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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Per continuare il percorso sulla funzione delle emozioni nei processi culturali, democratici e politici, questa nuova “sosta” offre una prospettiva internazionale firmata dal sociologo dell’arte e della politica belga Pascal Gielen. Lo studioso esplora l'intricata relazione tra cultura, democrazia e fiducia considerando sullo sfondo la crisi delle democrazie rappresentative nel contesto europeo, e introduce la funzione del concetto di ‘cultural semi-pubblic spaces’. “Soste” è un nuovo spazio di riflessione e approfondimento corale di Letture Lente su sfide emergenti. Il percorso di indagine sul ruolo delle emozioni ‘politiche’ nei processi decisionali culturali è stato ideato ed è curato da Giuliana Ciancio, ricercatrice, cultural manager, curatrice e docente, attiva nei contesti della cooperazione e delle politiche culturali in ambito europeo e impegnata nell’analisi critica della funzione delle emozioni nelle negoziazioni politico-culturali a livello locale e transnazionale
© Foto di Bruno Figueiredo su Unsplash

FIDUCIA E L’ AMBIENTE DELLA DEMOCRAZIA

Quando un considerevole numero di elettori nelle elezioni politiche europee si orienta verso una polarizzazione politica, animata da valori anti-democratici e spinte autoritarie, è come se una tempesta improvvisa investisse la pluralità politica e culturale della democrazia rappresentativa, facendo vacillare i partiti più moderati. In realtà, la situazione si presenta in maniera alquanto paradossale: nonostante la democrazia rappresentativa continui a svolgere la sua funzione come in passato, in questo caso appare più evidentemente sbilanciata sull’aspetto quantitativo del conteggio dei voti. Sebbene il modello rappresentativo si basi sulla regola della maggioranza e implichi azioni e strategie di governo fondate sulla regola della maggioranza numerica, il suo successo risiede anche nell’efficacia delle sue istituzioni, come il parlamento e le burocrazie governative. La sua essenza profonda sta nella giusta distribuzione del potere, dei seggi e delle preferenze elettorali. Il fatto che un numero considerevole di elettori europei possa mettere in discussione questo equilibrio è un campanello d’allarme sulla salute stessa del sistema, ma non risiede in una questione puramente numerica. Il dilemma della condizione delle democrazie rappresentative in contesti come ad esempio la Germania, l’Italia, i Paesi Bassi o le Fiandre non risiede qui.

LA DEMOCRAZIA DELIBERATIVA

Non è un deficit di quantità, ma di qualità. Si tratta di un impoverimento della cultura democratica, che riguarda la qualità delle argomentazioni, l’autorevolezza del discorso e la capacità di motivare decisioni, incluse le necessarie sfumature che permettono di comprendere specifiche scelte. Nel vocabolario accademico, il problema non è tanto la democrazia rappresentativa quanto la sua controparte deliberativa. Quest’ultima si fonda sul discorso e su una cultura della discussione. Richiede il supporto di media pazienti che offrano spazio all’argomentazione, al dibattito e al confronto di idee anche se opposte, evitando però format semplicistici che condensano progetti politici complessi in pochi secondi. Si tratta di lasciare al pubblico il tempo e lo spazio per elaborare e arricchire le proprie opinioni.

Al contrario, una cultura mediatica che esalta l’uso di messaggi succinti fornisce un ambiente fertile al populismo, sia esso di destra o di sinistra. Dibattiti politici ridotti a scambi di frasi preconfezionate e propaganda populista generano polarizzazioni e nette dicotomie che alimentano la sfiducia tra le persone. Il problema della democrazia contemporanea risiede nell’assedio che la privatizzazione e la mercificazione dei media, un tempo pubblici, pongono all’ambito della deliberazione e dell’argomentazione. E non è solo una questione mediatica. Ha radici più profonde che affondano nell’istruzione, dove le discipline umanistiche rischiano di essere sempre più emarginate. Anche laddove l’attenzione politica persiste in questa sfera educativa, essa tende verso l’approfondimento delle competenze linguistiche e altre competenze tecniche.

Di fatto, l’attenzione alla logica, alla retorica e al dibattito riceve sempre meno spazio, mentre ancor meno cura è dedicata all’empatia, alla poetica o all’immaginazione politica. Anche gli ambiti sociali in cui possiamo ancora praticare la deliberazione – dove possiamo prendere il tempo necessario per comprendere a fondo i punti di vista e i percorsi di vita di altre cittadine, cittadini, abitanti – sono in pericolo e messi a dura prova. Associazioni, iniziative civiche, centri di aggregazione e sindacati – in breve, l’arena civile europea – hanno subito un significativo ridimensionamento. La privatizzazione e la mercificazione del tempo libero, dei centri di quartiere e dei centri culturali contribuiscono notevolmente a ciò che potremmo definire come neoliberalizzazione dello spazio civile, che spesso culmina in estremizzazioni politiche. Pertanto, è plausibile attribuire a quelle policy europee di libero mercato una complicità nell’ascesa di forme autoritarie o anti-democratiche all’interno dei suoi Stati membri.

SFIDUCIA

Negli ultimi dieci anni, lo spazio civile europeo dedicato all’iniziativa autonoma è stato drasticamente ridotto, intrappolato tra governance e commercio, tra l’iper-regolamentazione e il mercantilismo, tra micro-management e spirito imprenditoriale. Il risultato è una società iper-competitiva, dove chi studia, educatori ed educatrici, artisti/e, agricoltori, pazienti, organizzazioni e imprese competono costantemente per ottenere sovvenzioni, sussidi, cure o posizioni di mercato, mentre sono immersi in un crescente pantano burocratico.

Nella cosiddetta “società dell’audit”, settori come la sanità, l’istruzione, la cultura e l’agricoltura appaiono intrappolati in una morsa (1). Da un lato, devono rispondere sempre più dei risultati raggiunti; dall’altro, sono soggetti a regolamenti e misurazioni sempre più stringenti e pervasive. Questo fa sì che lavoratori e lavoratrici sentano di dover svolgere una quantità di lavoro insensato rispetto a retribuzioni sempre più esigue, in un contesto di ridotta sicurezza sociale causata dalla decostruzione neoliberale dello Stato sociale. Sentimenti come impotenza, sfiducia e insoddisfazione sono parte integrante di questo scenario, alimentando anche scelte di voto estremiste. Coloro che intensificano la competizione e la burocratizzazione soffocano gli spazi per la cura, il dialogo, la creatività e la solidarietà – spazi in cui osiamo esprimere bisogni autentici e vulnerabilità.

La riduzione dei luoghi di incontro, delle istituzioni educative o dei teatri, inclusa la burocratizzazione a cui sono soggetti, limita l’opportunità di promuovere la fiducia tra gli individui, così come tra gli abitanti e i rappresentati politici. Ed è proprio questo che oggi inasprisce l’ambiente democratico che mentre da un lato è influenzato dai risultati elettorali per questo o quel partito, dall’altro ha necessità di essere nutrito anche da una fondamentale “atmosfera” più impalpabile, una sorta di ambiente democratico o raggruppamento emotivo (emotional cluster) in cui gli individui osano discutere, correre rischi, sperimentare e condividere le vulnerabilità.

LO SPIRITO AGONISTICO

Entità culturali come teatri, sale da concerto, musei e persino locali notturni e rave fungono da crogiuolo per un ambiente democratico. Un racconto spesso ricordato dagli annali belgi narra che la proclamazione dell’indipendenza nel 1830 fu accelerata da una moltitudine che si riversò dal teatro Munt di Bruxelles dopo la rappresentazione dell’opera “La muette de Portici”. Sebbene l’azione civile non fosse direttamente legata al contenuto dell’opera in quel frangente, essa fu alimentata, anche solo momentaneamente, da una fiducia collettiva generata dall’esperienza teatrale.

Ne emerge che, in contesti come questo, le persone possono confidare interessi e passioni che trascendono la sfera personale, esprimono convinzioni e aspirazioni ad estranei al di là del proprio circolo intimo composto da familiari e dalla rete amicale. È questo contesto che può generare fiducia sufficiente per condividere punti di vista e potenziali azioni da introdurre nell’arena pubblica. Questo non comprende solo la miriade di assemblee in cui, in linea con la democrazia deliberativa, l’azione pubblica è ponderata con argomentazioni razionali e lungimiranza strategica. Riguarda anche un clima agonistico meno tangibile in cui l’audacia e l’entusiasmo si manifestano, spronando verso l’impegno pubblico.

SEMI-PUBBLICO

Secondo la filosofa politica Chantal Mouffe, è l’emozione, più dell’informazione, a “accendere l’azione politica” (2). Non è tanto il dibattito razionale a muovere e a scuotere i cittadini, quanto l’impatto delle immagini, della performance, della dizione e del movimento. È il modo in cui ci si esprime ad attivare l’entusiasmo civile e non solo il contenuto. Le manifestazioni culturali, dunque, sono fondative per l’ambiente civile, raggiungendo il pubblico non semplicemente attraverso la persuasione, il fascino (e occasionalmente l’inganno, come nella propaganda o nella pubblicità), o l’emotività e l’ispirazione – spesso più efficaci del discorso razionale o dei dati empirici. Tali manifestazioni culturali creano un’atmosfera che include la condivisione di una condotta sociale come, ad esempio, il silenzio durante un’orazione sul palco che i teatri e le sale da concerto hanno istituzionalizzato. In breve, l’accesso a questi spazi è subordinato a rituali e codici culturali.

Sebbene istituzioni come teatri, musei e biblioteche siano spesso definite “pubbliche” in realtà sono semi-isolate dalla sfera pubblica. A tal riguardo, definisco questi luoghi come “semi-pubblici” (3), poiché occupano uno spazio intermedio tra pubblico e privato, al tempo stesso inclusivo ed esclusivo. Con le loro barriere simboliche e sociali, rappresentano una zona culturale in cui le persone convergono temporaneamente, spinte da un interesse comune. È questa condivisione che permette all’intimità della sfera personale di confrontarsi con l’anonimato della sfera pubblica.

L’ambiente semi-pubblico favorisce le condizioni per un senso di appartenenza a un collettivo includendo sia prossimità che distanza. Qui è possibile partecipare a un’assemblea eterogenea di persone, la maggior parte delle quali forse non si conoscerà mai, ma percepisce in quel momento un’affinità transitoria. Questo perché un luogo semi-pubblico consente di condividere passioni, interessi ed entusiasmo con estranei – sentimenti tipicamente riservati alla sfera intima. In questi spazi, ammettiamo, anche se fugacemente che, nonostante le nostre disparità, esiste una comunanza, una passione condivisa o almeno un interesse.

Pertanto, i luoghi definiti come semi-pubblici generano fiducia, anche tra coloro che non riconosciamo e che potremmo non avere alcun desiderio di conoscere. Affinché una comunità civile e una cultura possano prosperare, il sistema politico ha bisogno di questi spazi semi-pubblici. Essi hanno la capacità di evocare un’atmosfera collettiva e di fiducia che a sua volta fornisce quella vitalità che può trasformare gli elettori passivi in cittadini attivi. In questa prospettiva, i luoghi semi-pubblici costituiscono il fondamento della sfera civile, pubblica e, per estensione, di ogni democrazia.

GUTS, LUST & TRUST (CORAGGIO, DESIDERIO & FIDUCIA)

La democrazia richiede una sfera di fiducia che superi i legami più intimi, estendendo l’affetto, la passione o anche lo sgomento verso relazioni con ignoti. Questa potenziale affinità effimera è cruciale per il mantenimento dello spazio civile tra Stato e mercato e di una democrazia vibrante. Senza un senso di appartenenza comunitaria che vada oltre la sfera intima, l’azione politica risulta insostenibile. Qui risiede il valore intrinseco degli spazi culturali: essi favoriscono la fiducia reciproca tra estranei e infondono agli abitanti un vigoroso e vibrante senso collettivo, un ambiente imprescindibile per la partecipazione attiva alla costruzione dello spazio pubblico. Coloro che desiderano valutare la vitalità di una democrazia devono trascendere il semplice conteggio dei voti e delle opinioni. L’autentico spirito democratico è uno spirito collettivo, in cui le persone hanno il coraggio, la voglia e la fiducia necessarie per impegnarsi attivamente nella democrazia. Perché la democrazia è profondamente più di un’oscillazione periodica nelle cabine elettorali.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

(1) Power, Michael. The Audit Explosion. London, 1994.

(2) Mouffe, Chantal. Agonistics. Thinking the world politically, London/New York, 2013.

(3) De Munck, M. & Gielen, P. (2022). Fragility. To Touch and Be Touched. Amsterdam: Valiz.

Leggi anche:

Dalle emozioni politiche alle politiche culturali

ABSTRACT

The article explores the complex dynamics of culture, trust, and democracy in contemporary European polities, particularly in light of the rise of anti-democratic and authoritarian push and parties. It emphasizes the enduring nature of representative democracy contrasted with the decline of deliberative democratic practices, urging a critical examination of the quality of spaces for deliberation in modern representative democracies. Gielen highlights the pivotal role of semi-public spaces, such as theaters, concert venues, and museums, in shaping democratic culture. These spaces, neither fully public nor private, foster interactions among strangers based on shared interests, serving as vital incubators of trust and collective vitality. According to the author, through their inclusive yet exclusive ambiance, semi-public domains facilitate the exchange of ideas and cultivate a sense of belonging beyond personal circles. Gielen concludes by suggesting that the agonistic and intimate cultural dimensions nurture active citizenship and sustain democratic engagement, epitomizing the essence of democratic culture in contemporary societies.

 

 

 

Pascal Gielen

Pascal Gielen

Pascal Gielen (1970) è scrittore e professore ordinario di sociologia della cultura e della politica presso l'Antwerp Research Institute for the Arts (Università di Anversa - Belgio), dove dirige il Culture Commons Quest Office (CCQO). Gielen è curatore della collana internazionale Antennae - Arts in Society (Valiz). Nel 2016 è stato insignito dal programma Odysseus per l'eccellenza della ricerca scientifica internazionale del Fondo per la ricerca scientifica delle Fiandre (Belgio). Nel 2022 è stato nominato dal governo fiammingo curatore della conferenza Culture Talks. Gielen ha pubblicato numerosi libri tradotti in cinese, inglese, polacco, portoghese, russo, spagnolo, turco e ucraino. La sua ricerca si concentra sul lavoro creativo, commons, le politiche urbane e culturali. Gielen lavora e vive ad Anversa, in Belgio e scrive per i quotidiani belgi De Morgen e De Standaard.

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