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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
La Fondazione Kainòn, con un gruppo di esperti e con la curiosità di un giornalista appassionato di “media ecology”, ha lanciato un programma di lavoro per facilitare il ripensamento e la riprogettazione dei musei
© Photo by Efe Kurnaz on Unsplash

Il XXI secolo si è aperto all’insegna della grande trasformazione dell’economia, della società, della cultura. Mentre i fatti si incaricano di ricordare ogni anno, o quasi, che il futuro è imprevedibile, le strutture sulle quali si fonda la convivenza degli umani sul pianeta sembrano attraversate da terremoti continui. In questo contesto, alcune infrastrutture diventano ogni giorno più strategiche: il sistema dell’educazione, il sistema dei media, i luoghi e i metodi della progettazione e della deliberazione che gli umani adottano per decidere del proprio avvenire. Inevitabilmente, per la portata di questi cambiamenti, sono coinvolte anche le più alte istituzioni della cultura. Compresi i musei. Non per nulla l’ICOM ha deciso di cambiare la definizione del museo. E, coerentemente, non per nulla molti musei pensano a riprogettarsi. La Fondazione Kainòn, con un gruppo di esperti e con la curiosità di un giornalista appassionato di “media ecology”, ha lanciato un programma di lavoro per facilitare il ripensamento e la riprogettazione dei musei, dapprima in generale per poi, ci si augura, in particolare nello specifico di alcuni musei che vorranno sperimentare le idee più innovative. Questo articolo è un primissimo resoconto dei temi che stanno emergendo, in alcune interviste e workshop a porte chiuse e organizzati seguendo la Chatham House Rule. In fondo al processo ci sarà una comunicazione ampia del percorso creativo sviluppato nel corso di questa ricerca e soprattutto l’attribuzione delle idee generate alle persone che le hanno condivise ed elaborate. Ma per ora è bene concentrarsi sulle traiettorie di riflessione principali. I primi passi sono sempre diversi dagli ultimi: ma come ogni storia, anche questa comincia dal principio.

CHE COS’È IL MUSEO

Il museo, secondo l’ICOM, non è più le sue mura e le sue collezioni, ma la sua funzione. Una prima discussione è evidentemente collegata alla piena comprensione di quella funzione. Permangono le attività di acquisizione, conservazione, valorizzazione del patrimonio culturale. Ma devono essere confrontate con i loro risultati per la società e per il suo futuro. Paradossalmente, si potrebbe dare il caso di un museo che faccia perfettamente il suo dovere, ma che venga completamente ignorato dal pubblico: in quel caso avrebbe comunque svolto la sua funzione?

Se ci si concentra sulla funzione del museo in rapporto con il pubblico, oggi, la discussione si allarga a diverse caratteristiche della contemporaneità. Certamente, la trasmissione di sapere di generazione in generazione è essenziale: è un percorso che parte dalla conservazione, ma non si ferma alla conservazione. Nella contemporaneità, il pubblico è immerso in un ambiente mediatico quasi del tutto digitalizzato, si trova di fronte a cambiamenti difficili da interpretare e sfidanti per le conoscenze acquisite in passato, può anche essere disorientato da un sistema di comunicazioni nel quale è spesso difficile distinguere i messaggi documentati e quelli falsi, nel quale la critica sconfina nella violenza personale, nel quale la qualità dell’informazione è meno importante dell’attenzione che riesce a suscitare. C’è bisogno di autorità culturale: ma la funzione dell’autorità culturale non è attribuita in modo scontato, va conquistata.

Intercettando queste caratteristiche dinamiche culturali contemporanee, i musei possono estendere le loro funzioni tradizionali – appunto, acquisizione, conservazione, esposizione per studio, istruzione o diletto – a nuove funzioni trasformative: la partecipazione al sistema dell’educazione permanente reso necessario dalla continua trasformazione delle competenze necessarie ad affrontare il cambiamento tecnico e sociale; il contributo alla qualità della conoscenza che circola e viene fruita nei media sociali digitali; alimenta la ricerca e la progettazione culturale per aiutare la società a pensare il proprio futuro.

In questo senso, il museo è contemporaneamente un’infrastruttura abilitante per l’esperienza, la ricerca e la condivisione della conoscenza. È un insieme di storie da raccontare con il contenuto delle sue collezioni. Ed è ovviamente un’organizzazione – personale, risorse, patrimonio – che deve connettersi con ogni strumento alla società.

MODELLI EMERGENTI

Per interpretare queste funzioni, il museo deve avere una visione del suo scopo. Si rivolge a una comunità, unita da una conoscenza che diventa bene comune. O si rivolge a un target, nel quadro di una metafora di mercato? Nel primo caso, deve elaborare la sua idea di valorizzazione, a partire dai valori culturali che coltiva. Nel secondo caso, basta che alla fine faccia soldi, probabilmente inseguendo i gusti più immediati del pubblico. Si tratta di definire un modello di contributo culturale, dunque.

Che a sua volta si declina in tre modelli, tutti da discutere per arrivare a un’idea del museo del futuro. Un modello di fruizione: deve essere digitale, fisico, o ibrido? Un modello di interazione con il pubblico: deve essere come un tempo monodirezionale, o deve diventare bidirezionale, con la partecipazione attiva del pubblico? Un modello di business: con la riflessione sul trattamento degli NFT che può portare il pubblico a essere addirittura comproprietario, oppure con il ricorso a un’utilizzazione creativa della pratica del crowdfunding per progetti innovativi.

STRUMENTI DI MANAGEMENT

Di certo, per tutto questo occorrono strumenti di management più adatti alla complessità della sfida. Innanzitutto un piano strategico. In secondo luogo una trasformazione della concezione del rapporto col pubblico che cessa di essere composto da “visitatori” per diventare un insieme di “utenti”. Infine, la consapevolezza che il valore del museo si svilupperà intorno ai suoi valori. Il contributo del museo è culturale: il piano di business è strumento, non fine. Del resto, lo stesso si può dire del digitale: è strumento, non fine. Ma uno strumento, indubbiamente, necessario ad accompagnare la trasformazione.

USO PRATICO DEL DIGITALE

Se il museo è una infrastruttura abilitante, la tecnologia digitale consente di raccogliere il suo patrimonio in modo da poterlo condividere con studiosi, scienziati e artisti: un’architettura informatica aperta, con API condivise che possano consentire di sviluppare analisi e servizi ulteriori intorno alla base di conoscenza del museo: una modalità di valorizzazione affidata al pubblico attivo e competente. In questo modo si supera il concetto di museo che comunica e si passa a una situazione nella quale il pubblico è protagonista della partecipazione della comunità allo sviluppo della conoscenza.

Se il museo è l’insieme delle storie che si possono raccontare sulla base del suo patrimonio, allora queste storie vanno raccontate in modo transmediale. Cioè affidando i diversi passaggi della storia ai media più adatti: dalle mura al digitale, dal videogioco al metaverso.

Insomma, il museo segue un percorso di riprogettazione che da un lato lo trasforma in un’infrastruttura abilitante e dall’altro lo valorizza come luogo di storie da raccontare, in un contesto transmediale. L’approccio, in tutto questo, sarà certamente aperto alla sperimentazione, in funzione della validazione delle idee innovative, ma nel quadro prospettico di una pragmatica azione di progettazione continua.

PROSPETTIVE

In questo momento il neoliberismo è finito e non è ancora cominciata una nuova epoca più attenta alla dimensione della comunità. Non si torna indietro. Ma non si affida più al solo mercato il compito di risolvere i problemi. Occorre una visione del bene comune. La comunicazione in questo nuovo contesto non è più trasmissione di messaggi, ma partecipazione della comunità alla costruzione del suo futuro. Il museo è uno dei luoghi nei quali tutto questo deve avvenire perché costruisce un terreno culturale condiviso sul quale si fonda la dinamica culturale di buona qualità. L’equilibrio tra la sostenibilità economica e la funzione culturale in nome del bene comune è il terreno di innovazione più sfidante e importante: la sua soluzione sarà il messaggio essenziale del museo del futuro. Conquisterà il pubblico, alimenterà le risorse, costruirà la nuova autorevolezza e la leadership culturale del museo del futuro.

ABSTRACT

The museum of the future is not its walls and collections, but its function. And the success of the function is not measured in when it is performed, but in relation to the actual cultural change in the public. Contemporary dynamics prioritize potential contribution museums can make to lifelong education, to the quality of the media system, and to research for designing the future of society. Therefore, innovative management models and practices are being developed. And innovations that make full use of digital are being implemented. But this can only be defined from the perspective of a fundamental choice: who decides the future of the museum is the market as a resource allocation system or the community interested in the enhancement of its cultural commons? The answer to this question will define the very success of the museum in the future.

 

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Luca De Biase

Luca De Biase

Luca De Biase, giornalista e scrittore, lavora per il Sole 24 Ore e La Svolta, insegna alle università di Pisa e Modena Reggio Emilia, dirige il Media Ecology Research Network di Reimagine Europa e il centro di ricerca su linguaggio e intelligenza artificiale Imminent, di Translated. La Media Ecology Association gli ha conferito The James W. Carey Award for Outstanding Media Ecology Journalism 2016.

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