skip to Main Content
LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Ospitiamo all’interno della collaborazione fra Hangar Piemonte e Letture Lente, un’interessante riflessione sulla nazionalità, oggi, nel nostro Paese. “Nuovi italiani”, “seconde” generazioni. Questi sono tra i termini più frequenti usati per definire persone nate in Italia, o arrivate molto giovani (talvolta in fasce), e considerate appunto “nuove” poiché sprovviste di cittadinanza italiana. Ma chi sono queste seconde generazioni? E perché rimangono sempre seconde? È curioso notare come il tempo sembra trascorrere per coloro che si considerano/vengono considerati italiani “autoctoni” e che, con orgoglio e in maniera lineare, possono reclamare una dettagliata storia familiare composta da svariate generazioni; mentre, per altre persone, la sfera temporale sembra essersi cristallizzata al numero due, in una dimensione di perenne anacronismo
© Foto di Alvin Balemesa su Unsplash

SANGUE, RAZZA E CITTADINANZA

Per rispondere a questa domanda credo sia necessario andare indietro nel tempo, precisamente al 1861, anno in cui una serie di realtà culturali, economiche e linguistiche, talvolta molto diverse tra loro, vengono fatte confluire in un progetto politico di matrice coloniale, dando vita a quella che verrà definita l’unificazione d’Italia e la sua conseguente questione meridionale [1]. Al momento dell’unificazione, se l’Italia sembra essere fatta, per parafrasare Massimo D’Azeglio, occorre creare gli italiani. Soprattutto, bisogna decretare chi avrà accesso alla cittadinanza e entrerà di diritto all’interno della nuova nazione, e chi invece ne verrà escluso per una serie di ragioni. Il Codice Pisanelli del 1865 immagina l’Italia come una famiglia in cui i legami di sangue definiscono la parentela; perciò, è tramite il sangue che si definisce l’italianità [2], jus sanguinis, e si eredità la normalità. Questi criteri vengono adottati anche dai governatori coloniali che usano la presenza di “sangue italiano” per attribuire la cittadinanza alle bambine e ai bambini afro-italiani nate da padri italiani assenti. Sarà poi il regime fascista, nel 1933, ad introdurre la “razza bianca” come criterio essenziale per l’attribuzione della cittadinanza (unito alla purezza di sangue), presenza verificata con esami di idoneità razziale e caratteriale.

RICORDARE E DIMENTICARE

Quali sono le conseguenze di avere, ancora oggi, una legge che attribuisce la cittadinanza, e dunque tutta una serie di diritti e privilegi, su base biologica? Tralasciando per un momento le limitazioni burocratiche e amministrative che si ritrovano a vivere nella propria quotidianità coloro che non hanno la cittadinanza italiana nonostante siano nate e/o cresciute in Italia, vorrei concentrarmi sulle implicazioni epistemologiche che invece ci riguardano trasversalmente. Per definire l’Italia un paese implicitamente bianco usando il sangue come criterio essenziale, occorre anche creare una narrazione storica che sia in grado di sostenere questa visione genealogica. Ciò necessita un’accurata memoria selettiva, in grado di filtrare fatti considerati essenziali da ricordare per il mantenimento della narrazione dominante. Questa pratica, che Charles Mills definisce “la gestione” della memoria collettiva, non si apprende solo nei testi scolastici, ma anche grazie a una serie di azioni volte al ricordo costante della narrazione come, per esempio, l’istituzione di certe cerimonie e feste nazionali e l’installazione di statue e monumenti nello spazio pubblico [3]. Foucault sottolinea come questa manipolazione della memoria collettiva abbia un doppio effetto: se da un lato essa si collega direttamente alla produzione di saperi dominanti considerati gli unici vettori di “conoscenza”, dall’altro si verifica anche un’esclusione di certe conoscenze, definite dall’autore “soggiogate”, e scartate poiché considerate non abbastanza scientifiche o logiche [4]. Quali storie, dunque, non ci vengono raccontate e non studiamo? E che conseguenze potrebbe avere lo studio di quei saperi considerati marginali e periferici?

CONTRO-STORIE E MEMORIE SUBALTERNE

Quando Daphne di Cinto mi spiega le motivazioni che l’hanno spinta a scrivere la sceneggiatura de “Il Moro” (2021), il suo primo e pluripremiato cortometraggio ispirato alla vita di Alessandro de’ Medici e ora in corsa per gli Oscar 2024, la regista afro-italiana racconta l’enorme stupore nello scoprire per puro caso, tramite un articolo in rete, il background etnico misto del primo duca di Firenze. È difficile stabilire con certezza la paternità di Alessandro che alcuni attribuiscono a Giulio de’ Medici, futuro Papa Clemente VII, mentre per altri sembra essere più plausibile pensare a Lorenzo il Magnifico. Sappiamo però che la madre di Alessandro era una donna di origine africana a servizio presso la corte dei Medici a Firenze e nota come Simonetta da Collevecchio [5]. Nonostante un percorso educativo italiano, Daphne, come la maggior parte di noi, non si è mai imbattuta nella storia relativa alle origini del duca, una storia che, dice, “avrei dovuto conoscere”. Comincia così un lungo lavoro di ricerca, volto a comprendere meglio la complessità di questa vicenda in cui, un uomo Nero, diventa uno dei personaggi più potenti del proprio tempo. Una storia che non riguarda solo Alessandro ma appartiene a tutte le persone italiane afrodiscendenti. Sono proprio la scrittura della sceneggiatura e la realizzazione del film ad aprire per Di Cinto un vaso di Pandora tenuto chiuso per troppo tempo, da cui emergono nuove consapevolezze sul razzismo vissuto e internalizzato. È questo lavoro di ricerca che avvia un processo di decolonizzazione personale per la regista, che vede ne “Il Moro” un tassello di storia della presenza nera in Italia completamente dimenticato.

Regista, attrice e produttrice Daphne di Cinto durante le riprese de “Il Moro” con il protagonista l’attore Alberto Boubakar Malanchino

Il protagonista de “Il Moro”, Alberto Boubakar Malanchino. Accanto: Alessandro de’ Medici

Sempre sulla storia della presenza africana e afrodiscendente in Italia, all’interno del contesto museale, si concentra anche il lavoro di Justin Randolph Thompson, artista, educatore e ricercatore afroamericano, in Italia dalla fine degli anni Novanta. Justin co-fonda e dirige il Black History Month Florence e inaugura nel 2021 The Recovery Plan, un centro di ricerca per lo studio delle culture afrodiscendenti, il dialogo transnazionale, e il recupero delle storie nascoste. Nella sua ricerca ventennale, Thompson documenta la scarsità, e talvolta la totale mancanza di informazione sulle figure di persone nere presenti nei quadri all’interno di moltissimi musei italiani. Questa assenza di narrazione lo porterà nel 2019 a stabilire una collaborazione di due anni con gli Uffizi di Firenze, per approfondire meglio, insieme a storiche e storici dell’arte, le presenze africane all’interno delle collezioni del celebre Museo fiorentino. Da qui nascono due edizioni di On Being Present, la mostra virtuale più visitata degli Uffizi, che riscuote un grande successo a livello globale. Le due mostre non analizzano solo la presenza ma anche l’assenza di informazione e ricerca sulla presenza nera nel periodo rinascimentale. Il secondo capitolo del progetto, intitolato “Black Presence” e lanciato poco dopo l’omicidio di George Floyd nel maggio 2020, disturba gli ambienti fiorentini razzisti di estrema destra che si presentano davanti agli Uffizi con tanto di striscione per protestare contro la “cancellazione” della storia europea da coloro che definiscono “i talebani del pensiero unico”.

Artista, educatore, cultural facilitator Justin Randolph Thompson

The Recovery Plan, Firenze

Simili reazioni di contrasto e odio non sono rare per le persone razzializzate che decidono di affrontare certi temi, ma lavori di narrazioni alternative come quelli di Daphne di Cinto e Justin Randolph Thompson, sono oggi sempre più numerosi e in vari campi. Dal panorama artistico a quello letterario e accademico, queste potenti contro-storie sono fondamentali poiché non solo smantellano una narrazione dominante ed oppressiva di identità legata a bianchezza e fenotipo, ma sono in grado di far emergere memorie subalterne di resistenza. Il racconto di queste storie aggiunge pagine mancanti a una Storia frammentata e selettiva, che include ed esclude in maniera arbitraria, e che cancella pur percependosi “cancellata”. Sono queste le storie e le memorie che dobbiamo continuare a ricordare, a raccontare e a celebrare per non dimenticare gli sforzi di coloro che ci hanno fatto arrivare fino a qui. È l’ascolto di quelle voci e di queste storie che oggi può aiutarci a comprendere meglio meccanismi di oppressione e a attuare nuove forme di resistenza.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Si veda: Carmine Conelli, Il rovescio della nazione. La costruzione coloniale dell’idea di Mezzogiorno, Tamu, Napoli, 2023.

[2] Si veda: Giovanna Zincone. (a cura di) Familismo legale. Come (non) diventare cittadini italiani, Laterza, Roma–Bari, 2006; Angelica Pesarini e Guido Tintori. “La grammatica della razza. Identità e cittadinanza”, Zapruder, 52, 2020.

[3] Mills, Charles. “White Ignorance.” In Race and Epistemologies of Ignorance, (eds.) Shannon

Sullivan e Nancy Tuana. Albany: SUNY Press, 2007.

[4] Foucault, Michel. Power Knowledge. Selected Interviews and Other Writing 1972–1977, (ed.) Colin Gordon. New York: Pantheon Books, 1980.

[5] Si veda: Catherine Fletcher. The Black Prince of Florence: The Spectacular Life and Treacherous World of Alessandro de’ Medici, Vintage Publishing, 2017. Il volume di Fletcher è stato tradotto in italiano anche se, purtroppo, il titolo è stato completamente stravolto. Si veda: Il principe maledetto di Firenze. La spettacolare vita e l’infido mondo di Alessandro de’ Medici (Newton Compton, 2016). Si veda anche: Black Africans in Renaissance Europe (eds) Earle, Thomas F., Lowe, Katherine, Cambridge University Press (2005). Di recente uscita il documentario di Francesca Priori “Il rinascimento nascosto. Presenza africane nell’arte” (90 min, Sky Arte, 2022).

 

Leggi anche gli altri articoli pubblicati nell’ambito del percorso di collaborazione tra Letture Lente e Hangar Piemonte:

L’amministrazione condivisa dei beni comuni: verso nuove forme di democrazia contributiva

Cosmotecnica, ecologia e tecnologia

Muse artificiali: comprendere l’Arte nell’Era dell’IA

L’immagine algoritmica e l’estetica dell’invisuale

La partecipazione culturale è sinonimo di comunità?

Educazione e colonialità

Le istituzioni culturali italiane per i diritti LGBTQ+

Curare / ricreare / ri-mediare / fare-futuri

Trasformare le istituzioni culturali. Prospettive decoloniali di un processo creativo. Marie Moïse intervista Françoise Vergès

Dove va la partecipazione democratica?

Le strade della partecipazione

Agenzia per la trasformazione culturale. La visione generativa di Hangar Piemonte

ABSTRACT

“New Italians”, or “second generation”, are terms commonly used to identify people born in Italy, or those who arrived at a very early age and do not have Italian citizenship. But who are the “second generation”? And why do they always remain “second”? Using the Unification of Italy as a starting point, this paper will illustrate the contemporary epistemological effects of having concepts of blood and whiteness attached to national identity as well as its consequences in relation to issues of history and memory. The depiction of Italy as a white country has brought about specific narratives of belonging in which Black people and people of colour are not included. Nonetheless, from across movements of social justice, the art scene and literary and academic arenas, we witness the recovery of powerful counter-narratives of resistance able to challenge oppressive and exclusionary ideas of identity, and to highlight subaltern memories of resistance.

 

Clicca qui e leggi gli altri articoli della sezione “POLITICHE PER LA CULTURA” di LETTURE LENTE

Avatar

Angelica Pesarini

Angelica Pesarini è Assistant Professor in Italian Studies e Race and Cultural Studies & Race and Diaspora all’Università di Toronto. Il suo lavoro di ricerca si concentra sulle intersezioni di razza, genere, identità e cittadinanza nell’Italia coloniale e postcoloniale. Angelica ha pubblicato numerosi articoli e saggi, sia in inglese che in italiano, nel 2021 ha co-curato il volume “The Black Mediterranean Bodies, Borders and Citizenship”. Ha partecipato come autrice all’antologia “Future. Il domani narrato dalle voci di oggi” (2019) curata da Igiaba Scego e ha co-tradotto dall’ inglese “The Undercommons” di Fred Moten e Stefano Harney e “Blues Legacies and Black Feminism” di Angela Davis. Attiva nelle lotte antirazziste in Italia, collabora con realtà associative che si occupano di migrazione e diritti.

© AgenziaCULT - Riproduzione riservata

Back To Top