FARE NESSO CON LA MORTE
Il nostro rapporto con la morte può vivificare il teatro, chi lo fa e chi lo guarda? Il teatro sa essere la casa di tutti, punto di congiunzione tra dimensione intima e collettiva? Sa e vuole accogliere le parti fragili, i temi urgenti, quelli scomodi, mettendo in connessione le persone tra loro e con la proposta d’arte di cui si fa promotore? Il teatro sa e vuole essere davvero un servizio pubblico?
Da vivi. Il miracolo della finitezza nasce dalla paura di morire e dal desiderio di vivere. Nasce dalla vertigine dell’affaccio sull’abisso della propria dissolvenza e la lucidità cristallina, la gioia, la creatività, la spinta vitale che possono arrivare subito dopo. Ho vissuto tutto questo quando, nel 2020, durante il Covid, ho ricevuto una diagnosi di tumore. “Mi sono ammalata durante una pandemia per non dare nell’occhio”, mi piaceva dire all’inizio per stemperare il nervosismo. La coincidenza tra una malattia globale e una individuale mi ha consentito di provare a trovare i punti di contatto. Unire i puntini, “fare nesso” per dirla alla Bergonzoni, è quello che faccio da oltre 25 anni per il teatro e il settore culturale, occupandomi di creare progetti e opportunità che favoriscano l’incontro, lo scambio, la diffusione tra i soggetti che rendono possibile lo spettacolo dal vivo (gli artisti, il pubblico, la critica e la stampa, gli operatori, la comunità). Da una parte avevo la possibilità di osservare, al netto dei vizi mediatici, come veniva vissuto e gestito un virus alle diverse latitudini del mondo. Come ci si ammala, ci si cura e si gestisce politicamente e culturalmente la malattia e la fragilità, dice di più di una popolazione e del grado di democrazia, di chi la governa e di tanti altri aspetti (1). Dall’altra, mi esplodeva addosso una delle malattie più spaventose che esistano.
La relazione con la morte degli altri e con la propria non sono assimilabili, ma vanno a braccetto: hanno entrambe a che fare con la consapevolezza e l’accettazione del limite fisico ed esistenziale che definisce la nostra vita su questa terra, il sapere più importante, da cui deriva come guardiamo al tempo e allo spazio a nostra disposizione. Si vive come se la morte toccasse solo agli altri e come se il nostro unico problema all’orizzonte fosse il lutto. Sapere che siamo tutti sulla stessa barca è ciò che ci consente di riconoscerci come simili. “Morte” è da intendersi non come negazione di “vita” ma come parte della sua definizione, come confine che dà forma e sostanza. Forse anche al teatro?
LO SPAZIO PUBBLICO Più CAPIENTE DI TUTTI: IL TEATRO
Viviamo in un contesto socioculturale che fa finta che la morte non esista e che vede il predominio delle ragioni del profitto su quelle dell’umano, perfino quando si tratta di salute (e le due questioni non sono sconnesse).
“Umano” è sinonimo di “fragile”: tutti nasciamo, tutti moriamo, tutti invecchiamo, se ne abbiamo la fortuna. Oppure ci ammaliamo prima, ma soprattutto, tutti, quotidianamente, sperimentiamo il fallimento e tempi, corpi, spazi con possibilità limitate.
Mi muovevo tra queste e altre riflessioni nel tempo sospeso della cura, un tempo che mi ha consentito di esplorare, studiare, incontrare persone e possibilità come Versi di cura, il laboratorio teatrale e sociale dedicato ai bisogni di pazienti, parenti e amici dei pazienti, medici, operatori, in ambito oncologico, sognato insieme ad Anna Solaro e da lei creato nel 2021 al Teatro dell’Ortica di Genova, dove è tuttora attivo. Si rinnovava, nel contempo, il mio amore per il teatro, spazio pubblico in cui iniziavo ad immaginare di poter indagare collettivamente quello che a me sembrava l’origine di tanti mali collaterali alla malattia: il nostro rapporto mancato con la morte. Niente come il teatro avrebbe consentito di trasformare un’emozione in azione, una spinta individuale in un movimento collettivo, pubblico. Il teatro è l’unico luogo che avrebbe potuto contenere una domanda tanto complessa e ingombrante come quella che abbiamo messo al centro dell’indagine: integrare collettivamente l’idea della morte nella vita è fonte di miglioramenti esistenziali, sociali, politici?
DA VIVI. IL MIRACOLO DELLA FINITEZZA
L’idea di Da vivi. Il miracolo della finitezza nasce così, nella mia testa, nel 2020, prima di avere un titolo. Ha preso forma dallo scambio con Mario Biagini, che lo ha curato con me. Artista e intellettuale dalle qualità professionali e umane rare, Biagini lavora da molto tempo sulle comunità transitorie. Ha trovato un luogo grazie a Massimiliano Civica, che lo ha ospitato come principale progetto collaterale della Stagione nel 2023/2024, del Teatro Metastasio di Prato, che ha fornito le risorse necessarie (2): quelle economiche, ma anche a quelle messe a disposizione dal personale, che ha saputo accompagnare attivamente il percorso con competenza, creatività, adesione e umanità. Senza questa cura e protezione, un progetto su un tema così delicato, semplicemente, non avrebbe avuto pieno sviluppo. Carlo Biagini, medico, Marcella Gostinelli, dirigente sanitaria, Costanza Lanzara, antropologa, Antonio Panella, teatrante e docente, Francesca Joppolo, giornalista, hanno dato linfa a questa ingombrante creatura, che ha attirato una lunga lista di partner e centinaia di cittadini.
È un progetto culturale, sociale, politico che pone l’attenzione sulla vitalità che riserva l’esistenza anche se finita, proprio perché finita. È, allo stesso tempo, un progetto di promozione del Teatro, inteso come spazio pubblico deputato a trattare collettivamente temi urgenti per la comunità, luogo della massima finitezza e della memoria, dove tutto nasce e muore ogni sera, dal vivo, metafora festosa del rito funebre, tempio laico dove ci si reca insieme e si sperimenta la relazione. “Il teatro colma la distanza tra te e me, diceva Jerzy Grotowski”, di cui è erede artistico Mario Biagini.
Abbiamo realizzato assemblee cittadine sul territorio pratese, un laboratorio teatrale, a cura dell’Accademia dell’Incompiuto (3), un gruppo di pensiero online, conferenze. Sono stati coinvolti esperti da vari ambiti: tanatologia, filosofia, antropologia, medicina, diritto, sociologia, psicologia, storia, arte, letteratura, per citare i principali. Se la morte definisce la vita, ogni ambito della vita dà un prezioso contributo al ragionamento sulla morte, da qui un approccio transdisciplinare e orientato a dialogare tanto con i bisogni emotivi che quelli intellettuali sollevati dal tema. La presenza costante e numerosa del pubblico, le registrazioni video su YouTube, la creazione di un gruppo Facebook omonimo, aperto a tutti e la conferenza TEDx del marzo 2024 hanno esteso l’impatto del percorso oltre Prato, permettendo a una comunità più ampia di accedere e continuare la riflessione (4).
Stiamo ancora lavorando per far sottoscrivere un “patto di ospitalità”, da realizzare con il comune di Prato, l’azienda sanitaria locale e i cittadini: un documento che mira a una migliore gestione dell’ultima fase della vita, perché morire fa meno se ci sono condizioni pratiche decorose, adeguate, rispettose, di quest’ultimo, fragilissimo passaggio dell’esistenza (5).
PLURALITÀ E BENESSERE
Se dovessi scegliere un unico sentimento da associare a Da vivi. Il miracolo della finitezza, oggi direi benessere. Chi ha partecipato ha sperimentato il sollievo di poter affrontare apertamente il discorso sulla morte e non sentirsi solo in questo bisogno naturale spesso ignorato o trattato come patologico. La potenza del tema ha avuto il vantaggio di rendere manifesta una necessità ancora più profonda, che sperimentiamo ultimamente nelle manifestazioni di piazza per Gaza, per esempio, e ogni volta che ci si riunisce per una causa che ci riguarda: quella di ritrovarsi come membri di una comunità. Ignorare i benefici del procedere insieme procura sofferenza sul piano individuale, relazionale e collettivo. Non lo sappiamo, ma l’emozione che si sente manifestando in corteo, non più orfani, ammutoliti da una politica incapace di rappresentarci, a teatro, lo potremmo assaporare ogni giorno. Il teatro è una forma di sciopero permanente, se questa parola indica la volontà di prendersi un tempo per sentire e riflettere, esercitando con responsabilità e collettivamente senso critico, rivendicando, come diritti, umanità e una dimensione non materiale dell’esistenza. L’arte arriva laddove il pensiero è in affanno e, in questo senso, frequentare regolarmente il teatro produrrebbe cambiamenti politici profondi e duraturi.
Il teatro consente di fare un’esperienza plurale che coniuga senso e sentimento come poche altre e chi fa e cura il teatro, gli artisti e i lavoratori dello spettacolo, svolge una funzione che comporta grandi oneri e onori. E qui si giunge all’ultimo tassello, per me fondamentale, di questa riflessione. Il benessere, in senso ampio e profondo, è ciò che connota maggiormente il gruppo di lavoro di Da vivi. Il miracolo della finitezza e questa esperienza, più di altre, ha radicato in me la convinzione che, sulla lunga distanza, non si possa fare davvero cultura senza compromettersi, in assenza di rispetto, benevolenza ed etica. La vera competenza non può mai prescindere dall’umanità, men che meno in ambito culturale. Non si può contribuire al benessere collettivo (di cui il settore vanta di essere motore, talvolta abusando dello slogan “cura e cultura”) se questo modello non regola anche i gruppi di lavoro. Non si può far germogliare e proteggere qualcosa di così fragile come il rito di una comunità che va a vedere qualcosa che richiede mesi di lavoro e si esaurisce in un’ora di rappresentazione, in assenza di empatia, lealtà e vero spirito di collaborazione tra coloro che sono incaricati di portare a termine il processo. Non è buonismo, non è retorica, non è un lusso, è ciò che consente di compiere gli obiettivi che ci diamo. La creatività sgorga nella fiducia e questo è un lavoro che non può prescindere dalla creatività, che si stia sul palcoscenico o negli uffici. “Prenderci cura” dovrebbe essere tra i nostri principali scopi come professionisti di un servizio pubblico, lo spettacolo dal vivo, per cui è un privilegio e una responsabilità lavorare. L’arte non è un servizio sociale, “non serve”, eppure può traghettarci gentilmente e potentemente in territori inaffrontabili con altri strumenti e questo necessita di una grande attenzione, come dirò il prossimo marzo, a Losanna, in occasione di HCIM 2026 – Healthcare Clowning International Meeting (6).
IL MARKETING CULTURALE NON FA SCONTI
Da vivi è espressione di un modello di lavoro che porto avanti da tempo: un progetto che ha il doppio scopo dell’approfondimento culturale e della promozione del teatro. Prendendo esplicitamente in carico temi urgenti per la collettività attraverso percorsi collaterali alla scena, questo tipo di attività rispondono, nel contempo, all’esigenza stringente di un dialogo sano e possibilmente duraturo con vecchi e nuovi pubblici. È un approccio che sostanzia e afferma la funzione di servizio pubblico dello spettacolo dal vivo, quindi capace di catalizzare maggiore attenzione nella scena sociale. In ambito culturale, un buon marketing non può prescindere dal “senso”, e forse, un po’, l’abbiamo dimenticato quando scimmiottiamo (male) gli strumenti del profit (black friday, Halloween, San Valentino, per fare alcuni esempi). Non esistono vie brevi, non si “sbiglietta” senza accompagnare alle azioni di comunicazione e marketing più routinarie un dialogo convincente, duraturo e capace di aggiornarsi. È laborioso, è vero, ma ineludibile e lo stiamo sperimentando anche con A caldo, per il Teatro della Tosse di Genova, che nel 2025 compie 50 anni, un progetto, che ha l’obiettivo di lavorare per una comunità attraverso il teatro, favorendo la verbalizzazione offline di idee ed emozioni, in uno spazio pubblico ma protetto, per esercitarsi ad essere cittadini, prima di tutto (7).
Abbattere le distanze, restando connessi a ciò che ci circonda, con senso di responsabilità risponde ad un bisogno collettivo e, insieme a programmazioni di valore, porterebbe anche migliori risultati al botteghino, ad avere qualche argomento solido in più a favore del nostro valore come servizio pubblico e, forse, meno tagli alle risorse da parte del Ministero. Soprattutto proteggerebbe l’atto poetico al centro del nostro operato, che in assenza di relazione è come un fiore sul tavolo di una casa abbandonata.
NOTE
[1] Segnalo a questo proposito il Museo di Etnomedicina Antonio Scarpa, dell’Università di Genova, curato dal professor Antonio Guerci. https://entomedicina.unige.it [2] Da vivi. Il miracolo della finitezza ha visto il sostegno anche della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato, presieduta da Diana Toccafondi. [3] Oltre a Mario Biagini, i membri dell’Accademia dell’Incompiuto che hanno collaborato sono stati Felicita Marcelli, Jorge Romero, Pei Hwee Tan, Sambou Diarra, Silvia Rubes, Vicente Cabrera, Viviana Marino. [4] Sul progetto https://www.metastasio.it/it/eventi/il-teatro-e-la-citta/il-teatro-e-la-citta-23-24/da-vivi-il-miracolo-della-finitezza-.1411Le conferenze disponibili online: youtube.com/user/TeatroMetastasio
Il gruppo Facebook Da vivi. Il miracolo della finitezza https://www.facebook.com/groups/3431902520472506/
La conferenza TEDx a Napoli, nel marzo 2024 https://www.youtube.com/watch?v=IvjIyv63eQA
[5] Il tema del diritto all’autodeterminazione nelle cure, cui fa riferimento l’articolo 32 della Costituzione, la Legge 219/2017 e la sentenza n. 242 del 2019 è un tema concreto e purtroppo marginale, sul quale anche le gemelle Kessler, recentemente hanno dato qualche stimolo di riflessione. Insieme a loro vari personaggi pubblici, negli ultimi anni, da Michela Murgia, a Gianluca Vialli hanno portato l’attenzione pubblica sulla possibilità di raccontarsi nell’incontro con la morte e di vivere questo passaggio liberamente. [6] Da vivi. Il miracolo della finitezza è stato scelto come buona pratica italiana tra oltre duecento domande dal mondo da HCIM 2026 – Healthcare clowning international meeting, il congresso biennale dedicato al contributo che l’arte può portare in ambito sanitario. https://hcim2026.org [7] A caldo prevede incontri per piccoli gruppi, subito dopo gli spettacoli, in cui condividere in maniera orizzontale, ciò che ha suscitato la visione. Il teatro parla di noi, come i libri e i film, A caldo l’accento su una funzione nota a chi lo fa, non sempre a chi lo dovrebbe guardare. https://teatrodellatosse.it/eventi/a-caldo-chiacchiere-ed-elisir-dopo-lo-spettacoloABSTRACT
This article reflects on Da vivi. Il miracolo della finitezza, a cultural and civic project developed around theatre, death, and collective care. Originating from the author’s personal experience of cancer during the COVID-19 pandemic, the project explores how confronting finitude can strengthen individual awareness, social bonds, and democratic practices. Conceived as both a cultural and political initiative, the project positions theatre as a public space capable of hosting fragile, urgent, and often silenced questions about mortality, vulnerability, and the limits of human life. Through assemblies, laboratories, transdisciplinary encounters, and community dialogues, the project mobilised citizens, artists, scholars and healthcare professionals in a shared reflection on death as constitutive of life. The article argues that integrating death into public discourse fosters existential well-being, collective responsibility, and renewed forms of cultural participation. It also reflects on ethical working practices, care within cultural organisations, and the role of theatre as a permanent civic exercise in pluralism, empathy and critical reflection, reaffirming live performance as a fundamental public service in contemporary societies.
