Le ultime settimane sono state caratterizzate da due dati economici deformi, estremi, osceni.
Il primo viene dal rapporto Oxfam sulle diseguaglianze 2026, presentato in concomitanza al World Economic Forum di Davos, che conferma tristemente la tendenza degli ultimi anni relativa alla polarizzazione della detenzione della ricchezza: pochi super ricchi davanti ad una moltitudine infinita di poveri invisibili. Il dato dell’analisi che meglio rappresenta questa evidenza ci dice che le 12 persone miliardarie più ricche del mondo possiedono più ricchezza della metà più povera dell’umanità (oltre quattro miliardi di persone).
Le conseguenze di questa abnorme disparità di ricchezza non si limitano al confine economico, ma impattano significativamente anche sulle dinamiche sociali, dato che i Paesi con elevati livelli di disuguaglianza sono molto più esposti (fino a sette volte) al rischio di erosione democratica rispetto ai Paesi più egalitari.
Ciò in quanto denaro si traduce in accesso al potere ed all’influenza che si è in grado di esercitare (ne ho scritto al riguardo su Vita.it). Facile scoprire allora che in USA le aziende associate ai 10 uomini più ricchi del pianeta hanno speso in attività di lobby 88 miliardi di dollari, più di tutti i sindacati del mondo (55 miliardi). Ne consegue che i miliardari hanno una probabilità superiore di oltre 4.000 volte rispetto alle persone comuni di ricoprire cariche politiche.
Si potrebbe ingenuamente pensare che questa élite di super milionari rappresenti un club ristretto che si rifugia in qualche isola caraibica, in una villa super lussuosa in California o in un attico a New York, Tokyo o Singapore; la realtà, abbastanza sconcertante, è che sono molto più vicini a noi di quanto si possa pensare (“Sono intorno a me ma non parlano con me… Sono come me ma si sentono meglio…” canterebbe Frankie hi-nrg mc).
A confermare questa circostanza soccorre un secondo dato, pubblicato a giugno 2025 dal Global Wealth Report 2025 di Ubs, secondo il quale in Italia ci sono 1,3 milioni di milionari, ovvero 1 ogni 45 persone (pari a circa il 2%). Questo numero è stato anche recentemente esagerato da alcuni quotidiani con riferimento ai cd. “migranti da paradisi” – ovvero coloro che si spostano per efficientare i prelievi tributari – ipotizzando il numero monstre di un milionario ogni 12 abitanti a Milano. Non pare interessante focalizzarsi sulla dubbia credibilità di questa cifra e sull’attendibilità della fonte, bensì sull’antinomia con la circostanza che in Italia, tra il 2007 ed il 2024, i redditi reali delle famiglie si sono ridotti in media dell’8,7%.
Come è possibile la convivenza di queste due tendenze contraddittorie all’interno di una nazione?
La risposta va cercata nella causa di tale concentrazione di milionari in Italia. Esiste infatti dal 2017 un regime fiscale agevolato – ribattezzato da alcuni Legge CR7, in onore del calciatore Cristiano Ronaldo – che consente a chi trasferisce la residenza fiscale in Italia di poter beneficiare per 15 anni di un regime favorevole: pagare una flat tax di € 200.000 (fino al 2024 era € 100.000, alzata nell’ultima legge finanziaria a € 300.000) all’anno sui redditi prodotti all’estero indipendentemente dall’importo complessivo.
Riassumendo potremmo dire che lo stato italiano, al pari di qualsiasi altro paradiso fiscale, al fine di attrarre gente facoltosa ha rinunciato ad applicare i criteri della proporzionalità e progressività del sistema tributario – sanciti costituzionalmente all’art. 53 – per accettare le briciole di redditi enormi di nuovi residenti, per i quali questa norma è spudoratamente conveniente.
Ma occorre distinguere le posizioni.
La prima è quella dello Stato italiano. In uno scenario di povertà multilivello del “volgo indefinito”, che annovera l’8,4% delle famiglie italiane in povertà assoluta (per l’ISTAT quella condizione per cui non si dispone dei mezzi economici necessari per nutrirsi, abitare, curarsi, vestirsi) ed oltre 5,5 milioni di persone che nel 2024 hanno richiesto assistenza ad enti caritatevoli, lo Stato si preoccupa dei potenti milionari di tutto il mondo, invitandoli a risiedere nel Bel Paese.
Questa norma appare figlia di un agire che, oltre a ribadire un’attenzione dissociata e dicotomica tra numeri e bisogni (molti poveri contro pochi ricchi, sopravvivenza contro surplus), rappresenta una evidente disparità di trattamento rispetto a chi è da sempre residente in Italia pagando i tributi dovuti senza beneficiare di tasse piatte o agevolate, inclusi i milionari nostrani, e ha un diabolico effetto distorsivo del mercato e dell’economia locale, trasformando i contesti cittadini in luoghi sempre più esclusivi per vivere – basti vedere l’incremento dei prezzi al mq di Milano negli ultimi anni – , favorendo una localizzazione stratificata dei cittadini in base al reddito dal centro verso la periferia.
Una gentrificazione che ha spazzato via il ceto medio ed allontanato le giovani famiglie e i lavoratori ai margini della città e nei comuni vicini; i processi trasformativi delle città – spesso ammantati della parola rigenerazione – hanno assunto la forma di sviluppi che hanno trasformato lo spazio urbano da bene collettivo ad un villaggio esclusivo, simbolo dell’arena competitiva dell’opulenza. E l’innalzamento dei costi non riguarda solo la casa – come recentemente sottolineato da Aldo Bonomi su Il Sole 24 ore – ma anche la salute, l’istruzione, la mobilità, la socialità, impattando profondamente sulla composizione sociale metropolitana, amplificando polarizzazioni e forme di diseguaglianza e configurando quella città premium che attrae, seleziona e contemporaneamente esclude.
Sfugge inoltre quale lungimiranza politica induca a promuovere una sfacciata agevolazione della durata di 15 anni capace di minare la democrazia del Paese, la sua tenuta economica ed il precario equilibrio di giustizia sociale. Parafrasando un recente spot del Green Party inglese, quando persone comuni lavorano per creare ricchezza, ma non ne beneficiano perché essa non torna alle comunità ma confluisce nelle tasche di pochi super ricchi, questo non rappresenta solo un fallimento economico, ma un fallimento di leadership, quella politica incline a servire i ricchi e non le vite minuscole della gente comune.
Poi c’è la posizione di coloro che arrivano in Italia, forti dei loro patrimoni, sul tappeto rosso srotolato per accoglierli, migranti da paradisi, così diversi da quelle moltitudini indefinite che provano ad attraversare il mediterraneo con ogni mezzo rischiando la vita, così diversamente accolti, nella vana convinzione che chi giunge in Italia alla ricerca del lavoro che gli italiani non sono più disposti a fare rappresenti una minaccia più grande rispetto a chi porta nel Bel Paese i frutti di rendite dislocate altrove. Loro, che legittimamente si avvantaggiano degli esclusivi “saldi” tributari creati oscenamente da uno stato, non hanno alcuna colpa ma solo l’intuito della convenienza ed il calcolo dell’opportunità su dove convenga formalmente risiedere.
E non è certo utile né necessario promuovere ostilità o invidia nei confronti di questa nuova élite italiana di portafoglio ma, al contrario, promuovere dei meccanismi di integrazione che superino il mero beneficio fiscale personale o la limitata spinta al consumo di beni di lusso o, ancor di più, ad alimentare l’economia dell’occupazione, sempre più appannaggio di privilegiati.
Sotto questa prospettiva è di aiuto l’equality framework sviluppato da Philea nel 2025 – attualmente in corso di traduzione a cura di Assifero – attraverso un processo di intelligenza collettiva tra i propri associati, nel quale si evidenzia che uno dei pilastri per navigare i marosi di uguaglianza, potere, giustizia ed inclusione sia rappresentato dalla redistribuzione di capitale (e non solo quello).
In questo senso coloro che trasferiscono la propria residenza in Italia per un vantaggio fiscale diventano parte, al di là di tutto e nolenti o volenti, di una comunità, spettatori di un paesaggio umano, culturale e sociale del quale, è presumibile, ignorano gli aspetti più profondi. Affinché essi non rappresentino una bolla nella bolla (i super ricchi venuti in Italia dal mondo) è necessario attivare ogni meccanismo di conoscenza, partecipazione e contaminazione possibile, affinché, nei loro 15 anni di permanenza “fiscale”, non restino un corpo avulso dalla società italiana, ma ne apprendano i problemi e le virtù.
E come ogni altro cittadino potranno essere chiamati a partecipare – la contribuzione fiscale ormai è decisa – e prendere parte ai processi civici ed a quella dimensione collettiva animata, favorita e promossa dalla società civile e dai circa 5 milioni di volontarie e volontari che operano per il bene comune.
Pertanto, entrare in contatto con la società civile e con gli enti filantropici, come partner di elezione del terzo settore, può essere la porta di ingresso per compensare l’opportunismo di una residenza fiscale e parte delle esternalità generate con il loro arrivo nonché l’opportunità per promuovere anche eventuali meccanismi di restituzione, come il “give back”, noti più all’estero che in Italia. I capitali posseduti, sui quali il nostro stato porge il cappello in attesa di pochi spicci, possono diventare il segno tangibile di non cavalcare un mero vantaggio fiscale ma di partecipare alla società civile italiana. Come?
Némesis era la dea greca della giustizia retributiva e perciò punitrice di quanto, eccedendo la giusta misura, turba l’ordine dell’universo; nel nostro lessico la nemesi ha assunto il significato di avvenimento o situazione in cui una sventura colpisce qualcuno dopo un periodo fortunato.
Potrà suonare ingenuo, anche se a me piace pensare sia etico, ma senza scomodare la giustizia divina, sarebbe bello oltre che morale, se una piccola porzione dei capitali – la cui origine può non essere spesso chiara e coerente con l’impegno filantropico (in proposito è interessante la riflessione di Matias Nestore) – fosse destinata all’interesse generale dei luoghi in cui risiedono. Un atto di giustizia sociale compensativa dello sfacciato beneficio fiscale a favore delle comunità che li accolgono o una sorta di “giving pledge” italico, che, anticipatore di una eventuale nemesi, redistribuisca parte del privilegio a coloro che prendendosi cura quotidianamente del disastrato welfare italiano operano per il bene comune.
ABSTRACT
This article reflects on the political and social consequences of growing wealth concentration and preferential tax regimes for the super-rich. Starting from recent data on global inequality and the increase in millionaires residing in Italy, it argues that the Italian flat-tax scheme for new wealthy residents represents not only a fiscal anomaly, but also a broader renunciation of equity and constitutional progressivity. The piece shows how this model deepens social disparities, distorts urban economies, accelerates gentrification, and contributes to the premium-city logic that increasingly excludes middle- and lower-income groups. At the same time, it asks whether private wealth attracted through tax competition can be reconnected to the common good through civic participation, philanthropy, and redistributive responsibility. The broader question is whether a democracy can remain socially cohesive when public policy privileges concentrated wealth over collective welfare.
