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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
di Catterina Seia - La richiesta di attribuire a Lea Melandri il vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli apre una riflessione che va oltre la sua vicenda personale e riguarda il modo in cui una democrazia riconosce il valore di chi ha contribuito alla sua crescita culturale e civile

Ci sono storie personali che riguardano un Paese, come quella di Lea Melandri.

Da settimane una mobilitazione diffusa chiede che alla scrittrice, saggista e pensatrice femminista venga riconosciuto il vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli, destinato a personalità che abbiano dato un contributo straordinario alla cultura e alla vita civile italiana e che si trovino in condizioni economiche difficili.

A prima vista potrebbe sembrare una questione individuale, ma in realtà è profondamente collettiva e ci costringe a porci una domanda essenziale: quale valore attribuiamo davvero alla cultura e, soprattutto, se siamo una democrazia in grado di riconoscere il debito che ha nei confronti di coloro che hanno contribuito a renderla più libera, più consapevole e più giusta.

La storia di Lea Melandri non è solo avventura intellettuale. È la storia di una donna che ha attraversato il Novecento e il primo quarto del nuovo secolo contribuendo a modificare in profondità il modo in cui l’Italia guarda a sé stessa. Nata nel 1941 in una famiglia contadina della Romagna, approdata a Milano negli anni delle grandi trasformazioni sociali e culturali, Melandri ha saputo fare del pensiero uno strumento di emancipazione e di conoscenza.

La sua voce è stata una delle più originali e autorevoli del femminismo italiano perché ha messo in discussione le separazioni che hanno caratterizzato per secoli il nostro modo di ragionare: tra pubblico e privato, tra politica e vita quotidiana, tra ragione e corpo, tra storia e biografia.

Molto prima che diventassero temi centrali del dibattito contemporaneo, Lea Melandri ha compreso che i rapporti di potere non abitano soltanto le istituzioni, ma attraversano gli affetti, la sessualità, l’educazione, il linguaggio, la costruzione delle identità. Attraverso l’esperienza de L’erba voglio, della rivista Lapis, dei suoi libri, delle attività nelle scuole e nei luoghi della formazione, ha contribuito a generare uno spazio di riflessione che ha generato un cambiamento culturale.

Molte delle parole che oggi utilizziamo con apparente naturalezza – differenza, relazione, autodeterminazione, educazione sentimentale, libertà femminile – sono passate anche attraverso il lavoro intellettuale e politico di donne come Lea Melandri. Ha aiutato intere generazioni a pensare diversamente, ha dato parole a esperienze che erano rimaste a lungo invisibili, ha aperto spazi di libertà che oggi consideriamo acquisiti. La sua storia appartiene al patrimonio civile della Repubblica.

Ed è qui che emerge il paradosso. Una società utilizza le idee, le incorpora, le trasforma in patrimonio comune, ma spesso dimentica le persone che quelle idee hanno generato. Parliamo di innovazione sociale e di cittadinanza attiva, ma fatichiamo a riconoscere concretamente chi ha dedicato una vita alla crescita civile del Paese.

E ancora: celebriamo la cultura come valore astratto e poi lasciamo che chi l’ha costruita viva nell’incertezza.

La vicenda di Lea Melandri mette in luce una contraddizione che riguarda non soltanto lei, ma il rapporto che l’Italia intrattiene con il lavoro culturale.

Per decenni il nostro Paese si è rinnovato grazie a un immenso patrimonio di intelligenza diffusa: scrittori, insegnanti, ricercatori, artisti, educatori, attivisti, operatori culturali, figure che hanno prodotto valore pubblico senza necessariamente accumulare ricchezza privata. Questa è una caratteristica del lavoro culturale che genera beni comuni, produce trasformazioni collettive e costruisce capitale sociale, ma raramente garantisce sicurezza economica. Ed è una fragilità.

Ed è proprio per rispondere a questa evidente contraddizione che, nel 1985, venne istituita la Legge Bacchelli.

Non si tratta di un privilegio e neppure di una forma di assistenzialismo, ma piuttosto il riconoscimento di una responsabilità pubblica. È l’idea che una Repubblica debba poter sostenere coloro che hanno contribuito in modo eccezionale alla sua crescita culturale e civile quando le condizioni economiche rischiano di comprometterne la dignità, ovvero un principio semplice e profondamente democratico. Non si tratta, peraltro, di un riconoscimento attribuito in modo discrezionale. La normativa prevede una procedura specifica e l’esame delle richieste da parte di una Commissione consultiva chiamata a esprimere il proprio parere sulla base dei criteri stabiliti dalla legge e dalle successive disposizioni attuative. Il riconoscimento viene quindi conferito all’esito di un percorso istituzionale volto ad accertare la sussistenza dei requisiti previsti [1].

Nel corso degli anni questo strumento è stato utilizzato per personalità che hanno lasciato un segno profondo nella letteratura, nell’arte, nella musica e nella cultura italiana. Ci sono vite il cui valore eccede il successo economico, ci sono persone che hanno prodotto un beneficio collettivo che non può essere misurato dal mercato, ci sono contributi che appartengono alla storia di una comunità e che una comunità ha il dovere di riconoscere.

Il caso di Lea Melandri appare oggi perfettamente coerente con quello spirito originario e, anzi, in qualche modo lo interpreta nella sua forma più autentica perché il suo contributo non si limita alla produzione culturale in senso stretto, ma alla trasformazione sociale contribuendo a ridefinire il modo in cui interpretiamo la cittadinanza, la libertà e le relazioni umane. Dire grazie per una comunità politica non può limitarsi a un riconoscimento simbolico, ma deve tradursi in responsabilità e assumere la forma concreta della cura. La cura è una parola che il femminismo ha contribuito a restituire alla politica: non è un gesto privato o una concessione sentimentale, ma è una categoria pubblica ed è il modo in cui una società decide che nessuno debba essere lasciato solo. È il modo in cui una Repubblica onora ciò che considera essenziale.

Ritengo, dopo aver molto riflettuto anche per comprendere alcune resistenze alla proposta diffusa, che questo riconoscimento sia un segno necessario nel tempo in cui viviamo, che premia la velocità, la visibilità e la capacità di trasformare ogni attività in rendimento economico e nel quale il pensiero critico, la ricerca culturale, il lavoro educativo rischiano di apparire marginali. Sono il contrario. Sono infrastrutture sociali, perché senza cultura non esiste cittadinanza consapevole, senza educazione critica non esiste partecipazione, senza memoria non esiste futuro. Come trattiamo i nostri maestri e le nostre maestre racconta il tipo di Paese che vogliamo essere: un Paese che consuma cultura oppure un Paese che la custodisce e la produce, un Paese che celebra il pensiero solo quando produce consenso oppure un Paese che riconosce il valore della ricerca critica anche quando è scomoda, un Paese che considera la cultura un costo oppure uno dei suoi più preziosi investimenti.

Per questo il dibattito sulla Legge Bacchelli per Lea Melandri non dovrebbe essere confinato a una vicenda personale. Dovrebbe diventare l’occasione per costruire condizioni dignitose e abilitanti per il lavoro culturale, basate sullo statuto pubblico della cultura, su come una società si prende cura delle proprie intelligenze, su come valorizza coloro che hanno dedicato la propria vita a produrre conoscenza, libertà e senso.

Letture Lente in coerenza con la propria linea editoriale sceglie di alimentare questo dibattito. Il primo dossier di approfondimento corale realizzato dalla nostra testata con una call to action è stato dedicato all’eguaglianza di genere come lente attraverso cui osservare le trasformazioni della società contemporanea, la qualità della democrazia, la distribuzione delle opportunità, del potere e del riconoscimento.

L’eguaglianza, infatti, non riguarda soltanto l’accesso ai diritti, riguarda anche la memoria, chi viene raccontato, chi viene ascoltato, chi entra nel patrimonio condiviso di una comunità.

Attribuire questo riconoscimento a Lea Melandri significherebbe allora molto più che sostenere una grande intellettuale in un momento di fragilità, ma affermare pubblicamente che il pensiero, la cultura, l’educazione contano.

NOTE

[1] Per criteri, modalità e procedura di concessione dell’assegno straordinario previsto dalla Legge Bacchelli si veda la documentazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri:

https://presidenza.governo.it/AmministrazioneTrasparente/Sovvenzioni/CriteriModalita/LeggeBacchelli/index.html

ABSTRACT

Some personal stories concern an entire country. The call to grant Lea Melandri the lifetime allowance provided under the Bacchelli Law raises a question that extends beyond an individual case and touches on the value a democracy assigns to culture and to those who have contributed to its civic and cultural development. A reflection on the relationship between memory and public responsibility, and on the capacity of institutions to safeguard the intellectual legacies that have generated knowledge and freedom.

 

 

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Catterina Seia

Catterina Seia

Catterina Seia, pioniera nei cross over culturali, dagli esordi del suo percorso professionale in grandi imprese che l’ha portata a posizioni apicali, si è occupata di empowerment delle Persone, delle Organizzazioni, delle Comunità come risorsa di benessere, connettendo Arti e Scienza. Dal 2010 ha scelto di dedicarsi all’innovazione sociale a base culturale in contesti e infrastrutture ad alta complessità, accompagnando istituzioni pubbliche ed enti filantropici nel disegno delle politiche e delle strategie a favore delle fasce più vulnerabili di popolazione. Opera con enti di cui è co-founder in un ciclo che va dalla ricerca, al capacity building, all’advocacy e alla disseminazione per promuovere il ruolo politico della cultura. Dal 2020 agisce come Presidente di CCW-Cultural Welfare Center, dal 2009 in Fondazione Medicina a Misura di Donna- ente per l’umanizzazione della cura e dei suoi luoghi e dal 2013 in Fondazione Fitzcarraldo, ed è Vice Presidente di entrambi gli enti. È membro di advisory board nazionali ed europei. Dirige scientificamente Letture lente.

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