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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Fare la Biennale ha senso solo se parla ai giovani dando loro spazio di riconoscibilità nei dibattiti sociali. Il tema di genere e della presenza femminile deve entrare come conseguenza naturale dell’evoluzione della società

All’interno del nostro osservatorio permanente sulle tematiche di genere nell’ambito culturale, abbiamo intervistato Cecilia Alemani, Direttrice artistica del settore Arti Visive della Biennale di Venezia, che ha curato la mostra internazionale “Il Latte dei sogni”, molto discussa anche per la rappresentanza importante di artiste donne. Il messaggio forte che ci ha condiviso è quello di normalizzare, di dare spazio al naturale cambiamento della società in corso, che riconosce sempre più le differenze, senza per forza assumere prese di posizione dure e animare battaglie. Il cambiamento è visibile e trasuda anche nelle arti visive: fare la Biennale ha senso solo se parla ai giovani dando loro spazio di riconoscibilità nei dibattiti sociali. Il tema di genere e della presenza femminile deve entrare come conseguenza naturale dell’evoluzione della società.

Quale è stato il suo percorso formativo?

Per diventare curatrice ho seguito un percorso tradizionale, facendo un master a New York dopo la laurea in filosofia estetica conseguita all’Università Statale di Milano. Nel momento in cui mi sono formata c’erano a disposizione più scuole finalizzate per questo profilo rispetto agli anni Ottanta. Ho scelto il master in studi curatoriali del Bard college a New York, in USA. Forse già in quel momento mi sono resa conto delle differenze fra Europa e Stati Uniti. Gli USA sono una società in cui le differenze si notano di meno, oppure le tematiche di discriminazione su genere e sesso, pur essendo un problema anche in questa parte del mondo, sono trattate con maggiore consapevolezza e integrate nelle prassi organizzative della società. Nel nostro campo ho avuto insegnanti donne che sono state anche mentori: Marcia Tucker, conosciuta come fondatrice del New Museum a New York negli anni Settanta, personaggio importantissimo che portava in aula tematiche contemporanee sul femminismo, ci proponeva la sua autobiografia nella quale descriveva le discriminazioni subite nel suo lavoro al Whitney Museum e New Museum. Oppure, Johanna Burton, attuale direttrice del MoCa di Los Angeles, professoressa che per prima insegnò il femminismo nell’arte contemporanea, tematica mai affrontata negli studi in Italia. Ho subito anche io discriminazioni, ma ho avuto anche la fortuna di conoscere mentori maschili, come Francesco Bonami, che mi ha proposto di lavorare come sua assistente per alcuni anni.

Le opportunità professionali sono distribuite equamente nel campo delle arti visive?

La possibilità di vivere fra l’Italia e gli Stati Uniti mi ha permesso di vedere meglio le differenze. È una questione di mera attitudine alla tematica sul genere. Negli USA ogni tipologia di colloquio di lavoro impone che ci siano un numero equo di rappresentanze fra uomini, donne e minoranze nella rosa finale degli eleggibili. È una prassi consolidata, senza risultare una forzatura talvolta politicizzata. Non si tratta di polically correct. Si applica ad esempio anche nel settore dello sport: qui è naturale. I musei sono correntemente gestiti da donne bravissime come Thelma Golden (direttrice e curatrice capo dello Studio Museum di Harlem, New York City), Lisa Phillips (direttrice del New Museum of Contemporary Art). In Italia è quasi l’opposto, nel senso che è un miracolo menzionare le donne in alcuni ambiti; subito ne deriva una speculazione mediatica che spesso sottolinea la forzatura più che la vera integrazione. La donna raccoglie proiezioni stereotipate. Quando invece basterebbe attivare procedure, cambiare mentalità, regolare alcuni processi per favorire l’equità. In Italia riscontro resistenza nel trattare questi discorsi, seppur si distinguono voci come Michela Murgia o Chiara Valerio, che propongono un linguaggio alternativo. Non c’è ingaggio vero e volontà di trattare l’argomento per essere risolutivi. C’è molta resistenza e immobilismo, perché il Paese è vecchio e conservatore. Negli USA, io stessa risulto fra i più vecchi, con i miei quarantacinque anni, perché è normale assegnare ruoli anche ai più giovani. Ho fatto numerosi training sul gender, perché è prassi trattarlo negli ambiti di lavoro. Mentre in Italia non si vuole cambiare approccio concretamente.

Esiste un’estetica al femminile?

Sono molto attenta su questo punto. L’idea che si possa generalizzare che le artiste hanno un tratto estetico comune, con pratiche che si identificano solo nel tessile, nel ricamo, nel fatto a mano, lo trovo riduttivo. Ci sono molte artiste fra le partecipanti alla Biennale che lavorano con pratiche di artigianato o tecniche definite di “secondo livello”, ma io penso che siano opere d’arte a tutti gli effetti. Quando osservo Magdalene Odundo, non vedo solo vasi, contenitori, ma sculture con un’espressività solida. Bisogna stare attenti a generalizzare perché non esiste un’arte al femminile o sulla femminilità che possa circoscriversi solo all’artcrafts o all’idea dell’attivismo anni Settanta “my body my choice” come, per esempio, la poetica di Judy Chicago. Ci sono tantissime donne in mostra che sono stanche di avere etichette in questo senso, come le pittrici Jacqueline Humphries, Charline von Heyl, il cui lavoro ha una poetica diversa dal riferirsi a tematiche di genere, senza per forza entrare in dibattiti di confronto uomo/donna. Rimane il fatto che non hanno la stessa visibilità e posizione dei loro colleghi uomini, ma questo non dipende dal mondo dell’arte, bensì dalla società sessista maschilista nella quale viviamo. Le gallerie più importanti al mondo non hanno certo un’equa rappresentazione fra uomo/donna. Pensiamo a Gagosian. Permangono pregiudizi, consapevoli o meno, ma anche fattori commerciali, nel senso che gli uomini vendono di più, purtroppo. Ma questo, ripeto, dipende dalla società in generale: l’arte invece è più aperta rispetto al resto della società e sta lavorando moltissimo per cambiare i linguaggi. Un caso esemplare è stata la polemica ai danni della Michael Werner gallery di New York, accusata di non avere nemmeno un’artista donna: dopo un anno di dibattito, la galleria rappresenta ora l’artista Issy Wood, seppur fra 30 artisti uomini.

Ci spiega il concept del Latte dei sogni?

Il libro di Leonora Carrington non è dedicato ai bambini, anzi risulta loro abbastanza pauroso. Il titolo stesso non è stato nemmeno dato da lei, ma a posteriori. Il riferimento alla mia mostra è arrivato tardi, quando buona parte della selezione era compiuta. Mi ha convinto il concetto delle creature ibride che l’artista narra nelle sue storie, che potevano cambiare forma e modificare la loro sorte. La mostra è grande e sicuramente permette al fruitore di trovare narrazioni parallele a quella proposta da me. Riferimenti al corpo delle donne, alla maternità, al tema della cura si possono riscontrare in molto lavori, si pensi ad esempio alla scultura di Niki de Saint Phalle o alla capsula storica UNA FOGLIA UNA ZUCCA UN GUSCIO UNA RETE UNA BORSA UNA TRACOLLA UNA BISACCIA UNA BOTTIGLIA UNA PENTOLA UNA SCATOLA UN CONTENITORE. Ma la mostra ha introdotto altre articolate riflessioni, come il nostro rapporto con la natura e la tecnologia.

Pensa che cambierà in qualche modo il percepito del mondo dell’arte sul lavoro delle donne grazie alla sua mostra?

Molte donne sono state rivalutate e premiate e questo spero possa animare la discussione sulla loro qualità e capacità. Le critiche che mi hanno indirizzato al politically correct provengono spesso dall’Italia. Se avessi fatto la stessa mostra in USA, nessuno avrebbe sottolineato in particolare la presenza delle donne, come fosse un fatto voluto a tavolino. Riaffermo senza problemi che non c’è scopo mirato. Semplicemente molte artiste hanno rappresentano il tema di indagine che ho articolato nella mostra internazionale. Mi auguro quindi che cambi qualcosa, senza la pretesa che solo una mostra possa far tutto. Spero che questa tendenza si affermi almeno alla Biennale di Venezia dove ad oggi, solo con la mostra di Ralfh Rugoff del 2019 (May Yoy Live In Interesting Times) e Il Latte dei sogni, le artiste invitate sono state numerose. Nelle edizioni più recenti la loro presenza è davvero stata secondaria. Per me è abbastanza significativo che alcuni padiglioni nazionali si sono sintonizzati, pur non avendo suggerito alcuna convergenza con la mostra internazionale, come USA, UK, Francia, Svizzera scegliendo donne in loro rappresentanza. Gli USA per la prima volta dal 1930 hanno invitato un’artista afroamericana. Così UK con una donna nera. Rimane incredibile riscontrare che ancora nel 2022 ci sono le “prime volte” in Biennale. A dimostrazione che c’è ancora tanto da fare.

Ragionando sul tema dell’equilibrio di genere su tre livelli – di governance, di produzione artistica e di accesso – quanto pensa che siano rilevanti e quali secondo lei sono le principali strategie per la parità?

Come dicevo sopra, si tratta di attitudine, di non avere paura del cambiamento: non c’è nulla di aggressivo, non serve una confrontation come dicono in USA. Si possono fare tante cose gradualmente, meccanicamente, nei processi organizzativi, con spirito pragmatico, come spiegavo ad esempio per le assunzioni. L’idea che nel nostro lavoro culturale si possa rappresentare la complessità del mondo e della nostra società è quello che mi motiva maggiormente: nell’arte, come nella cultura in generale, possiamo cambiare il linguaggio senza temere di essere accusati di politically correct. Il nostro linguaggio si evolve per rappresentare tematiche che non sono chiare a tutti per renderle accessibili e attuali. Non bisogna avere paura dei cambiamenti che possono sopraggiungere anche in modo non radicale. Infine, è fondamentale ascoltare i giovani. La mia mostra nasce per parlare a una generazione giovane di donne e uomini e non binari che stanno evolvendo, che sono molto sensibili a questi temi e che quindi devono potersi riconoscere nell’arte per trovarsi rappresentati.

ABSTRACT

We interviewed Cecilia Alemani, Artistic Director of the Visual Arts sector of the Venice Biennale, who curated the international exhibition “The Milk of Dreams,” which was also much discussed because of the important representation of women artists. The strong message she shared with us is to normalize, to make room for the natural change in society going on, which increasingly recognizes differences, without necessarily doing battles. The change is visible and exudes even in the visual arts: making the Biennale only makes sense if it speaks to young people by giving them space for recognition in social debates. The theme of gender and the presence of women must enter as a natural consequence of the evolution of society.

 

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Neve Mazzoleni

Neve Mazzoleni

Background di storica dell’arte e filosofa, perfezionata in management dell’arte e della cultura e anche in innovazione sociale, business sociale e project innovation. Per anni è stata curatrice ed exhibition manager della collezione corporate internazionale di UniCredit all’interno del progetto UniCredit&Art; attualmente ricopre il ruolo di communication & stakeholder manager del programma UniCredit Social Impact Banking. Ha scritto per diverse testate di settore sulle fondazioni e imprese private impegnate nello sviluppo di progetti culturali, di centri di produzione culturale dal basso, di arte contemporanea. I suoi maggiori interessi sono l’innovazione sociale a base culturale, le forme di ibridazione fra i settori pubblico e privato a favore della cultura, i dibattiti sulla sostenibilità sociale e ambientale che fanno leva sulla cultura.

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