skip to Main Content
LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Investimenti e cultura targati USA. Parola chiave: fondo di dotazione. In questo cambio di prospettiva dagli “investimenti per la cultura” agli “investimenti della cultura” facciamo un punto sulla gestione dei portafogli delle istituzioni culturali americane, soffermandoci sulle strategie “socially conscious” e sull’importanza delle scelte
© Foto di Hester Qiang su Unsplash

La questione finanziaria è argomento dibattuto nel panorama culturale: per qualcuno è un tema da tenere fuori dalla porta principale, per altri pecunia non olet, così da aver sdoganato tracciabilità e provenienza di quello stesso denaro.

L’approccio più salutare è senz’altro dare alla questione il peso che merita. Chi si occupa di cultura, d’altronde, deve occuparsi di risorse (anche finanziarie, insieme a quelle economiche, patrimoniali, umane, ecc.).

Lo scorso 14 febbraio è stato presentato il Report “Cultural Institutions’ 2022-2023 Investment Policies, Practices, & Performance” a cura dell’associazione no profit American Alliance of Museums insieme a Fiducient Advisors, società di consulenza in materia di investimenti, e the Morton Arboretum, orto botanico e centro di ricerca. Lo studio, basato su una survey somministrata a 226 istituzioni culturali americane e su dati inerenti al 2022, fornisce un quadro dettagliato sugli investimenti dei fondi di dotazione, sulla performance e sugli obiettivi di giardini botanici, musei d’arte e di storia, orchestre sinfoniche, zoo e altre istituzioni culturali negli Stati Uniti. Obiettivo del Report è quello di aiutare le organizzazioni, attraverso un benchmark di buone pratiche, a valutare le proprie strategie di investimento, performance e governance fornendo una base da cui partire per validare le pratiche adottate o individuare aree migliorabili per le istituzioni culturali.

Tema centrale del Report è l’investimento dell’“endowment fund”, il fondo di dotazione, un modello diffuso negli USA per finanziare le istituzioni culturali: attraverso l’investimento del fondo, alimentato da donazioni e lasciti, si ottengono ricavi che saranno utilizzati per supportare i diversi progetti e la vita dell’istituzione.

In Europa un esempio illustre di endowment fund è quello del Louvre, il cui fondo di dotazione è stato costituito nel 2009 a seguito di importanti donazioni e ricompense ricevute per la creazione del Louvre di Abu Dhabi. Il Museo del Louvre si è fatto quindi promotore di una nuova legge francese, approvata nell’agosto 2008, normando per la prima volta i fondi di dotazione in Francia, sulla base del modello americano. Ad oggi il fondo è uno dei più importanti organi di fundraising in Europa e genera un ritorno del 6% all’anno, coprendo circa il 3% del fabbisogno del Louvre. Continuamente alimentato da lasciti e donazioni, il fondo mira a diventare uno dei pilatri principali nel finanziamento del museo.

CULTURAL INSTITUTIONS’ 2022-2023 INVESTMENT POLICIES, PRACTICES, & PERFORMANCE: ALCUNI DATI

Per leggere il Report di American Alliance of Museums e Fiducient Advisors serve a questo punto un cambio di prospettiva: dagli investimenti “per la cultura” ai quali siamo abituati, agli “investimenti della cultura”, come da modello americano. Per noi italiani il fondo di dotazione risponde principalmente a regole di garanzia (per i creditori), di responsabilità (se adeguato alla norma sulla personalità giuridica per enti del titolo primo del Codice civile o del terzo settore libera gli amministratori dalla responsabilità illimitata), e di presentabilità (meglio qualche euro in più che in meno). Quasi mai il fondo di dotazione risponde a esigenze di investimento.

Il fatto che il Report sia stato commissionato dalla Associazione di musei americana a una società di consulenza specializzata in investimenti non è un caso: gli advisor di Fiducient lavorano infatti a stretto contatto con i leader delle istituzioni culturali più importanti per indirizzare gli investimenti, come in una vera e propria azienda. Come anticipato il Report vuole fornire un benchmark per le istituzioni culturali che investono il proprio fondo di dotazione per comprendere come allocare al meglio le proprie risorse e fornire un quadro dello stato dell’arte, soprattutto a seguito del 2022, anno funesto per i mercati finanziari. Il 65% dei 226 partecipanti alla survey hanno investimenti per un valore inferiore ai 5 milioni mentre il 37% superiore ai 100 milioni. Dallo studio sono emersi dati importanti che ci parlano delle abitudini di investimento del settore no-profit:

  • Il risk management e l’attenzione ai costi sono le priorità condivise da quasi tutti gli enti intervistati, confermando la natura avversa al rischio di una organizzazione no-profit.
  • Le decisioni in merito agli investimenti sono prese dal Consiglio di Amministrazione e da consulenti esterni.
  • Il portafogli di investimento dipende dalla grandezza dell’istituzione culturale: enti più piccoli investono di più in azioni nazionali e bond.
  • Gli istituti culturali che hanno allocato un importo maggiore dei loro investimenti in contanti ed equivalenti hanno registrato performance migliori di quelli che hanno allocato in azioni (anche a causa della crisi dei mercati finanziari del 2022).
  • I portafogli con maggiori investimenti in azioni e altre attività con lo stesso livello di rischio hanno registrato rendimenti più favorevoli in periodi di 3, 5 e 10 anni.
  • In generale sono state individuate delle tendenze di investimento comuni tra istituzioni della stessa grandezza. Quelle con un fondo di dotazione minore tendono ad investire maggiormente nel contante e in bond (investimenti considerati più sicuri) e meno in fondi speculativi e investimenti privati, al contrario delle istituzioni con fondi di dotazione sopra i 100 milioni.
  • Risulta poco chiaro per le istituzioni come investire in linea coi propri valori e la propria mission.

È proprio la questione etica ad aprire, ancora una volta, il dibattito. 

L’IMPORTANZA DELLE SOCIALLY CONSCIOUS INVESTMENT STRATEGIES

È stato più volte affrontato il tema dell’eticità delle sponsorizzazioni alla cultura (si veda l’ultima provocazione lanciata dal direttore del National Portrait museum Nicholas Cullinan “museum can’t afford to be activists”), ma come valutare eticamente gli investimenti di fondi che già sono in possesso delle istituzioni culturali? Cosa succede se i fondi di dotazione non sono investiti in maniera sostenibile?

Si introduce quindi anche per i musei e per le istituzioni culturali in generale il tema dell’impact investing il cui obiettivo è creare un ritorno finanziario insieme a un cambiamento sociale, nella cornice di quella che viene ormai definita “economia creativa”. Secondo Darren Walker, amministratore della National Gallery of Art e presidente della Ford Foundation i musei giocheranno un ruolo importante nel definire un futuro più equo non solo attraverso gli artisti che rappresentano e il pubblico a cui si rivolgono ma attraverso il modo in cui investono. Far sì che gli investimenti contino per la missione oltre che per i profitti è possibile ed è quello che sostiene anche Upstart Co-Lab, società newyorkese non profit che si occupa di advocacy per l’impact investing che per avvalorare la propria tesi ha pubblicato uno studio sul settore nel 2022. Laura Callanan, partner fondatore di Upstart Co-Lab e Senior Deputy Chair del National Endowment of the Arts sostiene che coloro che protestano contro le sponsorizzazioni “non considerano dove si trovano i veri soldi, ovvero già in mano ai musei americani, nei fondi di dotazione”. La questione di come costruire il proprio portafogli diventa quindi centrale così come la scelta di chi porre come amministratore.

Diciamocelo: questi problemi in Italia li hanno le fondazioni bancarie e affini. Le nostre istituzioni culturali è già molto se riescono “a campare”, le più brave fanno fundraising, le bravissime gestiscono progetti di filantropia strategica (in altre parole hanno un portfolio di mecenati verso i quali esercitano l’invidiabile suasion di indirizzare le donazioni). Qualcuna (sempre brava) investe il TFR dei dipendenti andando a congiungere cassa e competenza senza il bisogno di monetizzare (per fini sempre culturali ovviamente) l’accantonamento virtuale (con gli ammortamenti) per eccellenza (anche nei bilanci delle istituzioni culturali).

In America invece, la maggior parte dei musei investe in fondi indicizzati e in titoli azionari pubblici americani ponendosi in questo modo (anche se non in diretta correlazione come in un accordo di sponsorizzazione) in relazione con compagnie che commerciano combustibili fossili, tabacco, armi ecc. Un problemino, insomma lo hanno anche i performanti americani però: il report di Fiducient conferma la generale indifferenza del settore agli investimenti consapevoli: anche se le istituzioni si dicono interessate ad approfondire il tema, soltanto la metà, il 53% ha dato un voto all’importanza delle strategie responsabili di investimento sopra al 5 (la sufficienza) mentre il 46% ha dato un voto inferiore. Il 68% degli intervistati non adotta SRI Socially Responsible Investing, ossia gli investimenti basati sui valori e i principi etici o missioni e del restante 32% solo il 19% incorpora queste strategie in almeno metà dei propri investimenti.

Si tratta però di un trend che può essere cambiato anche grazie ad una crescente sensibilità in merito: esistono più di 650 fondi di borsa che permettono agli investitori di allineare i priori valori con il portafogli e innumerevoli opzioni di investimento su compagnie con alti rating ESG. E dal momento in cui dalla stessa Morgan Stanley fanno sapere che i Socially Conscious Investments non sono sinonimo di rinuncia alla performance, ma che anzi rappresentano un rischio minore senza sacrificare i ritorni, le istituzioni culturali hanno la strada tracciata per investire in maniera consapevole.

Non mancano inoltre i “trendsetter” tra cui il Brooklyn museum di New York, la National Gallery of Art a Washington D.C o il Walters Art Museum di Baltimora, un museo di dimensioni medie che è riuscito ad investire in aziende del territorio, supportando e generando nuovi posti di lavoro e creando nuove opportunità per la sua comunità di riferimento. Il ritorno ad una economia di prossimità, in altre parole. Ma non per questo meno performante o di senso.

I benefici di una strategia di investimento socially consciuos sono chiari, a partire dalla reputazione (che oggi è tanta parte del goodwill) fino alla capacità di attrarre nuovi givers che non potranno più essere boomers. Le nuove generazioni sono attente, preparate e rigorose sul cambiamento climatico, la sostenibilità totale (olistica), l’inclusione partecipativa: vivono la cultura come spazio dissidente e politico non solo come godimento estetico e di edutainment, ne fiutano l’autenticità dei valori e la credibilità dello storytelling. Difficile ingannarli.

Non ha senso farlo: il futuro è nelle loro mani e ogni investimento si sa, non comincia mai dai soldi, ma dalle scelte.

BIBLIOGRAFIA

ABSTRACT

Starting from the “Cultural Institutions’ 2022-2023 Investment Policies, Practices, & Performance” by American Alliance of Museums, Fiducient Advisors e the Morton Arboretum, in the article we will examine the investment habits of American cultural institutions that, thanks to endowment funds, garantee revenues that are important fot their own subsistance. How to diversify a portfolio investment is central not only to garantee an income but also to stay coherent with the mission. The Socially Conscious Investment Strategies are the way for both an economic and reputational return, giving a new perspective in fundraising practices.

 

Irene Sanesi. Dottore commercialista e revisore legale. Economista della cultura. Socio fondatore e partner di BBS-pro Ballerini Sanesi professionisti associati, associazione professionale di dottori commercialisti. Consulente strategico nell’ambito dell’economia, gestione e fiscalità della cultura. Si occupa di temporary e change management, project management, diritto societario, finanza sostenibile, gestione e controllo. Svolge attività di consulenza, formazione e apprendimento organizzativo per soggetti privati e pubblici. Partecipa a convegni, talks, conferenze in qualità di relatore e keynote speaker. È docente di strategie di fundraising nel Master della Business School del Sole 24 Ore e della Fondazione Feltrinelli. Iscritta al registro dei Revisori Legali, svolge la revisione legale e l’attività di sindaco per cui ha incarichi in qualità di Presidente e/o membro effettivo del collegio sindacale di società di capitali e fondazioni

Diletta Magni. Laureata in economia con una specializzazione in economia e gestione dell’arte e della cultura, nel 2019-20 ha trascorso un periodo di formazione a Londra, durante il quale ha lavorato in gallerie di arte contemporanea e partecipato a fiere di settore. Nel 2020 ha iniziato la sua collaborazione con BBS-Lombard.

 

Clicca qui e leggi gli altri articoli della sezione “POLITICHE PER LA CULTURA” di LETTURE LENTE

© AgenziaCULT - Riproduzione riservata

Back To Top