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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Il traffico illecito di beni culturali è una delle più gravi minacce al patrimonio archeologico. Ripercorrere la storia dell’archeomafia significa comprendere il valore della tutela e dell’educazione come strumenti indispensabili per custodire un patrimonio comune e insostituibile
© Foto di Trnava University su Unsplash

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Il fenomeno criminale delle Archeomafie appare piuttosto in ombra nella mappatura delle aree e dei campi di influenza del raggio di azione della malavita organizzata, eppure il traffico illecito di beni culturali è fiorente e collocato dopo il traffico di droga e il traffico d’armi. Le stime in merito sono controverse ed è difficilmente quantificabile il volume di affari [1], ma la presenza di beni illecitamente trafugati nei porti franchi conferma che esiste una domanda consistente. Un bene archeologico è infatti un investimento: si rivaluta costantemente e le quotazioni sono sempre al rialzo, anche in quanto status symbol per chi lo possiede.

La longa manus della mafia ghermisce fin dagli anni successivi al dopo guerra la ricchezza del sottosuolo italico: il nostro patrimonio storico artistico immenso, prezioso e fragile. Benché l’Italia sia all’avanguardia sotto il profilo normativo e giuridico [2], il suo territorio è un terreno di caccia privilegiato perché è impossibile garantire un pattugliamento o una sorveglianza armata degli innumerevoli siti archeologici disseminati su tutta la Penisola. In particolare, le aree interessate da sistematiche campagne di devastazione e saccheggio sono il Lazio etrusco, in particolare le zone comprese tra Vulci, Cerveteri, Tarquinia e l’Italia meridionale, Puglia e Calabria più intensamente di altre.

Nonostante l’enfasi un po’ sensazionalistica con la quale si accolgono i brillanti risultati di recupero e di ritorno dei beni culturali trafugati compiuti dal Comando dei Carabinieri Tutela del Patrimonio culturale [3], il fenomeno criminale radicato e ramificato sul territorio è poco noto al vasto pubblico. Occorre, dunque, ripercorrere per sommi capi la storia dei trafugamenti, le rotte dell’espatrio, i porti franchi e le destinazioni finali dei nostri beni. Solo così si comprende quanto la quantificazione del danno arrecato dalle attività illecite sia incalcolabile. Il rientro di beni culturali sottratti sembra infatti chiudere definitivamente con un successo investigativo la quaestio del furto, ma il vulnus arrecato alla ricerca è irrimediabile e irrecuperabile: impossibilità certa di determinare l’esatto luogo del rinvenimento, distruzione del contesto, che impedisce di individuare precisamente la collocazione del pezzo e del rapporto eventuale con altri manufatti ed edifici, difficoltà di ricostruire la storia e distruzione irreversibile di dati scientifici.

CENNI DI STORIA DEL TRAFFICO

Il volume di traffico è difficilmente quantificabile, ma è stato enorme dal dopoguerra ad oggi. Per questa ragione la lotta sul campo alla malavita che opera nel settore non può essere una attività in cui sono impegnate solo le forze dell’ordine ma è un tema che interpella la società civile, il mondo della ricerca, della scuola, le associazioni di volontariato, gli enti locali, la politica.

Per una dettagliata ed efficace narrazione delle tappe principali del traffico è fondamentale la consultazione del testo Storia senza voce di Tsao Cevoli, archeologo e fondatore nel 2004 con Lidia Vignola dell’associazione non governativa Osservatorio internazionale Archeomafie che promuove studi relativi agli scavi clandestini e al traffico di beni archeologici (Cevoli, 2021). Un importante strumento che monitora con efficacia il fenomeno nel tempo, organo dell’Osservatorio, è la rivista Archeomafie [4], fondata nel 2009, i cui contenuti delle varie annate sono liberamente accessibili e scaricabili. Anno dopo anno i due studiosi hanno documentato e documentano i casi più significativi di saccheggio e di recupero, ricostruendo le intricate e complesse vicende storiche, diplomatiche e politiche. Non si tratta di una rivista scientifica destinata soltanto agli intenditori, ma ad un pubblico vario e sensibile al tema. Studiare il fenomeno richiede molte competenze specifiche di settore, ma anche conoscenza dei territori, tenacia e acume investigativo. Il testo Storia senza voce rappresenta, forse, l’unica opera che ricostruisce minuziosamente la trama della impresa criminale e delle sue insospettabili ramificazioni anche altolocate, ripercorrendo a tappe tutte le vicissitudini dei personaggi coinvolti e anche delle collusioni o dei silenzi politici.

IL SISTEMA CRIMINALE

Il 30 agosto 1995 resterà una data epocale per la storia della investigazione sul traffico del nostro patrimonio culturale. Grazie ad un accurato lavoro di intercettazione compiuto dagli uomini del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e ad un incidente stradale mortale sulla Roma Napoli all’altezza di Cassino sarà possibile entrare in possesso dei documenti contenuti nell’auto di Pasquale Camera, ex capitano della Guardia di Finanza [5]: accanto al cadavere viene rinvenuta una mole considerevole di materiali ma soprattutto un foglietto di quaderno scritto a penna che riproduce l’organigramma di una fiorente struttura criminale.

Una gerarchia di figure e ruoli operante in Italia e all’estero ha permesso infatti di ricostruire la natura dei rapporti tra soggetti molto diversi tra loro, legati da una collaudata sinergia. Alla base gli scavatori clandestini, i cosiddetti tombaroli, attivi nell’area del Lazio compresa tra Vulci Cerveteri e Tarquinia che identificano i siti ed iniziano un sistematico lavoro di saccheggio con la irreversibile devastazione dei contesti. Si tratta di bassa manovalanza ignara dei successivi passaggi, retribuita dai ricettatori che raccolgono i pezzi e li consegnano ai grandi trafficanti, figure di caratura internazionale. La fase successiva prevede l’espatrio del bottino e lo stoccaggio nei vari porti franchi. Il più famoso per la storia del nostro traffico è quello di Ginevra: una immensa area che ha goduto (fino ai primi anni Duemila) di uno status legale ed amministrativo autonomo. Si tratta di un bunker presidiato giorno e notte in cui sono immagazzinate e accatastate quantità considerevoli di beni preziosi di vario tipo: dalle auto di lusso alle opere d’arte, compresi i beni archeologici saccheggiati. Da questi luoghi i mediatori entrano in contatto con case d’asta che provvedono a “ripulire” il pezzo fornendo documenti falsi in merito ad origine e provenienza. Attraverso casa d’aste e mercanti d’arte il bene illecitamente sottratto entra nel mercato legale e viene battuto e acquistato da musei internazionali: il più famoso è il Getty Museum di Malibù.

L’organigramma di Pasquale Camera cita nomi e cognomi di soggetti internazionali come Robert Hecht e soprattutto Marion True, a lungo direttrice del Museo, e consente agli inquirenti di trovare il bandolo della matassa. L’irruzione presso il porto franco di Ginevra, frutto di una efficace sinergia tra forze di polizia italiane ed elvetiche, ha permesso di varcare nel 1995 la soglia di un ufficio sontuoso: il quartier generale blindatissimo di Giacomo Medici [6] capostipite di una genia di trafficanti internazionali, responsabile di danni gravissimi arrecati al nostro patrimonio.

Le complesse vicende che hanno legato Medici alla direttrice del Museo di Malibù sono documentate dal testo di Peter Watson e Cecila Todeschini, The Medici Conspiracy: The Illicit Journey of Looted Antiquities- From Italy’s Tomb Raiders to the World’s Greatest Museums (Watson & Todeschini, 2007).

SALVARE L’HUMANITAS

Il contrasto al traffico e ai danni che provoca può essere efficace a vari livelli soltanto attraverso un coinvolgimento di più enti o agenzie educative: sul piano normativo, attraverso accordi internazionali e la ratifica di convenzioni che impediscano questo turpe commercio, alimentato dalla guerra soprattutto in aree, come quelle mediorientali dolorosamente devastate da lunghi conflitti, ma anche sul piano pedagogico e sociale, dal basso.

Gli strumenti più rilevanti sono la Convenzione del 1970, la Convenzione Unidroit del 1995, che disciplina la restituzione dei beni sottratti, la Convenzione del Consiglio d’Europa di Nicosia del 2017. Quest’ultimo documento fa riferimento ad una accezione più ampia di tutela e salvaguardia che ha nel campo educativo e pedagogico il suo raggio di intervento più efficace: sensibilizzazione della opinione pubblica ad una responsabilità della gestione e della salvaguardia del patrimonio artistico culturale nazionale ed europeo.

Inoltre il 13 dicembre 2022 la Commissione europea ha varato il Piano di azione contro il traffico dei beni culturali che esplicita in modo chiaro la necessità di una vasta cooperazione tra paesi europei in difesa di un patrimonio sentito come comune.

E’ la frontiera educativa quella più feconda che alimenta la sensibilità e la consapevolezza di una responsabilità partecipativa della cittadinanza: combattere luoghi comuni che hanno alimentato l’idea del tombarolo come ricercatore avventuroso, la sottovalutazione del fenomeno, la tolleranza nei confronti di collusioni striscianti: occorre una vigilanza continua e un fermo contrasto a provvedimenti normativi permissivi come avvenne tra il 2005 e il 2009 quando furono proposti i cosiddetto Archeocondoni poi revocati per le proteste e le reazioni (Cevoli, 2021, pp. 66-80).

È necessario alimentare una consapevolezza che parte dal basso, che stronchi il fenomeno alle radici dove il traffico ha origine, in zone affette da povertà educativa, da abbandono scolastico, da endemiche carenze di investimenti: conoscere, essere educati e sensibilizzati può operare anche conversioni e ravvedimenti, persino in età adulta.

Lo testimonia Tsao Cevoli nel testo già citato (Cevoli, 2021, p. 36) in uno dei passaggi più toccanti del libro, quando narra la vicenda umana di Antimo Cacciapuoti, ripreso da uno scatto polaroid mentre estrae dal sito saccheggiato il cratere di Assteas, i primi anni novanta. Nel complesso giro di indagini è il carabiniere Roberto Lai a convincere Cacciapuoti a collaborare con le forze dell’ordine:

Antimo, questa è la nostra storia, la nostra identità, questo capolavoro deve tornare a casa. E’ appartenuto ai nostri avi, è tuo, è mio è del Sannio, è della Campania, è dell’Italia, è del patrimonio culturale universale e domani sarà dei figli dei nostri figli.

Il tombarolo, evidentemente raggiunto dalla forza etica e civile di queste parole, accetta di cooperare fornendo dati preziosi per il recupero del cratere.

Nel settembre 2018 i figli di Antimo, in occasione della sua morte, cercano di nuovo Roberto Lai e gli comunicano che in tutti quegli anni il padre si era recato almeno una volta al mese al Museo per ammirare il vaso che aveva contribuito, con la sua collaborazione, a restituire alla collettività.

È una frontiera di sensibilizzazione che investe direttamente la sfera educativa e può essere declinata all’interno di attività formative afferenti all’area dell’Educazione civica [7], partendo dall’art. 9 della Costituzione, ma anche all’area dell’Orientamento [8] perché aumenta la consapevolezza di essere eredi e custodi di un grande retaggio da difendere. Si alimenta in questo modo il senso di responsabilità e di cura di un patrimonio dell’umanità, generato dalle vicende storiche e culturali che hanno avuto origine nelle nostre terre e nella molteplicità delle espressioni culturali e delle comunità umane che la caratterizzano: soltanto la vigilanza assidua delle reti di prossimità nei territori e un maturo esercizio della cittadinanza attiva possono davvero stroncare questo devastante fenomeno.

NOTE

[1] Le stime sono controverse e difficilmente verificabili a causa della complessità di accedere a fonti autorevoli. Cfr. Il Giornale dell’Arte, 23 dicembre 2020.

[2] Si veda l’istituzione, nel 1969, del Nucleo dell’Arma dei Carabinieri preposto alla tutela del patrimonio culturale, antecedente alla Convenzione UNESCO del 1970, adottata a Parigi il 14 novembre e ratificata dall’Italia nel 1978. Si tratta del primo accordo internazionale volto a contrastare il traffico illecito di beni culturali, cui hanno successivamente aderito 132 Stati.

[3] Per una ricostruzione della storia del Nucleo Tutela, poi divenuto Comando, si rimanda al sito istituzionale: www.carabinieri.it/chi-siamo/oggi/organizzazione/mobile-e-speciale/comando-carabinieri-per-la-tutela-del-patrimonio-culturale

[4] Osservatorio Internazionale Archeomafie: www.archeomafie.org

[5] Per una ricostruzione sintetica ma efficace si veda la docu-serie Art Raiders. Caccia ai tombaroli, episodio 4, Il vaso di Assteas (Sky Arte, 9 novembre 2021).

[6] Per una ricostruzione sintetica del blitz nel porto franco di Ginevra si veda la puntata Sulle tracce di Giacomo Medici. Il blitz dei Carabinieri a Ginevra, trasmessa da Petrolio (Rai 1, 2018) e disponibile su RaiPlay: http://www.raiplay.it/video/2018/06/Sulle-tracce-di-Giacomo-Medici-il-blitz-dei-carabinieri-a-Ginevra-06062018-c37f9028-48f0-439b-820f-5430ece0717b.html

[7] Legge 20 agosto 2019, n. 92 e successive modifiche.

[8] Decreto del Ministro dell’Istruzione e del Merito 22 dicembre 2022, n. 328, Linee guida per l’orientamento. 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Cevoli, T. (2021). Storia senza voce. Liberarcheologia.

Watson, P., & Todeschini, C. (2007). The Medici conspiracy: The illicit journey of looted antiquities from Italy’s tomb raiders to the world’s greatest museums. PublicAffairs. 

ABSTRACT

The article examines the phenomenon of the illicit trafficking of cultural property and the so-called archaeomafia as one of the most serious threats to the protection and enhancement of cultural and archaeological heritage. It traces the history of this extensive criminal network, whose complex structure enabled the illegal export and sale of artworks of extraordinary value that, through intermediaries and art dealers, eventually entered major international museums such as the Getty Museum. While the successful operations carried out by the Italian Carabinieri Command for the Protection of Cultural Heritage have achieved significant results in combating the illicit trade in cultural objects, law enforcement alone is not sufficient to curb the phenomenon. What is also needed is a sustained effort in prevention and awareness-raising, based on widespread educational initiatives within local communities and grounded in active citizenship and shared responsibility for safeguarding an immense, fragile, and invaluable cultural heritage.

 

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Antonella Fucecchi

Antonella Fucecchi è docente di discipline letterarie presso il liceo Tasso di Roma, si occupa di pedagogia interculturale dagli anni Novanta, ha conseguito il master di primo livello nel 2017 all’Università di Roma tre, ha pubblicato vari testi per la Emi editrice; ha collaborato con il Cem di Brescia per la rivista Cemmondialità di cui è stata direttrice dal 2015 al 2016, e con il Forum interculturale di Roma; attualmente scrive per il Pime educational di Milano e si dedica alla divulgazione e alla conoscenza della cultura classica, della mitologia greca e del patrimonio archeologico in Hubletteratura in una prospettiva di dialogo tra civiltà come strumento di educazione alla legalità alla cittadinanza attiva.

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