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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Per rispondere in modo convincente alla domanda esistenziale se schierarsi con giustizia o potere, la filantropia ha necessità di spostare il proprio focus dal possedere a contribuire e così accogliere una dimensione morale. Ciò le consentirebbe di essere propugnatrice del valore sociale presente nel proprio ecosistema e di adottare approcci trasformativi al di là delle consuetudini e fuori dalle convenzioni
© Foto di Aleksandr Ledogorov su Unsplash

“Quel taglio (è) ciò che siamo”.

Il poeta argentino Hugo Mujica, in questa sua poesia ermetica, descrive l’essere umano e l’esperienza del mondo come mancanza e squarcio; un vuoto che però non è pura assenza, ma presenza da indagare con uno sguardo poetico e profondo, che sappia sondare l’invisibile.

Indagare ciò che non è evidente seppur presente.

È con questo paio di lenti che è possibile rileggere gli spunti scaturiti dalla quarta edizione di Philanthropy Experience, tenutasi a Lecco il 17 e 18 novembre, che ha confermato il bisogno della filantropia italiana di luoghi per generare nuova conoscenza e non solo per esporre ciò che è già stato fatto, per costruire il futuro e non solo per commentare il presente.

Il tema dell’edizione era “la rivoluzione della filantropia è nella speranza”, ispirato dai versi del filosofo coreano Byung-Chun Han, secondo cui per vivere in questi tempi occorre tenere a bada l’angoscia provocata da tutti i mali che ci circondano. “Solo la speranza potrà salvarci; e questa risiede in noi. Rivoluzione e speranza sono una cosa sola. Se ciascuno di noi riesce a trovare la speranza fa la sua rivoluzione. Personale, piccola e indolore. Ma fondamentale. Perché la rivoluzione siamo noi”.

Con il compito di rintracciare un elemento di comunanza tra le varie “rivoluzioni” analizzate nella due giorni – che hanno spaziato su intelligenza artificiale, comunicazione, luoghi, patrimoni, valutazione, futuro solo per citarne alcune – l’indagine su ciò che non è evidente ma presente pare condurre ad un punto: la relazione.

La filantropia è infatti parte di un ecosistema comunitario composto da molteplici attori (pubblici, privati for profit, società civile), all’interno del quale essa spesso interpreta un ruolo relazionale bifronte, subalterno con alcuni ed autoritario con altri.

Questa dualità di atteggiamenti può essere ricondotta ad una cultura della società che privilegia la sfera dell’interesse personale, che si plasma in relazione all’interlocutore che si ha di fronte, e che non risparmia la filantropia, spesso succube di attitudini non proprie ma parodiate storicamente da altri settori, quello del profitto in primis. Allora per antitesi pare deflagrare quella che Omar El Akkad, in “Un giorno tutti diranno di essere stati contro”, definisce la componente morale della storia: “chi nei momenti fondamentali si è schierato con la giustizia e chi con il potere?”.

Giustizia e potere; alla luce di questo binomio, le relazioni che intrecciamo con gli altri soggetti si trasformano in un pendolo che privilegia l’una o l’altra parte della dicotomia, innescando reazioni.

Prima di analizzare qualche indizio (come si deve fare in ogni indagine) di relazione “rivoluzionaria” presente ma non evidente, vale la pena soffermarsi sulla speranza, la cui genesi non dovrebbe essere garantita semplicemente dall’intenzione di fare del bene ma da una consequenzialità intenzionale. Questa precisazione non è ultronea, ma vuole evidenziare l’attitudine culturale – spesso ascrivibile ad alcuni cd. leader ispirazionali, coloro che spesso sono considerati nella società i vincitori – di parlare di problemi comuni ma di non essere politici, di non focalizzarsi sulle cause alla radice ma sugli effetti, di non cambiare le cose fondamentali; in sintesi dare speranza. Quello che l’analisi critica di Annad Giridharadas definisce “seguire il flusso invece di fermare l’oceano”.

La domanda di apertura ed il binomio potere o giustizia rendono evidente che se la filantropia ha l’ambizione di essere incisiva e germe di speranza dovrebbe provare a fermare l’oceano invece di seguire il flusso, provando ad avere e promuovere approcci trasformativi fuori dagli alvei sicuri della corrente convenzionale.

Per addentrarci invece nel tema della relazione è utile trasporre il pensiero del filosofo Michael Sandel, recente vincitore del premio Berggruem 2025, a questo ambito. Nella comune concezione la filantropia viene identificata come il frutto in eccesso del capitalismo e dell’accumulazione; queste diseguaglianze non si limitano ai redditi, ma generano hybris tra i vincitori e umiliazione tra i perdenti, in un processo di polarizzazione, risentimento e disimpegno. Il prezzo ed il mercato ci hanno illuso che fossero i giusti parametri per misurare tutto ciò che avevamo intorno, rendendoci miopi nel riconoscere il valore sociale delle attività ovvero quel valore che viene generato e condiviso. È quindi necessario ricucire lo strappo tra chi “vince” e chi “serve”. “Così il valore del contributo di ciascuno non può essere misurato dal salario, che dipende dalle contingenze della domanda e dell’offerta. Il valore del nostro contributo dipende invece dall’importanza morale e civica dei fini a cui sono tesi i nostri sforzi. L’uguaglianza, in questa prospettiva, non è una somma di compensazioni ma una condizione di appartenenza; sentirsi parte di una comunità dove ognuno conta non per quanto possiede ma per quanto contribuisce. La giustizia allora diventa un progetto civico non un algoritmo redistributivo”.

Lo spostamento di questo focus dal possedere al contribuire unito alla dimensione morale e civica dei nostri obiettivi crea un’uguaglianza in fieri tra tutti i soggetti comunitari, nel quale la filantropia può trovare nuove forme di legittimazione basate sulla propria azione contributiva non più in termini solo economici (di possesso o dotazione) ma come propugnatrice – dal latino pro (a favore) e pugnare (combattere) ovvero combattere a favore di un valore da difendere – del valore sociale potenziale o generato da un ecosistema.

In questo processo catartico, i donatori sono invitati a spogliarsi di forme mentali, atteggiamenti ed eredità intellettuali che rischiano di depotenziare la capacità trasformativa della filantropia per inseguire un modus operandi tipico del mercato – il paradigma sinallagmatico rispetto a quello collaborativo – invece di valorizzare il suo unicum genetico rappresentato dall’interesse per il bene comune.

Così arriviamo agli indizi – che potremmo definire reazioni – sui quali l’indagine in premessa si basa per scoprire questa rivoluzionata relazione.

Il primo indizio è rappresentato dagli investimenti. In un settore nel quale l’innovazione sociale non è più appannaggio esclusivo di determinati soggetti (imprese sociali) la filantropia ha la responsabilità di mettere a disposizione capitali coraggiosi che superino le logiche estrattive dei cd. venture capitalist e mostrino un atteggiamento di supporto sia finanziario che di capacitazione. Un investimento nell’organizzazione più che nell’iniziativa, che non sia solo fondato sulla fiducia e sulla pazienza – attitudini per nulla scontate – ma anche sulla condivisione valoriale e di obiettivi generali invece del rischio finanziario. Un capitale di rischio finanziario e privato a beneficio dei sistemi territoriali e di pluralità di iniziative sociali finalizzato a soluzioni locali basate sulle relazioni e non su imposizioni.

Il secondo indizio è la Governance. La capacità trasformativa a più alto potenziale è quella della lettera più ignorata dei cd. ESG (Environment, Social, Governance), dato che è quella che può impattare in modo più significativo sulla gestione dei processi. Mentre gli altri attori sono focalizzati sugli esiti o prodotti, la filantropia ha l’opportunità di focalizzarsi su ciò che spesso è più significativo, ovvero il modo in cui si giunge a quei risultati. A differenza delle dinamiche osservabili nei vari contesti, nei quali chi contribuisce rivendica un ruolo, i donatori dovrebbero riuscire a limitare la propria influenza, contribuendo con approcci che siano di ausilio (quello che in giurisprudenza verrebbe definito ad adiuvandum) invece che invadenti o tendenti al dominio. Per questo le fondazioni non hanno il bisogno di antiche forme di rappresentazione o di logiche ingerenti nell’amministrazione di un’organizzazione o nella gestione di una iniziativa, bensì necessitano di trovare forme di legittimazione dal basso, costituite dal riconoscimento di un ruolo di utilità (quanto contribuisce) e di adeguato posizionamento rispetto ad altri attori. Torniamo al ruolo di propugnatore di valore sociale. Al pari questa nuova capacità relazionale è in grado di nutrire la governance delle fondazioni stesse, aprendo a contaminazioni che dai processi territoriali risalgono le gerarchie organizzative ed ibridano le strategie dell’ente con gli apporti della comunità.

La comunicazione è il terzo indizio. Questo è forse l’ambito nel quale la rivoluzione può incidere in modo più significativo dato che sconta maggiormente l’asimmetria di potere tra il donatore e ricevente da cui origina una relazione impari e sproporzionata basata sul bisogno e la vulnerabilità. Un nuovo atteggiamento critico pare emergere nelle fondazioni, attraverso di processi di ripensamento del privilegio, condivisione, riparazione e redistribuzione. Nuove narrazioni consapevoli della interdipendenza tra gli attori e delle condizioni strutturali che generano la relazione appaiono possibili; racconti capaci di rappresentare il bisogno sociale e la sofferenza umana senza mercificare il dolore, strumentalizzarlo o, peggio, sfruttarlo per comprare il consenso di generosi consumatori in un sistema, come lo definirebbe Lilie Chouliaraki, di capitalismo emozionale.

L’ultimo indizio su cui soffermarsi sono i luoghi. Qui, la rivoluzione che la filantropia può giocare in modo naturale è quella legata agli spazi comunitari, agopunture urbane capaci di generare nuove forme di protagonismo collettivo. La rigenerazione urbana – “un atto di disobbedienza andata a buon fine” per usare una felice definizione di De Toni – promossa dalle fondazioni dovrebbe puntare alla creazione di luoghi permeabili ed accessibili, capaci di ricostruire le relazioni sociali, spostando il focus dalla mera dimensione materiale (come qualsiasi operazione immobiliare può fare) a quelle politiche e di senso. Per i donatori si tratta di inseguire non solo rendimenti economici ma anche sociali, in grado di impattare sulla generatività dell’organizzazione e sulla governance della stessa.

Uno dei quesiti con i quali Philanthropy Experience si è chiusa riguardava il futuro: siamo interessati a sapere come sarà il futuro della filantropia o come la filantropia potrà influenzare il futuro? Comprendere in quale delle due locuzioni stare spetta alla filantropia: ciò avrà effetti sulle relazioni da costruire e, conseguentemente, sulle reazioni generate. Un’analisi profonda di ciò che non è evidente ma pur presente sembra fare emergere alcuni indizi, germi di possibili atteggiamenti rivoluzionari, forieri di una speranza ed un’etica profonda al fine di – per scriverlo come fece Boccaccio nei lavori preparatori del Decameron – “conoscere quello che sia da fuggire e che sia similmente da seguitare”.

ABSTRACT

To respond convincingly to the existential question of whether to side with justice or power, philanthropy needs to shift its focus from possessing to contributing and thus embrace a moral dimension. This would enable it to champion the social value present in its ecosystem and adopt transformative approaches that go beyond customs and conventions.

 

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Daniele Messina

Daniele Messina. Avvocato di formazione, con laurea in legge (2000) e scienze politiche (2006), lavora in ambito filantropico dal 2003 ed attualmente è il Responsabile dell’Attività Istituzionale della Fondazione Monte dei Paschi di Siena. Recentemente (2023) è stato International Fellow presso il Center on Philanthopy and Civil Society della City University of New York. È membro dell’Advisory Committee di Philea (Philanthropy European Association).

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