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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Contrastare le povertà educative significa riconoscere il diritto dei bambini e delle bambine ad apprendere, sperimentare, sviluppare competenze, talenti e aspirazioni e avere accesso a un’offerta educativa di qualità. Cosa possono fare partecipazione ed espressione culturale? Una lettura sulle risposte al fenomeno in Sardegna, con un focus su Cagliari
© Foto di Gautam Arora su Unsplash

In Italia il 12,5% dei minori di 18 anni si trova in povertà assoluta. Significa che oltre 1,2 milioni di giovani vive in una famiglia che non può permettersi le spese minime per condurre uno stile di vita accettabile. Di questi, mezzo milione abita nel mezzogiorno. Un disagio economico che spesso si traduce in divario educativo. Una lettura sulle risposte al fenomeno in Sardegna, con un focus su Cagliari, alla radice delle povertà esperienziali e relazionali, delle diseguaglianze di salute. Contrastare le povertà educative significa pertanto riconoscere il diritto dei bambini e delle bambine ad apprendere, sperimentare, sviluppare competenze, talenti e aspirazioni e avere accesso a un’offerta educativa di qualità. Cosa possono fare partecipazione ed espressione culturale? Oltre l’evento, con un lavoro sistematico e sistemico. Dalle opportunità del percorso di Con i Bambini, metodi e competenze per alimentare politiche abilitanti di contesti salutogenici.

Immaginate un bambino che ha difficoltà nello studio e non viene seguito adeguatamente, oppure una bambina che non ha mai fatto sport o visto un film al cinema. Ancora, immaginate che nelle case di questi piccoli non vi siano libri, o giochi adatti alla loro età, oppure che semplicemente nel contesto familiare non ci sia spazio né tempo per dare loro la giusta attenzione a cui avrebbero diritto. È una immagine di certo semplificata del concetto di povertà educativa, ma che può aiutare anche i non addetti ai lavori a comprendere l’impatto che questo fenomeno ha sulla società.

La povertà educativa è un fenomeno complesso, che Fondazione Open Polis (www.fondazione.openpolis.it) definisce come una condizione di deprivazione educativa e culturale a tutto tondo: un bambino ne è colpito quando il suo diritto ad apprendere, formarsi, sviluppare capacità e competenze, coltivare le proprie aspirazioni e talenti è privato o compromesso. Non si tratta quindi di una lesione del solo diritto allo studio, ma della mancanza di opportunità educative a tutto campo: da quelle connesse con la fruizione culturale al diritto al gioco e alle attività sportive.

Trattandosi di un fenomeno complesso, non è semplice darne una misurazione sintetica. La povertà educativa riguarda infatti diverse dimensioni (opportunità culturali, scolastiche, relazioni sociali, attività formative) che devono essere tenute in relazione tra loro. In Italia il 12,5% dei minori di 18 anni si trova in povertà assoluta. Significa che oltre 1,2 milioni di giovani vive in una famiglia che non può permettersi le spese minime per condurre uno stile di vita accettabile. Di questi, mezzo milione abita nel mezzogiorno. Un disagio economico che spesso si traduce in divario educativo (www.openpolis.it).

SARDEGNA: LA POVERTÀ EDUCATIVA ESCLUDE

A livello regionale è possibile mappare le dimensioni più “dure” della povertà riconducile agli indici di povertà familiare, ai dati sull’abbandono e la dispersione scolastica raffrontati con le politiche pubbliche per il rafforzamento del sistema formativo. Stando su queste dimensioni sappiamo che il Rapporto di Save the Children (Riscriviamo il Futuro: una rilevazione sulla povertà educativa digitale, giugno 2021,) pone la Sardegna, insieme al Molise e all’Abruzzo, fra le regioni con IPE (Indice di Povertà Educativa) medio-alto. “Per quanto attiene la dispersione scolastica implicita tutte le province della Sardegna, tranne Oristano e Cagliari, registrano l’indicatore più elevato fra le province italiane. Riguardo alla dispersione scolastica esplicita, invece, l’abbandono colpisce in modo differente le diverse aree del Paese, sia per regione che per provincia. In tre regioni italiane oltre il 20,0% dei ragazzi ha abbandonato precocemente la scuola: in Sardegna (il 23,0%), in Sicilia (il 22,1%) e in Calabria (il 20,3%). In alcune province, come il Sud Sardegna (con il 25,7%) e Catania, oltre un giovane su 4 (tra i 18 e i 24 anni) ha lasciato la scuola prima del diploma” (Report 2021 su povertà ed esclusione sociale dall’osservazione delle Caritas della Sardegna, pp. 42-43,).

Tuttavia poche informazioni e dati sono a disposizione sul fronte delle dimensioni più connesse alla povertà relazionale dei bambini e dei ragazzi sardi che spesso si esprime in isolamento ed esclusione sociale, scarsa possibilità di accesso alle offerte culturali ed educative. Si tratta dimensione delle povertà educative connesse alla mancanza di opportunità di apprendere per vivere insieme. In quest’ambito rientrano le capabilities di base riguardanti l’appartenenza, l’interazione sociale, il rispetto reciproco, la non discriminazione e la partecipazione.

ASCOLTARE I GIOVANI

Per colmare questi gap il comune di Cagliari ha promosso nel 2021 e nel 2022 due progetti rivolti ai giovani della città, TeenAge e ComuniTeen, che prevedevano al loro interno delle indagini partecipative volte ad individuare i bisogni e i desideri dei ragazzi. Dalle ricerche-azione di questi progetti, che hanno coinvolto oltre 500 giovani, è emerso che la maggior parte dei ragazzi si incontra in luoghi pubblici o commerciali (circa il 60%), non avendo altri punti di riferimento in città. I focus group condotti in entrambi i progetti mostrano un quadro locale che conferma il dato nazionale dell’ultimo rapporto BES dell’Istat: nella pandemia i giovani sono gli unici a conoscere un deterioramento significativo della soddisfazione per la vita, con percentuale che passa dal 56,9% del 2019 al 52,3% del 2021. A questo incremento si accompagna una crescente proporzione di ragazzi in cattive condizioni di salute mentale (13,8% nel 2019 – 20,9% nel 2021, dati BES Istat). Questi due valori si associano alla percezione di una vita povera di relazioni, amicizie, emozioni emersa da una analisi secondaria delle informazioni emerse dai focus group di TeenAge e ComuniTeen: il 50% dai ragazzi intercettati all’interno dei due progetti si sente incapace di esprimere felicità, il 40% si sente poco capace di divertirsi con amici, il 47% non si sente capace di rallegrarsi del successo di un amico; il 46% si sente poco capace di entusiasmarsi con la musica.

Contrastare le povertà educative significa pertanto riconoscere il diritto dei bambini e delle bambine ad apprendere, sperimentare, sviluppare competenze, talenti e aspirazioni e avere accesso a un’offerta educativa di qualità. Considerando il legame tra la povertà educativa, famiglia, insicurezza del lavoro e istruzione, è necessario pensare a prestazioni innovative per sostenere il costo dei figli e favorire l’inclusione sociale (Save the Children, 2015). Tanto più che i recenti studi sulle povertà minorili consentono di concludere che la povertà educativa è correlata solo debolmente a indicatori classici di tipo economico, basati sugli effetti della deprivazione materiale (Weziak-Bialowolska, 2016).

Nelle povertà educative infatti ci sono determinanti di tipo materiale che agiscono in associazione con determinanti relazionali e culturali. È quindi riduttivo parlare al singolare di povertà, poiché esistono diverse condizioni di povertà, tra cui quella educativa (Barbero Vignola G. et al., 2016).

LA COOPERATIVA PANTA REI SARDEGNA E L’APPROCCIO ALLE POVERTÀ EDUCATIVE

Il Panta Rei Sardegna cooperativa sociale nasce a Cagliari nel 2006 con un focus specifico alla formazione degli operatori al modello sistemico ad orientamento socio-costruzionista. Nel tempo il modello sistemico è stato portato nella progettazione sociale e nel 2015 si è combinato con l’approccio partecipativo e anti-oppressivo. Il mix di questi approcci teorici ci ha portati a focalizzarci nella tutela partecipata, nell’inclusione sociale delle persone e delle famiglie in condizione di fragilità, nelle povertà educative, nello sviluppo di modelli e approcci non disabilitanti nella relazione di aiuto (advocacy, Family Group Conference, Multifamily, affiancamento familiare, etc.), nel welfare generativo.

Attualmente il nostro principale interesse teorico e ambito di intervento è il contrasto alle povertà educative. Nasce nel corso della gestione di un servizio di tutela minori, durante il quale ci siamo resi conto che per quanto ci impegnassimo quotidianamente per portare il modello anti-oppressivo e partecipativo, il servizio tutela tendeva a posizionarsi come un servizio chiuso al territorio. Anche se il nostro sguardo era orientato a costruire reti di fronteggiamento a partire dalla condivisione di una preoccupazione per la “famiglia x” o “il bambino y” (secondo il paradigma relazionale di Donati e Folgheraiter), la partecipazione riguardava sempre gli ambienti e i contesti di vita di quelle famiglie e di quel bambini e lo sguardo con cui si interagiva con loro era sempre quello del sociale e, nel caso specifico, della tutela. È come se ci mancasse un pezzo di profondità frutto della combinazione di pensieri, idee, linguaggi che derivano da “fonti” diverse e stessimo guardano ai problemi di vita delle persone con un solo occhio, quello del sociale.

Il gap è emerso in modo evidente nel momento in cui abbiamo portato a Cagliari l’affiancamento familiare secondo il modello “Una famiglia per una famiglia” della Fondazione Paideia di Torino (www.fondazionepaideia.it). Nell’affiancamento familiare, una famiglia affianca un’altra famiglia in situazione di criticità temporanea ed entrambe si impegnano, con la definizione di un patto, a camminare insieme per un periodo di tempo definito. Far funzionare l’affiancamento familiare implica costruire reti comunitarie di persone e famiglie disponibili all’affiancamento. Tutto questo in una città come quella di Cagliari in cui su più di 500 bambini e ragazzi inseriti in comunità educative meno di 10 vanno in affido.

Come arrivare alla comunità è diventato il nostro grande obiettivo. I bandi dell’Impresa sociale Con i Bambini, ente gestore del Fondo ministeriale e delle fondazioni di origine bancaria sulle povertà educative, con la loro peculiare attenzione alla costruzione di partenariati tra privato sociale e amministrazioni pubbliche sembravano la giusta opportunità per i nostri obiettivi. Ma che tipo di partenariati? Quale criterio adottare per la costruzione della rete di progetto? E, a monte, come approcciare la “povertà educativa”?

Nel 2020 viene finanziato il Progetto Outsiders (Officine Urbane Trasformative: Strumenti Innovativi nella Didattica, nell’Educazione e nelle Relazioni Sociali, www.facebook.com/progettoOutsiders) nell’ambito del bando sperimentale e innovativo “Un passo avanti” dell’impresa sociale Con i Bambini. Outsiders, come dice l’acronimo, funziona per Officine Urbane. Le Officine (Officina Famiglia, Officina Scuola, Officina Bambini e Ragazzi, Officina Comunità) fungono da spazi del “fare” in cui i partner collaborano per arricchire, perturbare, rigenerare i contesti di vita dei bambini e dei ragazzi.

Nell’Officina Famiglia, il Panta Rei Sardegna, intercetta e interviene sui bisogni prima che si attivi la Tutela Minori, attraverso la sperimentazione di Gruppi ad Alta Intensità educativa. Nell’Officina Scuola, la cooperativa Tuttestorie (libreria e Festival di letteratura per l’infanzia) e il CRS4 (Centro di Ricerca Regionale per l’innovazione e la tecnologia) propongono atelier creativi extrascolastici a rafforzamento delle attività didattiche e percorsi di orientamento tramite tool multimediali. Nell’officina bambini e ragazzi l’Associazione RE.COH (che si occupa di housing e co-housing), Sardex Spa (società ideatrice della moneta complementare “Sardex”), mettono in atto pratiche di rigenerazione urbana e incrementano le possibilità di accesso alle risorse culturali tramite nuove economie circolari (attraverso le Local Pay di Sardex). Nell’Officina Comunità tutti i partner manutengono il capitale sociale del progetto attraverso: Dialoghi Comunitari di Rete, Laboratori di co-housing, eventi pubblici. Una BASE fa da spazio fisico e relazionale di co-progettazione, innovazione e coordinamento delle Officine. Completano il partenariato Fondazione Zancan che si occupa della valutazione di impatto secondo una prospettiva generativa, il Comune di Cagliari, l’Istituto Comprensivo Santa Caterina, il Centro di Giustizia Minorile della Sardegna.

Il progetto Outsiders nasce dalla premessa che la povertà educativa sia una povertà di opportunità che, come una ruggine, “fragilizza” ed “intacca” la vita dei bambini, dei ragazzi e delle loro famiglie. Attorno a questa premessa, al momento della scrittura della proposta, ha catalizzato una prima rete comunitaria di fronteggiamento, il partenariato, e, nel corso del progetto, una rete comunitaria di fronteggiamento di secondo livello, frutto dell’ulteriore capacità catalizzatrice delle Officine.

Outsiders è al suo ultimo anno di attività e grazie alla capillare azione delle Officine ha consentito di attivare una rete di più di 30 merchant culturali (esercenti del mondo della cultura: associazioni, imprese, enti pubblici, fondazioni) che si sono resi disponibili ad entrare nel circuito della Local Pay di Sardex attraverso la quale 80 bambini e ragazzi possono accedere alle opportunità culturali della città. Attraverso un gemellaggio con Affido Culturale (anch’esso finanziato nell’ambito del Bando Un passo Avanti, www.facebook.com/affidoculturale) abbiamo portato il modello a Cagliari e raggiunto più di 40 famiglie disponibili ad accoglierlo: famiglie e bambini condividono con altre famiglie momenti e uscite culturali in musei, teatri, cinema etc. Abbiamo coinvolto più di 300 bambini in atelier artistici, formato circa 100 operatori alla logica delle Officine Urbane Trasformative, affiancato 80 famiglie a rischio di istituzionalizzazione in modo continuativo attraverso azioni ad alta intensità educativa.

Da settembre del 2021 molte delle Officine di Outsiders hanno trovato casa presso il Centro di Quartiere (www.facebook.com/MuBecentrodiquartiere) Mu.Be di Mulinu Becciu (un quartiere periferico di Cagliari) in gestione al Panta Rei Sardegna. Pur nascendo come centro di aggregazione per bambini e ragazzi, l’aver fatto confluire dentro uno spazio pubblico progetti e iniziative a contrasto della povertà educativa, ha consentito al Mu.Be di diventare in poco tempo un vero e proprio hub di comunità, aperto dal lunedì al venerdì. Il Mu.Be è frequentato da circa 120 tra bambini e ragazzi, ha attivo un gruppo genitori, il Caffè pedagogico”, un percorso di Photovoice, un laboratorio di urbanismo tattico con i preadolescenti e gli adolescenti che frequentano il Mu.Be, ha avviato 20 percorsi atelieristici, istituito il giorno della solidarietà familiare grazie ad Affido Culturale, mentre il suo “salotto di quartiere” accoglie ogni giorno le chiacchere di genitori, cittadini, associazioni.

L’appalto del Centro di Quartiere Mu.Be è stata una grandissima occasione per accelerare il cambiamento messo in atto dal Progetto Outsiders, combinando l’azione congiunta di una iniziativa pubblica e del privato sociale che lavorano attorno ad una macro finalità di fronteggiamento: favorire il benessere, riducendo e contrastando le povertà e le diseguaglianze educative dei bambini e dei ragazzi che, tra le altre cose, si esprimono con un basso rendimento scolastico o con il drop-out e, nel caso degli adolescenti, con l’abbandono scolastico o la fuoriuscita da percorsi di formazione e ricerca di lavoro.

I PARTENARIATI SOCIALI NEL CONTRASTO ALLE POVERTÀ EDUCATIVE

La lezione appresa nel corso del Progetto Outsiders è che l’approccio alle povertà educative deve essere il più possibile isomorfo rispetto alla specifica “natura” delle povertà di tipo educativo. Per noi ciò ha significato immaginare che come la povertà educativa parla molte “lingue” (quella dello scarso rendimento scolastico, dell’esclusione e della diseguaglianza sociale, della povertà culturale, dell’isolamento e della povertà relazionale ed emotiva) anche il partenariato di un progetto che intende contrastarla dovesse palare molte “lingue” e avere a disposizione “più linguaggi”. La prima decisione presa in questa direzione come capofila è di non comporre un partenariato di sole cooperative sociali, ma di attivare la motivazione degli operatori del mondo della cultura e della ricerca che a vario titolo hanno a cuore (care) il futuro dei bambini e dei ragazzi.

In modo analogo al metodo atelieristico pensato per i più piccoli dal fondatore di Reggio Children, Loris Malaguzzi, le Officine utilizzano “100 linguaggi” per riattivare nei bambini e nei ragazzi “il piacere dell’apprendere, del conoscere e del capire”, rafforzando contestualmente il collegamento tra bellezza, piacere e cultura, affinché la dimensione del bello e del piacere possa essere ricercata e desiderata autonomamente, anche quando la vita dirà loro che apprendere, conoscere e capire possono costare difficoltà e fatica.

Il collante è il “sociale” con il suo sguardo orientato alla tutela dei diritti delle persone più vulnerabili, primo fra tutti il diritto alla partecipazione alla vita attiva dei bambini e dei ragazzi, e allo sviluppo di comunità solidali e dotate di “agency educativa”. Compito del “sociale” è mettere a “rendimento collettivo” i beni relazionali e il capitale sociale prodotti, accompagnando le persone coinvolte (insegnanti, genitori, bambini, ragazzi, enti pubblici e del privato sociale) affinché concorrano al risultato reinvestendo talenti e risorse nella comunità attraverso “azioni a corrispettivo sociale a vantaggio della collettività” (Vecchiato, 2019).

L’evoluzione di questo approccio alle povertà educative è il progetto SC.ART (Il Cantiere civico delle Scienze e della Arti per il sociale), di recente avvio, finanziato nell’ambito del primo bando sulle povertà educative dell’Agenzia per la Coesione Territoriale. Terzo nella graduatoria nazionale, SC.ART combina scienze, arti e sociale per contrastare le povertà educative, valorizzare e riscoprire talenti e interessi dei bambini e ragazzi della città di Cagliari tra i 5 e i 14 anni, attraverso un programma laboratoriale che mette assieme competenze, luoghi e attori locali, valorizzando il potere educativo e catalizzante delle scienze e delle arti.

Lo fa con un partenariato locale di eccellenza: Panta Rei Sardegna (capofila), Comune di Cagliari, Università degli Studi di Cagliari, Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), Istituto Comprensivo Statale Santa Caterina, Teatro di Sardegna S.c.a.r.l., Tuttestorie Cooperativa arl, Associazione Culturale Laboratorio Scienza, Associazione Culturale Le Strade di Macondo, Associazione Is Mascareddas. Completa il partenariato Human Foundation alla quale è stata la valutazione di impatto del Progetto. Lo scopo della valutazione di impatto è quello di misurare il Ritorno Sociale sull’Investimento (SROI) e dunque il cambiamento/valore (rilevante per i destinatari) prodotto da SC.ART utilizzando valori monetari per rappresentarli. In termini di sostenibilità, ciò al fine di permettere ai partner di avere un documento spendibile per ulteriori progettazioni e finanziamenti.

SC.ART porta avanti gli stessi principi metodologici di Outsiders facendo allo stesso tempo proprie alcune criticità di Outsiders. Per quanto BASE avesse il compito di contaminare i saperi e i linguaggi di cui ciascun partner era portatore, le Officine hanno più volte corso il rischio, da un lato, di essere ragione della frammentazione delle azioni e, dall’altro, di garantire ai partner una valida ragione per rimanere nella zona di comfort delle proprie aree di competenza.

SC.ART si propone di superare queste criticità facendo in modo che ogni attività proposta nel Cantiere delle Scienze e delle Arti (Laboratori fuori e dentro la scuola, Laboratori Civici e Scuola Estiva) veda sempre coinvolti operatori dell’area scienze con operatori dell’area arti, supportati e guidati dagli operatori del sociale.

Il cuore del lavoro sociale sono le Aree di Rigenerazione: 1) Educativa; 2) Familiare e 3) Comunitaria, attraverso le quali affiancare i bambini e i ragazzi nella fioritura delle loro capacità, attraverso l’interazione con adulti supportivi (insegnanti, famiglie, reti comunitarie solidali).

Le attività del Cantiere sono sostenute da due piattaforme integrate: la “Piattaforma di Supporto” costituita da spazi e risorse umane per rendere accessibile e sostenibile il portfolio di azioni e la “Piattaforma di Formazione e Peer Learning” degli operatori. Tutto l’ecosistema viene infine ri-programmato annualmente grazie al lavoro di un Osservatorio dedicato alla ricerca, analisi, interpretazione delle dinamiche territoriali e dei risultati raggiunti.

Sfida del progetto SC.ART è, al termine dei tre anni, trasformare il Cantiere Civico SC.ART. in una Scuola Civica permanente a partecipazione pubblica e privata-sociale.

COMUNITÀ EDUCANTE E CAPITALE SOCIALE

Un’altra lezione appresa nei progetti multi attore e multi contesto a contrasto delle povertà educative è che le comunità educanti non esistono “in natura”. Non le si può dare per scontate né le si possono considerare come un “bene posizionale” tra i tanti, là fuori pronto per il “consumo” o posseduto da qualcuno. Esse sono piuttosto il capitale sociale delle povertà educative, che emerge nel momento in cui una comunità (di interessi o geografica) assume una specifica intenzionalità educativa. Questa intenzionalità non è un fatto formale (non basta un patto o una alleanza educativa per fare di una comunità una comunità educante) ma fa parte di una care collettiva fatta di impegni e responsabilità concreti.

D’altra parte il tema del capitale sociale è particolarmente importante nel discorso sulle povertà educative e in tutti i modelli di educazione “Community Based”. Sebbene il capitale sociale sia spesso inteso in quest’ambito come un “bene di sviluppo” (Cotterell, 1996), ovvero l’insieme delle risorse che risiedono nelle relazioni familiari e nell’organizzazione sociale della comunità e che sono utili per lo sviluppo cognitivo o sociale di un giovane (Coleman, 1988), dalla nostra esperienza esso emerge, come “una qualità delle relazioni sociali, e non già un attributo degli individui o delle strutture sociali o un loro mix” (Donati, 2007). Il capitale sociale in questo senso non è già dato nella società ma emerge da un certo modo di “stare in relazione” all’interno di una comunità. A questo modo di “stare in relazione” dovrebbero essere particolarmente interessati i progetti e i partenariati, nel perseguire l’obiettivo di ridurre l’isolamento dei bambini e dei ragazzi in condizioni di esclusione sociale e povertà educativa e culturale.

In questo processo sociale e cultura nel contrasto alle povertà educative svolgono un ruolo fondamentale: entrambi infatti presuppongono e si alimentano di un “lavoro sociale di comunità” coordinato da un “catalizzatore” che attiva le comunità che “si fanno educanti”. Ciò implica, da un lato, costruire modo per accedere alla “black box” della dinamica delle relazioni tra gli attori protagonisti della comunità educante, dall’altro, gettare luce sulle condizioni che rendono le configurazioni dei contesti educativi più durature e capaci di generare opportunità per i bambini e i ragazzi.

CONTRASTARE LE POVERTÀ EDUCATIVE: L’ALLEANZA TRA WELFARE E CULTURA

Lavorare insieme per “finalità collettive” o “finalità congiunte superiori” che ricompongono i singoli problemi in problemi più di “alto grado”, senza tuttavia “perderli di vista” (Folgheraiter, 2011), non può prescindere da policy che si muovano in questa stessa direzione. Il contrasto alle povertà educative non si può fare “da soli” come si è già avuto modo di dire e neanche attraverso il solo coinvolgimento del privato sociale.

La direzione delle policy deve, in modo sempre più convinto, promuovere e consolidare alleanze strategiche tra welfare e cultura. Si tratta di dare vita ad una nuova idea di welfare “culturale” e di “prossimità” all’interno del quale, a partire dalla valorizzazione di quanto già fatto dal 2016, anno in cui è stato costituito il Fondo a contrasto delle povertà educative, promozione dei diritti, fioritura del sé (Nussbaum, 2011), prevenzione e cura possano essere considerati nella loro interconnessione, trovando una cornice che li contenga senza “schiacciarli” dentro politiche generaliste o, di contro, tecnicistiche.

A 7 anni dall’istituzione del Fondo a contrasto delle povertà educative è giunto il momento di capitalizzare quanto appreso in questi anni. Questo “imperativo etico” riguarda il privato sociale, che deve sempre di più andare nella direzione di progetti salutogenici, ma riguarda anche le policy, che devono andare nella direzione di scelte politiche abilitanti. Tanto più oggi che la politica di coesione 2021-2027, finalmente allineata alla Nuova Agenda Europea della Cultura 2030, ha come obiettivo di policy i crossover culturali, ovvero le relazioni sistemiche e sistematiche con altri ambiti di policy quali cultura, benessere, salute e coesione sociale.

Anche a livello regionale possiamo finalmente dire che noi imprese del privato sociale non siamo più sole. La Regione Sardegna infatti, mediante il Programma Regionale FESR 21-27 con la Priorità 5 “Sardegna più sociale e inclusiva” – Azione 5.6.1 e con la Priorità 6 “Sviluppo sostenibile integrato urbano e territoriale – Azione 6.1.1, sta avviando lo sviluppo di una policy dedicata al welfare culturale che premia pratiche culturali, artistiche e creative innovative e inclusive, finalizzate alla prevenzione del disagio e alla promozione del benessere e della salute, al contrasto delle povertà relazionali ed educative. Saranno sostenuti progetti di partecipazione culturale attivati da partenariati pubblico-privati innovativi mediante pratiche di co-design che coinvolgano istituzioni, imprese culturali e creative, Terzo settore (RUNTS), non profit e cittadinanza attiva, anche al fine di rigenerare e rivitalizzare luoghi della cultura e del patrimonio, o altri spazi pubblici o ad uso pubblico.

Finalmente possiamo dire che il welfare culturale e di prossimità non è più solo una sfida ma un’occasione già presente nelle pratiche e nelle politiche europee, nazionali e regionali: per sentirsi motivati nel miglioramento e consolidamento di quanto già sperimentato, impegnati nella documentazione degli esiti e degli impatti prodotti, parte di una rete di persone, associazioni, imprese ed Enti Pubblici che crede nel legame tra cultura, salute e benessere.

ABSTRACT

In order to fight educational poverties, we need to recognize the right of children to learn, experiment, and develop skills, talents, and aspirations as well as to have access to a high-quality educational offer. In this regard, how can we use cultural participation and artistic activities to generate positive impacts on the well-being of young people and communities they live in? The article offers an overview of some relevant policies, projects, and initiatives active in Sardinia, in the South of Italy, with a special focus on the city of Cagliari.

 

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Marta Chessa

Marta Chessa

Marta Chessa è laureata in Filosofia e specializzata in Comunicazione e Relazioni interpersonali all’Università di Siena, counsellor supervisor e dottoranda in Social Work and Personal Social Services all'Università Cattolica del Sacro Cuore. Dirige il Centro Panta Rei Sardegna di cui è anche vicepresidente, occupandosi nello specifico dei settori Ricerca e Sviluppo e Formazione, e della progettazione e coordinamento generale di progetti complessi.

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