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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
L’innovazione sociale chiede molto ai musei, che spesso però fanno fatica in contesti sempre più de-finanziati. Che fare? Letture Lente propone l’intervento di Francesco Mannino, Officine Culturali, alla conferenza MINOM "Ripensare le museologie in chiave trasformativa: alleanze trans-disciplinari per società più giuste" che si è svolta a febbraio presso l’Università di Catania
© Foto di Austin Chan su Unsplash

Voglio fare una premessa: per tanti anni ho creduto che i musei potessero essere delle nuove leve del riscatto sociale dei territori e delle comunità, tanto da accettare di svolgere per il triennio 2020-2023 il ruolo di coordinatore regionale della Sicilia di ICOM Italia, e di affiancare la professoressa Federica Santagati nel suo corso di museologia in veste di cultore della materia, pur di poter discutere con studenti e studentesse di nuova museologia e impatti sociali dei musei. Ma ora sono un po’ in fuga da tutto questo, quindi spero di non appesantire l’entusiasmo di tutte le persone professioniste che partecipano a questa conferenza MINOM 2024.

Quando un paio di decenni fa ho cominciato a osservare i musei qui in Sicilia, ma anche il patrimonio storico architettonico inteso come prodotto capace di testimoniare l’umanità del passato e di ospitare l’umanità del presente, mi sono chiesto quanto questi musei potessero incidere sulla vita delle persone. C’è probabilmente un impatto conoscitivo, in quei musei che riescono a rendere accessibile il sapere di cui sono contenitori: aumentare il bagaglio della propria conoscenza è un obbligo scolastico, ma anche un bisogno di molte persone, che lo fanno per piacere, studio o lavoro. C’è probabilmente un impatto emotivo, per chi vede nei musei e nel patrimonio culturale una piacevole scoperta.

Ma i dati ci dicono che queste abitudini in Sicilia non sono molto diffuse: in questa regione dell’Italia, una delle più povere dell’Europa, la partecipazione culturale riguarda solo il 15,5% della popolazione, a fronte di una media nazionale del 23,1% (ISTAT BES 2022). Qui solo un minore su cinque frequenta i musei o le aree archeologiche, come ci ricorda Save The Children. Questo ci dimostra che la popolazione è ignorante? No. Questo ci dimostra che l’accesso alla conoscenza attraverso i musei non funziona, e che i musei sono tendenzialmente irrilevanti per la vita dei siciliani. Se ci fermassimo qui, io non lavorerei da 14 anni con uno staff di persone (Officine Culturali) che per professione si occupa di consentire la massima accessibilità alla conoscenza che questo edificio dove ci troviamo, il Monastero dei Benedettini, contiene e può raccontare, grazie ad un intervento pubblico dell’Università di Catania che quasi cinquant’anni fa ebbe un’intuizione geniale e il coraggio di pensare ad un futuro contemporaneo di uso pubblico, educativo e culturale per questo monumento.

Ma io non sono qui per parlare di quello che fa la mia impresa sociale, quanto delle domande che ci facciamo ogni giorno, ovvero se i musei riescono ad avere un ruolo non solo sulla quantità e qualità della conoscenza delle persone, ma anche sulla qualità e sul cambiamento della loro vita, se sono persone – o gruppi sociali – che vivono in condizioni di disuguaglianza ed esclusione e ambiscono a ottenere diritti sociali e civili. E qui in Sicilia molte persone vivono in condizioni di povertà relativa, altre in condizioni di povertà assoluta. La Sicilia è la seconda regione in Italia per povertà educativa dei minori che la abitano.

Adesso però vorrei decostruire un principio che forse appartiene a molte delle persone che partecipano a questo incontro: quando ci chiediamo se i musei possano incidere sulla qualità e sul miglioramento delle condizioni di vita delle persone, probabilmente dobbiamo ammettere che chiediamo troppo ai musei. Sono luoghi accessibili? Sono luoghi inclusivi? Creano dibattito e consapevolezza, oltre che conoscenza? Creano partecipazione civica? Consentono nuove forme di potere dal basso? Permettono alle persone escluse dai processi decisionali dei loro sistemi sociali di diventare cittadini attivi, persone in grado di cambiare la propria vita o quella delle proprie comunità? Dobbiamo ammettere che molti di noi hanno creduto possibile questo ruolo dei musei, e ancora ci credono. Io non voglio dire che non sia possibile, ma vorrei raccontare le mie considerazioni, anche frutto dell’esperienza diretta che ho fatto qui in Sicilia.

Qui da noi il dibattito pubblico, tanto della popolazione quanto spesso delle istituzioni, è soprattutto incentrato sull’impatto che i musei e in generale i luoghi della cultura hanno sul turismo. Qui in Italia si classificano i musei in base a indicatori quali il numero di ingressi e il fatturato, si creano classifiche in base al fatto che essi siano grandi attrattori (turistici) o meno. Penso sia chiaro che se il punto di partenza è questo, arrivare a fare in modo che i musei svolgano un ruolo sociale è una sfida enorme. Già facciamo fatica a fare in modo che i musei abbiano un impatto culturale ed educativo davvero accessibile e su più fronti: quello delle disabilità, quello delle barriere sociali, quello economico. Già facciamo fatica a fare in modo che i musei siano almeno buoni depositi culturali parlanti, capaci di comunicare.

Allora, per andare verso la chiusura di questo breve ragionamento, faccio qui una proposta riguardo un atteggiamento che potremmo assumere, noi persone che ci interessiamo di musei e impatti sociali. Forse potremmo chiedere un po’ meno ai musei, che già fanno fatica a svolgere le loro funzioni basilari, e provare invece a farli diventare dei buoni alleati per quello che succede fuori dai muri dei musei stessi. Lì fuori, fuori dai nostri perimetri, c’è una società civile, ma anche ribelle, che potrebbe giovare moltissimo del lavoro dei musei, soprattutto di quelli più aperti al confronto con la contemporaneità. Movimenti per la lotta alle discriminazioni etniche e razziali, movimenti queer e transfemministi per i diritti civili e umani, movimenti contro la crisi climatica e le sue conseguenze, movimenti sociali per il lavoro, il giusto salario, la casa, la scuola e la sanità pubblica, movimenti per la giustizia sociale. Ci sono scuole, università, centri di formazione che si occupano di milioni di giovani che crescono.

Tutti questi movimenti civili e sociali e queste istituzioni cognitive hanno bisogno di memoria, hanno bisogno di capire cosa è successo in passato, cosa ci ha portato fin qui e perché oggi siamo come siamo. Hanno bisogno di riflettere su ciò che è stato per pensare al futuro, per progettare obiettivi, strategie, azioni; hanno bisogno di leggere nelle opere umane, nelle opere d’arte, di architettura, di ingegno, di uso quotidiano, i segni di scelte umane che possono ispirarli, renderli consapevoli, dotarli di strumenti di interpretazione, di pensiero critico e di autonomia. Hanno bisogno di capire se vale la pena di attribuire valore ad aspetti specifici dell’eredità culturale e, nel quadro di un’azione pubblica, se vale la pena di sostenerli e trasmetterli alle generazioni future, come dice la Convenzione di Faro. Hanno bisogno di trovare nelle tracce della storia, ma anche nel rapporto con le istituzioni museali, i segni di una possibile legittimazione: questo è successo ad esempio con Ultima Generazione, che dalle azioni simboliche nei musei è passata a partecipare ad incontri pubblici con chi li gestisce.

Allora mettiamoci a disposizione per alleanze sociali, che non attribuiscano ai musei super poteri di cambiamento bensì ne facciano dei preziosi strumenti a favore di altri, altri che stanno agendo per il cambiamento lottando contro diseguaglianze e sopraffazioni. Diventiamo i migliori alleati del sistema di istruzione, scolastico e universitario; di istituzioni pubbliche che si occupano di sfide sociali. Diventiamo alleati delle organizzazioni e dei movimenti lì fuori, chiediamogli cosa possiamo fare per loro, se serve più conoscenza o anche spazi, luoghi di socializzazione e relazione. E poi vediamo cosa possiamo fare. Rivendichiamo la crescita delle professioni museali non solo per quanto riguarda la disseminazione della conoscenza, ma anche per la ricerca sulle ricadute che i propri patrimoni, le proprie collezioni, possono avere su movimenti sociali e organizzazioni attive. Che esistano mediatori di comunità, non solo mediatori ed educatori del patrimonio culturale. Le alleanze sono forme di coesione sociale, forse così potremmo ridurre l’ansia da prestazione e diventare finalmente davvero utili, più di quanto non lo siamo già.

ABSTRACT

With this article, the author wants to talk about the social value attributed to museums, perhaps sometimes overestimating the social impacts they can generate. This comes at a time in history when many museums carry out their essential activities with difficulty, especially the smaller ones. After an analysis of the difficulties, and of the legitimate social purposes attributed to museums, it is proposed that they should rather be considered as allies of the social movements that animate the society around them, for educational purposes, memory enhancement, safe spaces. The article is the text of the speech at the MINOM conference “Rethinking museologies as transformative trans-disciplinary alliances for more just societies”, held in Catania, Sicily, Italy in 2024. The conference was a new broad reflection on the social function of museums and on all transformation practices rooted in a debate about the past, for the present.

 

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Francesco Mannino

Francesco Mannino

Francesco Mannino (1973), PhD in storia urbana, lavora a Catania con lo staff di Officine Culturali, l’associazione impresa sociale di cui è co-fondatore, presidente e project manager: con il suo gruppo lavora all’ampliamento sostenibile della partecipazione culturale. Dal 2018 è membro del direttivo Federculture e dal 2020 al 2023 è stato coordinatore Sicilia di ICOM Italia. È consulente di Compagnia di San Paolo e di Fondazione Edison Orizzonte Sociale per l’accompagnamento di progetti a base culturale di contrasto delle diseguaglianze (povertà educative e relazionali).

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