nei fatti una posizione di leadership rispetto all’intero settore. Da una parte, fanno valere una maggiore plasticità per la “messa a terra” di strategie di sviluppo in termini di elaborazione, operating e investimento (anche finanziario). D’altro canto, assumono un ruolo-chiave come attori di capacity building a favore di altri soggetti (non profit ma non solo), che direttamente o indirettamente beneficiano delle loro iniziative. Al protagonismo delle fondazioni fa da parziale contraltare il ripiegamento della cooperazione sociale che regge, in termini di numero di occupati e di valore economico, ma che ormai da un lustro si è fermata in termini di crescita di unità in quanto a prevalere sono, soprattutto nelle regioni più mature del centro – nord, operazioni di aggregazione e di efficientamento. Interessante, d’altro canto, l’andamento delle imprese sociali costituite a partire da società di capitali (srl principalmente) che i dati Istat, ma soprattutto il Runts, segnala in forte crescita negli ultimi anni, non solo perché appannaggio di nuovi imprenditori sociali che, per ragioni diverse, decidono di non utilizzare il modello più storicizzato della cooperazione sociale, ma anche perché le stesse cooperative sociali ne fanno un utilizzo sempre più consistente per lanciare nuove “ventures” sociali spesso ad elevata intensità tecnologica e di capitali.

Di più difficile interpretazione, infine, il grande bacino associazionistico. I dati Istat segnalano una sostanziale tenuta del settore rispetto alle rilevazioni pre pandemiche, ma è ben noto che alcuni di questi ambiti, soprattutto l’associazionismo culturale, sono stati pesantemente colpiti dai vari lockdown, sia nelle loro possibilità di espressione culturale e artistica sia nella componente di natura infrastrutturale (teatri, centri di aggregazione, spazi comunitari, ecc.). La sfida per quella che si può considerare “la pancia” del nonprofit italiano, consiste quindi nel costruire nuovi modelli di sostenibilità anche al di fuori dei tradizionali schemi di partecipazione e cofinanziamento a quasi esclusiva trazione donativa (pubblica e filatropica). Tutto ciò non per una qualche seduzione mercatista, ma a partire da un’evidenza tanto scontata quanto rilevante ovvero che oggi la cultura rappresenta l’ingrediente base che fa da legante tanto a politiche quanto a nuove economie, ad esempio a quelle della rigenerazione urbana, delle aree interne, oltre ad agire come change maker del welfare.

LO SVILUPPO DEL TERZO SETTORE RICHIEDE NUOVE SPERIMENTAZIONI

In conclusione, il non profit italiano assomiglia sempre più nella sua conformazione a una “foce a delta” e quindi sarà interessante osservare, e per chi vorrà impegnarsi, ad accompagnare, questo percorso molto differenziato verso il nuovo bacino del terzo settore. Un ruolo importante, da questo punto di vista, potrebbe essere agito dai dispositivi di coprogrammazione e coprogettazione introdotti nella riforma normativa, a patto che chi ha le chiavi di questi processi, cioè gli enti pubblici soprattutto su scala locale, le utilizzi non in senso procedurale ma per aprire processi di innovazione sociale. Altro elemento cruciale consisterà nel ripensare significati e forme di espressione di ciò che viene definito “volontariato”, in una fase in cui, da svariati punti di vista e in particolare tra le giovani generazioni, appare molto distante rispetto al periodo storico in cui questa figura è stata praticata, culturalmente definita e successivamente codificata. Infine, ma non per ultimo, va annoverato l’impatto di tecnologie, digitali in particolari, che appaiono tutt’altro che neutrali non solo nei loro effetti ma anche nelle culture di cui sono portatrici, sia che si tratti di applicativi pronti all’uso (plug&play) che di dispositivi espressamente destinati a generare, in modo sempre più esplicito e consiste, impatto sociale.

 

Paolo Venturi, Direttore AICCON

Flaviano Zandonai, Open Innovation Manager – Gruppo cooperativo CGM

ABSTRACT

The Istat data on non-profit institutions published in October 2022 are particularly interesting because they highlight two dynamics: on the one hand, the consolidation of a process that confirms the Third Sector as a reference that leads to overcoming the state-market dualism; on the other hand, the emergence of new trends within the main types of organizations that are completely redesigning their face. Moreover, non-profit institutions are faced with new challenges that require systemic and not merely sectoral responses.

 

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