Le intelligenze artificiali generative (GenAI) – quelle che abbiamo imparato a conoscere usando Bard, ChatGpt o Midjourney – stanno rivoluzionando tutti gli aspetti del nostro quotidiano: il lavoro, le relazioni con le altre persone (e con le macchine), il concetto di verità o l’idea degli umani come unici esseri creativi. Lo scorso 28 settembre 2023, nell’edizione di Bergamo di Artlab, si è tenuto un confronto su questi temi per definirne le implicazioni, evidenziarne le potenzialità e affrontarne le criticità. Lungi dal voler perseguire un’ambizione irrealistica di esaustività, l’incontro, organizzato in collaborazione con Sineglossa e moderato da chi scrive, è stato l’occasione di confrontarsi su come, attraverso la sperimentazione e la contaminazione tra prospettive disciplinari, si possano utilizzare i modelli di IA come alleati importanti, oggi imprescindibili, non solo a livello strumentale, ma a livello cognitivo.
La mattinata si è aperta con una lectio di Andrea Colamedici che, a partire dal Fedro di Platone e dal mito dell’invenzione della scrittura, ha aperto una prospettiva sulla necessità di affrontare con nuove categorie le potenzialità espresse dall’evoluzione tecnologica. In uno scenario polarizzante che induce ad una scelta di fazione, tra apocalittici e integrati, Colamedici ripercorre il rapporto storicamente fisiologico, strutturalmente co-determinante, tra informazione, tecnologia e conoscenza. Riprendendo la concezione della parola come pharmakon – al contempo cura e veleno – propone una lettura analoga dell’intelligenza artificiale e del suo impatto, richiamando l’attenzione sulla necessità di interrogarci sul modo in cui vogliamo che l’informazione evolva, venga prodotta, circoli e venga condivisa. Nelle parole di Colamedici prendono forma le sfide più rilevanti, a cui siamo chiamati a prestare grande attenzione. Innanzitutto il tema della velocità, che modifica radicalmente il modo di conoscere le cose, di concepire il pensiero, di entrare in relazione con la realtà. Le GenAI accelerano i processi di trasformazione delle capacità cognitive e del lavoro creativo. La personalizzazione, che, attraverso la scomposizione delle identità e dei comportamenti in sistemi di dati, abilita modelli automatizzati ad interagire con ogni persona in maniera mirata, potenzialmente influenzando il pensiero, condizionando i comportamenti, orientando i consumi. Lo scenario fino ad oggi inesplorato della co-creatività, in cui la macchina assume un ruolo agente ed esprime una capacità immaginativa che, per quanto limitata dai modelli di programmazione, può assumere un ruolo dialettico, alimentando la ricchezza di una dimensione di confronto che può ispirare in modi inediti i processi creativi. Ciò che emerge con evidenza è la necessità di comprendere, rivendicare, valorizzare un ruolo critico, di adattabilità proattiva, di curiosità prudente, nell’interazione con i nuovi sistemi di IA, senza preclusioni o pregiudizi, ma cogliendone la capacità, sempre preziosa, di sparigliare le carte sul tavolo.
Proprio a proposito di co-creatività, Eleonora Brizi ha portato la voce della sperimentazione artistica collaborativa, in cui un sistema di GenAI, DADAGAN, ha interagito non solo con un artista, ma con Dada, una community di oltre 175 mila artisti, da sempre all’avanguardia sia nella cryptoarte, sia nella sperimentazione della blockchain e dei sistemi di NFT per lo sviluppo di nuove forme di valorizzazione del mercato dell’arte digitale. Dopo un’introduzione metodologica da parte di Brizi, DADAGAN si è presentato da solo, mostrando in maniera evidente le opportunità derivanti da un vero approccio co-creativo, in cui gli artisti della community si liberano dal peso dei vincoli operativi imposti dal mercato, lasciando ad un bot il compito di affrontare quelle dinamiche che, determinate da logiche algoritmiche, rischierebbero di disumanizzare il processo creativo. In questo caso, l’ibridazione supera la contrapposizione semplicistica umano-macchina, abilitando un’occasione, apparentemente paradossale, per conservare l’umanità profonda insita in ogni processo creativo. In un certo senso, ci sfida ad interrogarci su cosa significhi, davvero, l’umanità della creazione artistica.
In un contesto in cui, evidentemente, parte della sfida risiede nella necessità di far evolvere anche il pubblico, Valentina Bondesan ha tratteggiato il ruolo chiave delle biblioteche in questo processo di cambiamento. L’IFLA, che ha creato un gruppo di lavoro specializzato sull’AI, ha dedicato al tema una sessione speciale del recente Congresso mondiale, e posto le basi per una riflessione sul ruolo della GenAI sia nelle funzioni di programmazione e gestione di un istituto bibliotecario, sia nella gestione del rapporto con l’utenza. Bondesan, che stabilisce con chiarezza gli elementi di irrinunciabile competenza umana (la responsabilità di accompagnamento dell’utenza, la responsabilità dell’interrogazione etica, la volontà di educazione al pensiero critico rispetto all’informazione), riconosce però i numerosi impatti positivi, sia a breve termine (accessibilità, strumenti di traduzione, sistemi di raccomandazione, analytics più accurati), sia a lungo termine (produzione co-partecipata di strumenti e servizi, modalità di fruizione, educazione civica). A fronte di una serie di problematiche strutturali temporanee, si riconosce, anche a partire da una sperimentazione già consolidata, il valore innegabile della GenAI come strumento di abilitazione della conoscenza collettiva.
Sul tema della tensione dialettica e delle potenzialità co-creative dell’interazione umano-macchina si è concentrato anche Simone Arcagni, con una riflessione che si apre ad un’analisi critica di alcune produzioni, esposte in occasione dell’allestimento “Il futuro del cinema. Il cinema del futuro”, presso il Museo Nazionale del Cinema di Torino. Arcagni, in particolar modo, ha rimesso al centro il tema chiave della conoscenza umana, nella co-creazione con l’intelligenza artificiale. Dialogare consapevolmente con un sistema automatizzato significa, innanzitutto, comprendere il valore dell’intelligenza umana che indirizza il processo creativo. Un umano che dialoga con una macchina, allenata sulla base di un dataset (un archivio di informazioni digitali), deve innanzitutto rendere evidenza del proprio archivio, della propria memoria, che inevitabilmente orienterà l’indirizzo complessivo del processo creativo. Arcagni propone l’uso di una doppia metafora: la biblioteca, per il valore evidente di un grande volume di informazioni organizzate, secondo una logica efficiente e coerente; lo specchio, per la sfida che questa evoluzione ci sta ponendo, richiamandoci alla necessità di interrogarci su noi stessi e su quale vogliamo che sia, la cultura alla base del nostro futuro.
Giulia Marangoni, a partire da un approfondimento sulla Direttiva Copyright (Direttiva 2019/790), ha evidenziato come il tema del text and data mining (l’attività di estrazione di dati a partire da un contenuto accessibile digitalmente) faccia parte ormai da anni della riflessione di settore. Indiscutibilmente, l’accelerazione dei sistemi di GenAI e l’ampliamento esponenziale della base d’utenza ha reso necessaria un’azione più strutturata di definizione dei diritti d’uso e di proprietà intellettuale. Se da una parte la Commissione Europea sta cercando di disciplinare, con l’AI Act, le condizioni di sviluppo dell’intelligenza artificiale, dall’altra un mercato ancora scarsamente definito alimenta possibili implicazioni difficili da prevedere. Ben prima del Data Governance Act promosso dalla Commissione Europea, il W3C Community Group (in collaborazione con EDRLab e AIE) già nel 2021 aveva creato il Text and Data Mining Reservation Protocol, per esprimere in maniera chiara l’informazione sui diritti riservati e comunicare in maniera riconoscibile dai sistemi automatizzati la disponibilità di licenze per l’utilizzo legittimo dei contenuti. Stiamo affrontando un’epoca di evoluzione dei diritti, che certamente vivranno il cambiamento e l’emersione di nuovi modelli di business, ma che consentiranno di interrogarci sulla stessa stratificazione di contenuti alla base dei processi creativi.
Proprio su questo tema, l’avv. Mattia Pivato ha aperto un’ulteriore prospettiva di approfondimento, richiamando l’attenzione su come, tradizionalmente, la normativa non riesca a separare una concezione di autorialità da una componente fondamentalmente umana. Fin dalla Convenzione di Berna del 1886, si evidenzia un’impostazione strutturalmente antropocentrica, che si è protratta, anche nella legislazione italiana, fino ad oggi, nella normativa sul diritto d’autore (l. 633/1941). Evidentemente si apre un tema di rilevanza non solo giuridica, ma più ampiamente culturale. Sussiste creatività nelle opere create da sistemi di IA? Chi, in un processo di co-creazione, può essere considerato il vero autore, tra artista, programmatore e algoritmo? Come sempre, il mercato introduce delle sollecitazioni forti, che richiamano e richiedono un intervento risolutore alla riflessione giuridica. Dalle polemiche sul Tondo Doni in versione DAW (digital artwork) al ritratto “sintetico” di Edmond de Belamy, gli esempi di evidenza dei cambiamenti in atto non mancano. La sfida che ci attende non è semplice, ma certamente consentirà di riflettere sul valore della creatività nel suo processo di formazione.
Le prospettive della giornata hanno trovato compiutezza nelle parole della prof.ssa Elisa Giaccardi, che ha in qualche modo riaperto tutte le categorie esposte nel corso dei diversi interventi. A partire da alcuni esempi di pratiche creative dell’artista e ricercatrice Sofia Crespo, Giaccardi ha evidenziato come i sistemi di GenAI abilitino, tra le altre cose, la capacità di immaginare cose mai esistite (come nel caso del progetto Neural Zoo) e la capacità di vedere le cose da prospettive diverse dalla nostra, de-familiarizzando il nostro percorso cognitivo ordinario (come nel caso del progetto Critically Extant). In un contesto di co-creazione in cui i processi immaginativi ed artistici si muovono senza precedenti, quali sono i margini dell’azione creativa?
Proprio su questo tema, Giaccardi descrive l’attività progettuale del network internazionale D-Code, definendone la natura fortemente post-disciplinare e multiculturale. Se l’IA è intrinsecamente legata ai dati con cui è nutrita, in che modo è possibile rilanciare la natura della tensione creativa andando oltre questi limiti? In qualche modo, la volontà di liberare l’atto co-creativo deve portarci ad interrogarci sul superamento della soggettivizzazione, del modo in cui i dati definiscono una staticizzazione anche della nostra identità artistica e immaginativa. Giaccardi propone di parlare di pratiche creative che diventano more than human, condivise tra l’umano e la macchina, a sua volta agente creativo, capaci di produrre effetti sul mondo. La relazione con la GenAI deve essere fondamentalmente critica, per uscire da dinamiche posizionate all’interno di contesti socio-culturali e geo-economici predefiniti. Solo disinnescando queste vulnerabilità culturali preesistenti, in una capacità immaginativa ampliata, sarà possibile immaginare, con il supporto della GenAI, un futuro plurale, capace di dare valore alla diversità delle prospettive, al pluralismo delle fonti e delle tradizioni, alla complessità sfuggente del mondo interconnesso in cui viviamo.
L’accelerazione dell’innovazione tecnologica, l’apparente imprevedibilità degli ambiti di applicazione, le implicazioni derivanti dallo spostamento progressivo della soglia di ciò che è possibile chiameranno l’intero mondo culturale a giocare un ruolo sempre più rilevante. Non si tratta – e non si tratterà – semplicemente di comprendere come adeguare le strategie e le modalità operative per conservare una condizione di competitività sul mercato, né di ridefinire i modelli di business e i piani di investimento. Si tratterà, soprattutto, di riscoprire il ruolo della cultura e della creatività come ecosistema concettuale, capace di abilitare e di valorizzare le possibilità immaginative dell’essere umano nel suo evolvere, in un contesto destinato sempre più ad essere “more than human”. Si tratterà di riabilitare il peso profondamente politico del pensiero critico che si fa pensiero collettivo, in un mondo immateriale che, prima di imparare come disciplinare le piattaforme digitali, forse dovrebbe interrogarsi sulla necessità di riscoprire, forse reimparandolo da sistemi di intelligenza artificiale, il valore del dialogo, del confronto, dell’immaginazione come spazio di trasformazione.
ABSTRACT
Generative artificial intelligences are modifying all aspects of our daily lives: work, relationships with other people (and with machines), the concept of truth or the idea of humans as unique creative beings. Last September, during Artlab, we spoke about their implications, highlighting their potential and addressing their critical issues in the cultural sector. The talk was an opportunity to discuss how, through experimentation and contamination between disciplinary perspectives, AI models can be used as important allies not only as tools, but also at as more-than-human partners.
Luca Baraldi. Esperto di diplomazia pubblica e di politiche culturali, ha lavorato per oltre 15 anni a livello internazionale in progetti di rigenerazione sociale e di co-progettazione per le politiche territoriali. Dal 2019 lavora in Ammagamma, una società italiana di intelligenza artificiale, di cui, dal 2019, dirige il dipartimento di Human Sciences. È advisor della European Association for Jewish Studies, del Design Research Lab dell’Università di Trento, del progetto European Digital Deal per Sineglossa.
Federico Bomba. Direttore artistico di Sineglossa e ricercatore presso lo Human Technology Lab dell’Università di Bolzano. Nel 2014 fonda Sineglossa, centro di ricerca culturale internazionale. Crea ecosistemi in cui artistɜ, scienziatɜ, imprenditorɜ, politicɜ e intelligenze artificiali collaborano per futuri più umani. Parla di rigenerazione urbana, economia della cultura e collaborazione umano-macchina.
