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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
L’intreccio di due testi apparentemente distanti che compongono un’armoniosa sinfonia nello spiegare l’intelligenza artificiale. Cosa hanno in comune la vibrante ricerca di un indomito e sofisticato militante di un’inedita sinistra digitale, quale Matteo Pasquinelli, con il suo Eye of the Master e l’appassionata autobiografia intellettuale di una giovane cino-americana, Fei-Fei Li, già guru delle tecnologie generative, con il suo Tutti i mondi che vedo? Due modi di arrivare e di proclamare, nell’algido scenario tecnologico, l’efficienza di un conflitto sociale che costringa i processi più intrusi della potenza di calcolo a diventare patrimonio sociale riprogrammabile. La curiosità di tale sorprendente percorso si combina con le esperienze di vita dei due autori che ci fanno capire come anche l’algoritmo abbia un cuore che bisogna conquistare
© Foto di Steve Johnson su Unsplash

Dalle diversità l’armonia, diceva Giordano Bruno, il brillante filosofo nolano che, alla fine del 500, intuì la cosmogonia circolare della rete, prefigurando una nuova geometria di poteri orizzontali: ogni punto è centro e il centro è in nessun punto.

Una visione eversiva al tempo degli imperi e delle guerre di religione, che lo portò al martirio a Roma, in piazza Campo de Fiori proprio all’inizio di quel lungo secolo del calcolo che fu il 600.

“Due cose non possono essere identiche, altrimenti sarebbero una cosa sola, ma possono essere analoghe, cioè eguali per certi versi e per alcuni altri diverse” ci spiega Aldo Masullo, uno dei più originali analisti del pensiero bruniano (A. Masullo L’Arcisenso, Dialettica della solitudine. Quodlibet, Macerata, 2018).

All’ombra di questa visione ci sembra di poter meglio accostare due testi apparentemente distinti e distanti, quali il saggio di Matteo Pasquinelli – un originale analista digitale di matrice marxista che conduce da almeno tre decenni la sua perlustrazione socio politica nel mondo del calcolo – intitolato The Eye of the master, Verso editore, e un’intrigante autobiografia di un talento del mondo dell’intelligenza artificiale quale la giovanissima cino-americana Fei-Fei Li intitolato Tutti i mondi che vedo, Luiss editore.

Due autori e due esperienze che sembrano appunto parlarci in lingue e attraverso codici del tutto opposti e che invece sono profondamente analoghi, appunto, secondo la concezione di Bruno.

E solo leggendoli parallelamente, sovrapponendo e componendo contraddizioni e attriti mi sento di dire che l’uno ci permette di meglio assaporare l’altro e insieme ci danno una sintesi di quale estensione dialettica offre l’epoca del calcolo che stiamo vivendo nelle sue prime declinazioni.

Per entrambi gli autori i testi sono una proiezione non solo della propria vita ma di quel mondo di ambizioni e passioni che vivono testardamente ogni giorno.

Pasquinelli viene dalle esperienze sulfuree dei movimenti autonomi degli anni 70/80, quando proprio le frange più estreme della contestazione studentesca incontrarono il riflusso delle lotte operai decifrandone, forse con più prontezza e precisione di altre più autorevoli e riconosciute culture della sinistra, il senso di conclusione di un’intera storia del lavoro che trasmettevano.

Con la mente sgombra da impalcature ideologiche indotte dalle letture più meccaniche del marxismo della prima parte del 900, quei giovani riuscirono ad elaborare sofisticate analisi sul passaggio dalla catena fordista alle forme di produzione immateriale che furono limitate e recintate dalla loro ansia di trasformare quelle architetture sociologiche in ricette per una rivoluzione sbrigativa nel cuore del capitalismo occidentale.

I fuochi fatui di quelle rivolte, innestate nei centri universitari del lombardo veneto – e non è certo casuale la coincidenza fra il campo della battaglia estremista dell’autonomia operaia con l’insorgere dell’antistatalismo leghista che proseguì, con altri obbiettivi e mediazioni politiche, l’intento di smantellare il controllo degli apparati nazionali – annebbiarono la narrazione con cui quelle schegge impazzite della cultura comunista pensavano di annunciare un nuovo mondo di oppressioni ma anche di possibili opposizioni che il tramonto del lavoro manifatturiero comportava.

Da quella trincea sono emersi, insieme agli orrori di centinaia di vite bruciate dall’illusione insurrezionalista, anche spezzoni pregiatissimi di un’inedita marca di marxismo che si è misurato, da pari a pari, con le smaltate e lucenti tendenze del neo capitalismo cognitivo. Diciamo che Marx ha trovato, dopo le infinite schiere di esegeti del suo Capitale, anche una generazione che ha avuto la tenacia e pazienza di immergersi nei labirinti concettuali dei Grundrisse, restituendo all’autore la dignità di straordinario profeta del nuovo e non solo del vecchio modo di produrre ricchezza.

La trilogia Imperium di Michael Hardt e Antonio Negri, dei primi anni del nuovo millennio, è ancora oggi una pietra miliare per dare una corretta interpretazione di classe al mondo computazionale. E Pasquinelli, nel suo lungo soggiorno londinese, ne è stato uno degli interpreti più creativi, aggiornando con una velocità di elaborazione non comune, adeguata alla frenesia delle trasformazioni in atto, lo scenario socio antropologico indotto dalla smisurata capacità computazionale disponibile nel pianeta, prima con il suo densissimo libro Gli algoritmi del capitale (Ombre corte edizioni), ed oggi con la sua nuova fatica ancora non tradotta in italiano, The Eye of the Master.

Sul versante opposto, sia geografico che culturale, che identifichiamo con quell’oceano pacifico che separa la Cina dalla California, incontriamo con Fei-Fei Li una storia e una fatica radicalmente diversa ma quanto mai convergente.

Tanto Pasquinelli si affanna per dotare la sinistra di una padronanza indispensabile delle contorsioni del capitalismo neurale, tanto assaporiamo il miracolo di una famiglia cinese approdare sulla est cost americana, senza nessuna dimestichezza con la lingua o riferimenti che non siano quelli della tradizionale solidarietà di strada di connazionali incontrati per caso. La miseria e il disagio per dover curare una madre seriamente ammalata, spinge l’adolescente Fei-Fei Li a diventare capo famiglia in virtù di una prontezza d’ingegno che subito la segnala come un fenomeno.

Tenerissimo il racconto dei due livelli della sua vita: l’abnegazione per assistere i genitori, la scoperta di un mondo magico, quale è quello della fisica che la porta istintivamente – siamo negli anni 90 – a immergersi nel gorgo informatico. “Voglio fare la scienziata” è la sua scelta di campo, mentre lavora nella lavanderia con cui i genitori sbarcano il lunario. Quell’ambizione diventa un programma di lavoro che la porta, sempre con la modestia di chi pensa che il talento sia l’alternativa al privilegio, a scalare la competitivissima gerarchia accademica americana. Prima seguendo le orme di Einstein a Princeton con una borsa di studio in fisica e poi, via via che l’intreccio fra matematica, fisica e informatica la spingono verso la Silicon Valley, nelle università del sole, in California.

Il punto di incrocio fra queste due avventure è la cocciuta e irreversibile visione del sapere come fenomeno collettivo, come general intellect, appunto secondo Marx.

Una dimensione sociale che non appare come una professione ideologica ma come un modo, innanzitutto, per leggere meglio e prima i processi innestati.

Pasquinelli, ignorando giustamente quella patetica e mistificante querelle sul dualismo fra umani e macchine nell’intelligenza artificiale, che appassiona tanto chi vuole esibire il proprio mestiere di maestro di etica in servizio permanente effettivo e oscurare il ruolo dei proprietari di questi dispositivi, va al sodo e ci mostra come gli algoritmi siano concretamente l’evoluzione di quelle forme di automatizzazione della produzione che hanno aumentato la potenza coercitiva della fabbrica nell’estrarre valore dal lavoro. L’intelligenza artificiale è proiezione del taylorismo.

Ma ancora di più, nella parte storiografica, l’autore ricostruisce le modalità di esercizio dei poteri nel nostro passato, risalendo all’antichità più profonda, per convenire che “questa storia si estende nel lontano passato in cui gli algoritmi erano già incarnati in antichi rituali per trasmettere conoscenze e competenze”.

Una formula per gestire il dominio sulle persone e, per questo, aggiunge “il codice interno dell’AI è costituito non dall’imitazione dell’intelligenza biologica ma dall’intelligenza del lavoro e delle relazioni sociali”.

Una concezione che ritroviamo, ovviamente con altri linguaggi e altri filtri e categorie di interpretazione storica, anche in Fei-Fei Li che ci dice che osservare i processi tecnologici e “ignorare i millenni di lotta che sono alla base della nostra società sarebbe un errore imperdonabile” perché “questa rivoluzione deve fondarsi su quelle basi in modo fedele. Deve rispettare la dignità collettiva di una comunità globale”.

Chi parla è oggi una delle manager digitali più prestigiose nella sua capacità di guidare questi processi tecnologici. Una capacità che rimane comunque figlia di una sensibilità maturata nel retrobottega di una fumosa e calda lavanderia di New York.

Lo sbocco materiale di questa visione, che avvicina ancora di più la scienziata cino-americana al sociologo militante italiano è la concezione di questo fenomeno che sta riclassificando l’intero pianeta come una ineliminabile azione collettiva. La differenza rispetto al capitalismo fordista, spiega nel suo tomo Imperium Tony Negri è, appunto, che nel nuovo scenario il capitale ha bisogno della nostra complicità, e questo bisogno apre la porta ad un nuovo patto sociale, da negoziare, con forza.

Fei-Fei Li pratica questa visione più che declamarla, e raccontando la sua lunga marcia verso quella straordinaria realizzazione che oggi è identificata con la sua opera scientifica qual è il riconoscimento di immagini e oggetti da parte degli algoritmi, ci conduce attraverso un’infinità di complicità.

La cosa che colpisce nel suo libro è proprio la quantità di volte che si apre la porta dello studio di un grande guru della tecnologia ed entra un umile studente dicendo “professore ho un idea”. Alcune di quelle idee hanno dato forma al progresso umano. Prima, come umile studentessa, era Fei-Fei Li che apriva la porta dei suoi guru, che il destino ha voluto che fossero per la maggior parte di origine italiana, spingendo la talentuosa scienziata a legarsi strettamente alla cultura del nostro paese – tanto è vero che il padre dei suoi figli è un suo collega del nostro paese – poi era lei che lasciava la porta aperta ai suoi studenti.

L’innovazione è sempre general intellect come scrive ripetutamente Pasquinelli, rintracciando in questa matrice la ragione che giustifica e sollecita una sua continua rinegoziazione sociale: la proprietà di questi apparati è sempre un abuso come persino la giustizia americana sta sancendo in queste settimane.

Ma a dare sostanza al parallelismo fra i due libri sono gli stessi autori che si soffermano entrambi su un passaggio fondamentale dell’evoluzione informatica: il perceptron. Si tratta della prima rete neurale inventata come un’allucinazione lucida nel 1957 dallo psicologo Frank Rosemblatt. È stato il primo sistema volto a riconoscere automaticamente pattern visivi al radar, al confine, come sempre, fra utilizzo civile e militare. Per Pasquinelli è uno dei passaggi che intreccia tecnologia e funzioni biologiche cogliendo in questo il vero obbiettivo dell’industrializzazione dell’intelligenza artificiale: riprogrammare la vita umana. Fei-Fei Li è abbagliata da quella prima sperimentazione e usa proprio il perceptron per elaborare un sistema di catalogazione e metadatazione automatica di ogni oggetto della nostra vita. L’esaltazione con cui la scienziata constata di essere alla fine riuscita nella sua missione, che la porta a riflettere sul fatto che mezzo miliardo di anni dopo che i primi esseri viventi hanno sviluppato un legame fra occhio e cervello si sia realizzata una svolta ulteriore che arricchisce e potenzia l’idea di vedere, non impedisce a Fei-Fei Li di registrare come proprio questi stupefacenti risultati siano l’emblema di un sorpasso della proprietà privata dei laboratori di ricerca sulla condivisibilità della ricerca universitaria. È un cambio di natura del mondo digitale e anche della vita della nostra ex immigrata cinese che diventa ambitissima manager di corporation private, dopo aver ripetutamente rifiutato questo cambio di ruolo, in questo distinguendosi da Pasquinelli che rimane su una linea di contrapposizione con la proprietà speculativa, che non ha nulla di nostalgico o di retrospettivo. La sua riflessione infatti è parte essenziale di quell’accelerazionismo di sinistra che vede il movimento antagonista pretendere più innovazione per rendere più instabile e fragile il sistema mercantile.

Ma ci piace ritrovare in conclusione, almeno nell’affermazione di principio, che non è mai gratuita e indolore, un ulteriore punto di accostamento fra i due testi, e lo ricaviamo proprio dall’amarezza della nostra autrice cino-americana che, facendo una sintesi della sua corsa verso il successo urla, metaforicamente, che “la lezione più profonda che ho ricevuto è stata il primato della dignità umana, una variabile di cui nessun data set e che nessun algoritmo è in grado di ottimizzare”.

ABSTRACT

Two distinct and distant texts that become the premise and complement of the other. It was a truly electrifying adventure to read in parallel the essay “Eye of the Master”, by Matteo Pasquinelli, an original figure of militant scientists who wants to accelerate innovation to democratize it, together with the text entitled “All the world I see”, with which the very young Chinese-American guru Fei Fei Li tells us about her journey towards the invention that today allows algorithms to see the world around them. The pivot point between the two stories is the recognition, completely opposite as a cultural basis, of social conflict as a factor of efficiency, even before justice, in the reprogramming of technology. Intriguing in both cases is the involvement of their respective experiences which allow us to understand how today technology is already a way of living and reworking the world for the most distant populations and apparently not equipped for this objective.

 

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Michele Mezza

Michele Mezza

Michele Mezza, giornalista, saggista e docente universitario. Una lunga carriera in Rai, prima ck e inviato all’estero (Urss e Cina) poi come responsabile di sviluppo di progetti tecnologici. Fra l’altro ha ideato e realizzato il progetto del primo canale All News della Rai, Rainews24. Ora insegna epidemiologia sociale presso l’Università Federico II di Napoli.Collabora con Testate e Blog fra cui Huffington Post. Dirige la comunità digitale Mediasenzameditori.org. Ha scritto vari testi fra cui, sempre per l’editore Donzelli, Avevamo la Luna (2013), Algoritmi di Libertà ( 2016), Il contagio dell’Algoritmo ( 2020), Caccia al Virus, con Andrea Crisanti, nel 2021; ed infine Net War ( 2022).

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