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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Con questa ultima “Sosta” si conclude il ciclo dedicato a emozioni politiche e politiche culturali, ideato e curato da Giuliana Ciancio. Attraverso contributi provenienti da contesti geografici e professionali differenti, il percorso ha esplorato il ruolo delle emozioni nei processi decisionali, nelle pratiche culturali e nella vita democratica, mostrando quanto le emozioni, nella loro dimensione politica, rappresentino oggi una chiave imprescindibile per comprendere lo stato di salute delle nostre democrazie. Questo testo finale mette in dialogo le prospettive raccolte e ne restituisce alcune delle principali traiettorie. Un sentito ringraziamento va alle autrici e agli autori che hanno popolate queste Soste e alla loro generosità nell’aver accolto questa sfida non sempre facile
© Foto di Mauro Mora su Unsplash

Quando abbiamo iniziato questo percorso [1], il punto di partenza era una domanda maturata nel corso della mia ricerca sul rapporto tra emozioni politiche e politiche culturali: quale ruolo hanno le emozioni nella vita pubblica? E cosa accade quando entrano nei processi attraverso cui prendiamo decisioni, costruiamo alleanze, immaginiamo il futuro o reagiamo alle ingiustizie?

Nell’editoriale inaugurale avevo proposto alcune coordinate iniziali. Le emozioni possono mobilitare desideri, generare appartenenza e sostenere l’azione collettiva, così come alimentare paure, risentimenti e processi di frammentazione sociale. Sullo sfondo si collocava una riflessione sugli effetti delle politiche neoliberiste sulla vita culturale e sulle condizioni di chi opera quotidianamente in questo ecosistema.

Nel corso delle Soste, quel quadro si è progressivamente arricchito e precisato. Guerre e invasioni, nuovi assetti geopolitici, un genocidio che continua a consumarsi sotto i nostri occhi, l’inasprirsi delle polarizzazioni e l’affermarsi di forme sempre più illiberali di esercizio del potere hanno contribuito a ridefinire il contesto entro cui queste riflessioni hanno preso forma. Si è trasformato anche lo spazio pubblico, oggi sempre più ibrido, costruito dall’intreccio continuo tra dimensione fisica e digitale, tra luoghi della vita quotidiana, piattaforme, media e ambienti nei quali emozioni, opinioni e immaginari circolano con velocità e intensità inedite. Le voci raccolte hanno raccontato gli effetti concreti di queste trasformazioni attraverso pratiche culturali, esperienze professionali, percorsi di cooperazione e processi di costruzione di comunità.

Da prospettive geografiche, disciplinari e biografiche differenti, autrici e autori hanno accettato la sfida di interrogarsi sul ruolo delle emozioni in un presente attraversato da profonde disuguaglianze. Nel farlo, hanno mostrato come queste intervengano nei processi attraverso cui costruiamo relazioni, comunità e visioni del futuro, ma anche come possano costituire una risorsa per immaginare alternative e praticare forme di resistenza dentro contesti sempre più segnati da polarizzazioni e squilibri di potere. Rileggere oggi queste voci significa seguire alcune delle traiettorie emerse lungo il percorso. Senza alcuna pretesa di esaustività, le riflessioni raccolte restituiscono una pluralità di sguardi attraverso cui osservare il rapporto tra emozioni, cultura e vita pubblica.

DEMOCRAZIA, SPAZI PUBBLICI E ALLEANZE

“La democrazia non è un meccanismo di conteggio dei voti. È un’atmosfera”. Pascal Gielen, sociologo della cultura e della politica, lo scrive nel pieno delle elezioni europee del 2024, nella prima Sosta, mettendo in evidenza quali le condizioni che rendono possibile la vita democratica. Quell’atmosfera, sostiene, richiede coraggio, desiderio e fiducia (guts, lust and trust), risorse che crescono in spazi specifici come teatri, biblioteche, sale da concerto, locali notturni. Luoghi che definisce “semi-pubblici”, capaci di generare fiducia tra estranei e senso di appartenenza condivisa. Quando questi spazi si restringono, per la privatizzazione del tempo libero, per la burocratizzazione delle istituzioni culturali, per il progressivo smantellamento dello Stato sociale, si perde la condizione stessa che rende possibile quell’atmosfera.

È questa stessa erosione che Milena Dragićević osserva da Belgrado, in un contesto attraversato da forti tensioni politiche e mobilitazioni civili. La cultura, scrive, è diventata un campo di battaglia, “dove si combattono guerre emotive e si scontrano visioni del mondo, interessi economici e politici”. I governi populisti usano le emozioni come strumento di controllo. Paura, risentimento e orgoglio nazionale vengono coltivati per consolidare consenso. Eppure, proprio in questi contesti, Milena individua ciò che resiste, quella che lei chiama la sfera “contro-pubblica”. Quegli spazi alternativi nei quali si radunano persone molto diverse che condividono emozioni. È qui che colloca gli emotional clusters. “Ci si ritrova attorno a valori come l’amore per i libri, il desiderio di dialogo, il rifiuto delle logiche puramente commerciali”, richiamando la capacità della cultura di continuare a produrre luoghi di incontro anche dentro contesti segnati da forti polarizzazioni.

Il quadro che Gielen e Dragićević Šešić tracciano è precisamente il contesto in cui si inserisce la domanda che ho portato al centro di queste Soste. Nel corso della mia ricerca ho utilizzato il concetto di emotional clusters per descrivere quelle configurazioni temporanee, mobili e talvolta inattese che emergono quando soggetti provenienti da contesti diversi si riconoscono attorno a valori condivisi, desideri comuni o percezioni di ingiustizia. Si tratta spesso di alleanze che attraversano mondi differenti (istituzioni, pratiche artistiche, attivismo, ricerca, cittadinanza organizzata) e che prendono forma attorno a questioni considerate di interesse pubblico. Sono di fatto alleanze che agiscono in quello spazio di intersezione che il dibattito internazionale descrive attraverso la distinzione tra cultural policy e cultural politics. Da un lato gli strumenti di governo, le norme, i programmi. Dall’altro i processi di negoziazione, conflitto e ridefinizione dei rapporti di potere.

È precisamente in questa intersezione che desiderio, paura, fiducia e vulnerabilità smettono di essere individuali e diventano forze che orientano la vita pubblica, in cui la democrazia viene esercitata.

LA CITTÀ

La tensione tra cultural policy e cultural politics trova nella città uno dei suoi terreni più fertili. “Siamo sognatori abusivi” era lo slogan che accoglieva chi partecipava alle assemblee nella zona di Scampia e Carmine Piscopo, già assessore all’Urbanistica e ai Beni Comuni del Comune di Napoli, lo richiama nella sua Sosta per raccontare come una rabbia generata dall’abbandono possa trasformarsi, gradualmente, in impegno civile e capacità progettuale. Le assemblee nei quartieri e nelle istituzioni cittadine, il lavoro sugli spazi liberati e le delibere che hanno cercato di sottrarre beni pubblici alle logiche della privatizzazione, affidandone la gestione a comunità di cittadini e cittadine, hanno dato vita a quelle che Piscopo definisce “Nuove Istituzioni”. Luoghi democratici nati dall’incontro tra scelte amministrative e processi di soggettivazione collettiva, nei quali la partecipazione non coincide semplicemente con la consultazione, ma con la possibilità di incidere concretamente sulle trasformazioni urbane.

Anche Maria Francesca De Tullio, giurista e attivista impegnata da anni sui temi dei beni comuni, osserva questi processi a partire dalle pratiche che li rendono possibili. Nel suo contributo, i commons emergenti appaiono anzitutto come luoghi di apprendimento democratico. “Creatività e diritti nascono legati”, scrive, “perché tanti diritti sono ancora da realizzare in concreto, a causa delle discriminazioni per genere, provenienza, lingua, religione o altre condizioni economico-sociali”. Ciò che una collettività considera possibile, desiderabile o legittimo risulta profondamente influenzato dalle condizioni materiali nelle quali vive. Per questo la costruzione dei diritti richiede esperienze concrete di partecipazione e autogoverno. Le emozioni assumono qui una funzione essenziale: accompagnano l’acquisizione di nuove competenze civiche, alimentano il senso di responsabilità condivisa e contribuiscono a costruire quell’immaginazione politica che rende pensabili nuovi diritti e nuove forme di cittadinanza.

La questione dell’immaginazione collettiva ritorna anche nella riflessione di Chris Torch, artista, curatore e osservatore privilegiato delle Capitali Europee e Italiane della Cultura. Attraverso decenni di esperienza sul campo, Torch descrive come questi processi attivino una vera e propria dinamica emotiva capace di influenzare il rapporto tra cittadini, istituzioni e futuro. Le candidature mobilitano entusiasmo, orgoglio e senso di possibilità; una città si racconta, costruisce una visione condivisa di sé stessa e prova a proiettarsi in avanti. Allo stesso tempo, le aspettative generate da questi percorsi producono conseguenze concrete. Quando le promesse non trovano corrispondenza nei cambiamenti attesi, emergono frustrazione, sfiducia e disillusione, con effetti che si riflettono sulle successive progettualità. “Il Progetto Europeo reclama intimità culturale”, scrive Torch, “non un progetto sfuocato da fuochi d’artificio e illusioni”.

LA MOBILITA’

Il territorio delle cultural politics emerge con particolare evidenza quando si osserva la mobilità internazionale, uno spazio nel quale gli effetti delle trasformazioni geopolitiche si rendono visibili attraverso la costruzione di confini, regimi di visto e forme profondamente diseguali di accesso alle opportunità. Per questa ragione, nel corso delle Soste, ho voluto dedicare attenzione al rapporto del network internazionale On the Move sulla salute mentale e la mobilità culturale internazionale, proprio per la sua capacità di offrire una lettura sistemica di condizioni che vengono spesso vissute come difficoltà individuali. La precarietà contrattuale, l’assenza di protezioni sociali transnazionali, la pressione a essere costantemente presenti nei circuiti internazionali e la distribuzione radicalmente diseguale dei finanziamenti non rappresentano episodi isolati, ma elementi strutturali che definiscono il funzionamento stesso del settore. Il rapporto mette a fuoco una contraddizione centrale della mobilità culturale contemporanea. Il sistema richiede mobilità come condizione di esistenza professionale senza costruire le condizioni necessarie affinché quella mobilità possa essere sostenibile.

È all’interno di questo scenario che Luisella Carnelli, attraverso la ricerca sviluppata nel progetto Moving Borders, affronta il caso più estremo di questa condizione, quello della mobilità forzata in un contesto di guerra. La sua riflessione parte da un’affermazione che ridefinisce lo scenario. Oggi l’artista in esilio non rappresenta più un’eccezione, ma una figura strutturale del sistema culturale contemporaneo. A partire da questa consapevolezza, Carnelli apre una riflessione sulle trasformazioni profonde che tale condizione produce e sulle sfide che pone alle istituzioni culturali. Il progetto, nato per sostenere le danzatrici ucraine costrette a lasciare il proprio paese dopo l’invasione russa, ha messo in luce la frattura che la mobilità forzata produce nelle appartenenze, nelle relazioni professionali e nelle prospettive di futuro, in modi che nessun programma di residenza o finanziamento alla mobilità era stato pensato per affrontare. È qui che il contributo aggiunge un tassello fondamentale alla riflessione sul ruolo delle istituzioni culturali nei tempi di crisi. Ripensare i modelli di finanziamento e le strategie di politica culturale significa considerare non soltanto ciò che viene prodotto in termini di creazione artistica, ma anche ciò che le istituzioni rendono possibile in termini di coesione sociale, democrazia quotidiana e cura reciproca. Lo scenario contemporaneo richiede uno sguardo capace di includere vulnerabilità, conflitto e fragilità come condizioni attraverso cui ripensare cosa significhi accogliere, creare e abitare uno spazio comune, restare umani.

La Sosta di Fanny Bouquerel affronta la stessa questione da una prospettiva diversa, quella di chi desidera muoversi e si trova di fronte a un confine. Ready Steady Go!, progetto dedicato alla mobilità nel Mediterraneo e rivolto ad artiste e artisti emergenti provenienti da aree remote, mostra come il diritto alla mobilità continui a essere distribuito in modo profondamente diseguale. Se nel caso raccontato da Carnelli la mobilità è imposta dagli eventi, qui viene ostacolata da vincoli amministrativi e geopolitici che limitano l’accesso alle opportunità di cooperazione. Richiamando il lavoro di Mimi Sheller, Bouquerel propone di considerare la mobilità come un bene comune da custodire secondo principi di giustizia. I casi raccontati nel progetto rendono tangibile questa tensione. Due artiste, tunisina e marocchina, non hanno ottenuto il visto per partecipare alle attività previste a Palermo; le partecipanti egiziane non hanno potuto raggiungere né Palermo né Elefsina, nonostante ripetuti tentativi e numerose sollecitazioni. “La gioia di accogliere il gruppo è stata offuscata dal senso di impotenza e dalla frustrazione”, scrive Bouquerel. Una frustrazione che rende visibili le conseguenze quotidiane di un’ingiustizia strutturale spesso assente dai report di progetto. Allo stesso tempo, il percorso ha prodotto una riflessione condivisa sul significato stesso della mobilità sostenibile, definita dai partecipanti come un paradigma capace di sfidare lo status quo e di ripensare le relazioni di interdipendenza, cura e responsabilità tra umano e non umano.

LA SOCIALIZZAZIONE

Uno degli aspetti emersi con maggiore chiarezza nel corso di queste Soste riguarda il modo in cui le emozioni entrano nei processi attraverso cui costruiamo relazioni, assumiamo responsabilità e orientiamo le nostre azioni. Patrizia Braga guarda precisamente a questo spazio, arricchendo la riflessione sui processi decisionali e sulla leadership. Il suo contributo mostra come il care, ciò che ci sta a cuore, non rappresenti un elemento accessorio da tenere separato dai risultati, ma il contesto strategico che orienta le priorità, definisce l’adesione a una causa e dà forma alle scelte collettive. È una prospettiva che illumina molte delle pratiche raccontate nelle Soste successive.

“Se il mondo inneggia sempre più all’individualismo”, scrive Chiara Organtini, “la nostra sfida è riportare al centro la consapevolezza di formarci grazie e in relazione all’altro”. È questo il cuore del progetto Il sistema degli affetti sviluppato presso la Lavanderia a Vapore di Collegno, dove si sperimenta una forma di leadership orizzontale e di commoning che traduce in pratica organizzativa molte delle questioni sollevate da Braga. Gli affetti non rimangono un valore dichiarato, ma diventano un principio che orienta il funzionamento dell’istituzione, il modo in cui vengono condivise responsabilità, prese decisioni e costruite relazioni professionali.

Nel corso di queste Soste è emersa anche un’altra modalità attraverso cui le emozioni vengono condivise e trasformate in pratica collettiva. È il caso del contributo di Monica Nappo, attrice e regista, che utilizza l’ironia come strumento di riconoscimento e risposta a una frustrazione diffusa nel settore culturale. “Ti premio io”, dice. “Gli altri non ti vedono? Il sistema non ti vede? Non fa nulla. Ti vedo io”. Il Premio Nappo nasce dall’osservazione che il sistema del riconoscimento artistico premia poco, premia male e spesso premia sempre gli stessi. La risposta assume la forma di un gesto semplice e al tempo stesso radicale. “Chi si sogna di istituire un premio, decidere chi verrà premiato e avere la sfacciataggine di premiare solo i propri amici? Non si è mai vista una cosa del genere”. Il tappeto rosso acquistato in un negozio della comunità cinese e srotolato ogni anno a casa di amici restituisce perfettamente questa combinazione di ironia e ostinazione per questioni di giustizia, in cui la frustrazione (spesso compagna silenziosa di chi lavora dentro un sistema culturale penalizzante) diventa pratica comunitaria e una celebrazione.

Ed è ancora il teatro e il linguaggio dello spettacolo dal vivo che sono il territorio da cui Elisa Sirianni costruisce la sua Sosta, trattando di temi che raramente trovano spazio nella vita pubblica. “Mi sono ammalata durante una pandemia per non dare nell’occhio”, dice Sirianni. “Da vivi. Il miracolo della finitezza”, il progetto di cui lei tratta nasce da una diagnosi di tumore ricevuta durante la pandemia e porta dentro la scena uno dei vissuti più difficili da condividere e soprattutto come Elisa scrive con cura, non per trasfigurarlo, ma per socializzarlo. “Il teatro è l’unico luogo che avrebbe potuto contenere una domanda tanto complessa”, scrive: “integrare collettivamente l’idea della morte nella vita è fonte di miglioramenti esistenziali, sociali, politici”. La condizione perché tutto questo sia possibile è una sola: “La creatività sgorga nella fiducia”. Non una qualità individuale, ma un’architettura relazionale fatta di etica del lavoro, rispetto reciproco e attenzione a come si lavora, oltre che a cosa si produce. Proprio in questa cornice si colloca la sottoscrizione di un patto di ospitalità, da realizzare con il comune di Prato, l’azienda sanitaria locale e i cittadini. Un documento che mira a una migliore la gestione dell’ultima fase della vita, perché morire fa meno male “se ci sono condizioni pratiche decorose, adeguate, rispettose di quest’ultimo, fragilissimo passaggio dell’esistenza”. Come per le delibere sui beni comuni di Napoli e altri casi attraversati, anche qui un’emozione condivisa trova il proprio approdo in una pratica collettiva e in una forma di istituzionalizzazione.

UNA SOSTA APERTA

Le emozioni diventano politiche nel momento in cui mettono in relazione un’esperienza individuale con una questione collettiva. È precisamente questo passaggio che ha attraversato le Soste raccolte in questi mesi. Non tanto le emozioni in sé, quanto i processi attraverso cui vengono condivise, riconosciute, negoziate e trasformate in pratiche, istituzioni, alleanze e forme di azione comune.

Le voci che hanno animato questo percorso, pur provenendo da contesti geografici, professionali e disciplinari molto diversi, convergono su un punto essenziale. Questo passaggio non avviene spontaneamente. Richiede condizioni. Richiede luoghi, relazioni, tempi e infrastrutture capaci di sostenere l’incontro, il confronto e persino il conflitto. Richiede quegli spazi intermedi che Pascal Gielen definisce semi-pubblici, quelle sfere contro-pubbliche di cui scrive Milena Dragićević Šešić, quei contesti di apprendimento, cooperazione e sperimentazione che attraversano molte delle esperienze raccontate in queste pagine.

La loro esistenza appare oggi sempre meno scontata. Gli spazi del comune sono sottoposti a pressioni crescenti, mentre molte forme di ingiustizia vengono normalizzate, spettacolarizzate o assorbite nel flusso continuo dell’informazione. Allo stesso tempo, le istituzioni, le politiche e i programmi che regolano la vita culturale continuano a trasformarsi e a ridefinire le condizioni della partecipazione democratica.

Forse è proprio qui che queste Soste trovano il loro senso più profondo. Non nell’offrire risposte definitive, ma nel rendere visibili persone, pratiche e processi che continuano a interrogare il presente e a costruire possibilità di futuro. Un lavoro che richiede, oggi come all’inizio di questo percorso, ciò che Pascal Gielen aveva posto al centro della vita democratica. Coraggio, desiderio e fiducia. Guts, lust and trust.

NOTE

[1] Primo contributo del percorso di indagine “Soste”: Giuliana Ciancio, Dalle emozioni politiche alle politiche culturali, Letture Lente – AgenziaCult, 8 maggio 2024

ABSTRACT

This concluding essay revisits the reflections developed throughout Soste, a series on emotions and cultural policy conceived and curated by Giuliana Ciancio. Drawing on contributions from researchers, cultural practitioners, artists and policy experts, it explores how emotions shape democratic participation, urban transformation, international cultural cooperation and everyday cultural practices. Moving beyond a purely psychological understanding, emotions are examined as relational and political forces that influence collective action, public debate and the construction of shared futures. Particular attention is given to the interplay between cultural policy and cultural politics, highlighting how temporary alliances, public spaces, commons-based practices, mobility experiences and artistic initiatives create conditions for participation, resistance and social imagination. Through concepts such as semi-public spaces, counter-public spheres and emotional clusters, the essay argues that emotions become political when they connect individual experiences to collective concerns and are translated into practices, institutions and forms of democratic engagement.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI DELLA RUBRICA “SOSTE”:

Lavanderia a Vapore: gli affetti come principi di una coreografia politica

Da vivi. Il miracolo della finitezza. Un progetto culturale e di promozione del Teatro, al di là dei limiti

Prendersi cura: il ruolo delle emozioni nei processi decisionali e di leadership

Moving Borders, quando il corpo diventa confine

Mobilità culturale bene comune, il progetto Ready Steady Go!

Capitali europee e italiane della cultura: una carovana di sogni infranti

European and Italian Capitals of Culture: a caravan of broken dreams

Cultural mobility flows. Mental Health, Well-being and International Cultural Mobility

Politiche culturali condivise. Intervista a Milena Dragićević Šešić, University of Arts in Belgrade

I beni comuni emergenti, le politiche culturali e il diritto alla città 

Premi

La soggettivazione collettiva e la città

Coraggio, desiderio & fiducia (guts, lust & trust)

Dalle emozioni politiche alle politiche culturali

 

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Giuliana Ciancio

Giuliana Ciancio

Giuliana Ciancio è ricercatrice, cultural manager e docente. Da oltre vent'anni si occupa di cooperazione culturale internazionale, politiche culturali e partecipazione culturale, collaborando con istituzioni, fondazioni e reti internazionali. Ha ideato e coordinato festival, progetti europei di ampio respiro e programmi di ricerca, maturando una solida esperienza nell'intersezione tra cultura, ricerca e policy.
È co-fondatrice dell'impresa sociale Liv.in.g e co-presidente e board member di On the Move, la principale rete internazionale dedicata alla mobilità artistica e culturale. Fa inoltre parte del Consiglio dei Soci Fondatori della Fondazione Fitzcarraldo e del Reviewers' Board dell'ENCATC Journal of Cultural Management and Policy.
La sua ricerca si concentra sul rapporto tra cultura, democrazia ed emozioni politiche, con particolare attenzione ai processi di cooperazione e alla giustizia culturale. Interviene regolarmente come relatrice e keynote speaker a conferenze internazionali, ed è autrice di pubblicazioni scientifiche e divulgative, tra cui, più di recente, il volume Call to Action. Politiche culturali per chi naviga tra realtà, neoliberismo e narrazioni pluraliste (FrancoAngeli, 2025).

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