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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Speciale “Lettura e Sviluppo”. Le nuove forme antropologiche delle due attività che segnano la nostra specie: lettura e scrittura. Ormai non sono più funzioni individuali e psicologiche, ma attività industriali, basate sull’integrazione dei nostri sensi con protesi tecnologiche, che connettono pensieri ed emozioni alla gamma dei contenuti della rete. Questo contributo si inserisce nel numero speciale di gennaio che Letture Lente ha scelto di dedicare ai libri e alla lettura. La crisi profonda che il Paese e l’intero pianeta stanno attraversando, tra l’acuirsi delle diseguaglianze e delle tensioni sociali e l’inarrestabile minaccia all’ecosistema, rende sempre più urgente un ripensamento culturale di valori e senso della vita. Un ripensamento di cui i libri sono memoria e terreno di capacitazione e negoziazione. La lettura è una risorsa di prossimità, a bassa soglia, per la promozione di ben-essere individuale e sociale. I dati Eurostat sulla partecipazione culturale segnalano per l’Italia grandi margini di miglioramento. È necessario, quindi, che la consapevolezza del legame tra lettura e sviluppo entri nelle politiche pubbliche, come investimento e driver. In questa direzione il primo numero del 2025 di Letture Lente si rivolge, in particolare, a chi ha in mano le leve del cambiamento, a chi oggi non può non assumersene la responsabilità
© Alessandra Carloni | Ciclo Visionaria - Viaggio nel mondo di Calvino - Zobeide, la città desiderata, olio su tela, 2024 - Le città invisibili - Galleria Dadart, Salerno

LEGGERE E SCRIVERE IN MOVIMENTO

L’avvento di sistemi di intelligenza artificiale conversazionali, come Chat GPT, che troviamo su WhatsApp, oppure Gemini, disponibile su Google, decentra ulteriormente la potenza di elaborazione in termini riflessivi dei dati, rendendola così a portata di pollice, disponibile su almeno un miliardo di telefonini.

Una situazione che ci porta a declinare, contemporaneamente, riflessione e mobilità, pensiero e occasionalità, inducendo così un modello di lettura e scrittura del tutto inedito.

Direbbe Walter Benjamin che siamo al tempo della riproducibilità tecnica di entrambe queste due modalità di attività intellettuale – leggere e scrivere – che, fino ad oggi, con il loro ritmo cadenzato e individuale, hanno sempre distinto, per tutte le persone, il momento dell’elaborazione complessa da quello dedicato al movimento.

Cambia proprio la postura fisica delle attività intellettuali, la propensione dell’essere umano a distinguere tra pensiero e azione. Ci troviamo alle prese con un nuovo e sconosciuto sistema utente che ci consente di elaborare, assimilare e trasmettere i contenuti con una modalità in cui, dobbiamo riconoscere, l’artificiale prevale e orienta il naturale.

È la macchina, nella fattispecie la piattaforma social, che ospita e amplifica il nuovo dispositivo di intelligenza artificiale organizzato per integrare ogni nostro pensiero con documentazione e riferimenti cognitivi, quale sono oggi i sistemi generativi. La macchina detta i ritmi e gli stili comportamentali per poterla usare, ed in questo inevitabilmente scopriamo che è lei ad usare noi, i suoi utenti, abilitando selettivamente parti del nostro corpo che non avevamo integrato nelle attività intellettuali.

“Il cervello è la mano e la mano è il cervello” esemplifica l’anatomista Frank Wilson nel suo testo The Hand: How Its Use Shapes the Brain, Language, and Human Culture (Panteon New York, 1998) ed aggiunge “il cervello non vive dentro la testa, anche se è il suo habitat formale. Esso si apre verso il corpo, e tramite il corpo si apre verso il mondo”.

Leggere o scrivere, mediante apparati digitali, animati da intelligenze artificiali, comporta un uso diffuso del corpo e delle sue attività più di relazione con l’esterno, quali gli occhi e le mani, in termini del tutto discontinui rispetto alla nostra tradizione evolutiva. A cominciare proprio dalle mani che non sono più la catena di trasmissione degli input cerebrali nella scrittura, ma protesi che danno materialità ai nuovi alfabeti compitati tecnologicamente.

“Con questa nuova manualità digitale, che impugna il terminale telefonico per svolgere attività di relazione ed elaborazione anche complesse, siamo tutti condannati ad essere intelligenti”, scrive un grande filosofo, scomparso qualche anno fa, come Michel Serres (Il mancino zoppo. Dal metodo non nasce niente, 2016, Bollati Boringhieri). Parliamo del teorico del concetto di Pollicina, quella funzione tipica delle nuove generazioni che scrivono con il pollice senza smettere di camminare, intrecciando equilibrio fisico a quello mentale, e trasferendo così ad un altro lobo del cervello la guida del rapporto fra mano e testa, che fino ad ora era mediato dalle altre quattro dita.

LA BIBLIOTECA DI BABELE

Ma muta anche il rivelarsi delle due attività, il loro contenuto.

Fino ad ora, possiamo dire che come utenti delle lettere, lettori e scriventi, ci siamo addentrati in magazzini, per quanto vasti, ma finiti. Ognuno di noi ha programmato percorsi di lettura e piani di scrittura che avevano confini ben delimitati. In base a questi propositi abbiamo stimato il tempo da investire nelle due attività.

Questa possibilità di programmare lettura e scrittura, in base ad una disponibilità di tempo e di risorse per procurarci i materiali primari, i testi da leggere e su cui scrivere, è completamente saltata.

Ogni settimana si riproduce l’intera produzione letteraria dell’umanità dall’inizio dell’evoluzione fino al 2010.

Una progressione geometrica non più abbordabile per un singolo intellettuale, e nemmeno per gruppi, per quanto vasti ed organizzati.

Tanto più che la componente contemporanea della produzione, ossia le testimonianze di progressi scientifici o di opinioni tecniche o culturali o ancora di natura politica, rappresentano la porzione prevalente dell’infinitezza di quanto viene scritto.

Pensare di padroneggiare anche quote minime di questa galassia è come svuotare il mare con un secchiello, per usare la metafora che sant’Agostino usava per definire chi si esercitava a voler dimostrare razionalmente l’esistenza o meno del Padre Eterno.

Stiamo entrando per questo nella nuova storia dei riassunti, delle rassegne, delle citazioni, che sostituiscono i testi originali. La necessità di poter avere la percezione di quanto sta maturando anche in un solo campo delle discipline culturali ci impone l’adozione di meccanismi automatici di concentrazione dei contenuti.

Per questo è oggi ordinario affidare alle risorse di intelligenza artificiale lo screening e l’interpretazione di una massa poderosa di dati, e invece concentrare le nostre risorse cerebrali ad armonizzare la riduzione della complessità delle fonti ad un senso comune, ad un fine professionale, ad una ricerca complessa che stiamo perseguendo. Un’operazione che spesso avviene mediante vocalizzazione dei testi e che sostituisce la lettura individuale.

INTELLIGENZA PRECOTTA

In sostanza abbiamo accesso ad un numero di fonti superiori, con l’opportunità di maneggiare ogni tipo di documenti o rapporti, in qualsiasi lingua o territorio siano stati elaborati, considerando però che ne acquisiremo prevalentemente l’abstract, la sintesi, che verrà redatta dal principio attivo dell’intelligenza che consulteremo.

Non condivideremo più un atteggiamento di raccoglimento individuale che abiliti una procedura psicologica intima che ci ha consentito, in passato, di praticare proficuamente lettura e scrittura, ma ci troveremo a praticare in pubblico, esposti a interferenze ed intrusioni, con cui, terminali digitali alla mano, assimileremo istruzioni più che gusteremo emozioni, con le quali archivieremo informazioni o elaboreremo indicazioni. Faremo questo sulla base di semi elaborati, simili ai precotti per l’alimentazione veloce, con cui ritaglieremo collages più che tracciare affreschi.

Uno scenario che può sorprendere, se non sconcertare, ma che appare plausibile in questo stadio dell’evoluzione neurale in cui l’essere umano, selezionato dall’utilizzo di una sequenza progressiva di strumenti tecnologici – dal primo bastone che distinse l’homo erectus dai primati – si trova ora fra le mani un terminale intelligente, come uno smartphone o un tablet che non richiede concentrazione per produrre riflessioni.

L’ORALITA’ ELETTRONICA

Non siamo più vincolati allo schema atavico della lineare B, su cui è fondata la nostra modalità di lettura e scrittura che procedono seguendo un modello appunto logosillabica, dove una sequenza di sillabe determina un flusso di lemmi. Uno schema che abbiamo trasferito con successo alle nostre protesi di intelligenza artificiale che sono state, nella fase del loro svezzamento, addestrate proprio mediante questa progressione lineare di sillabe e lemmi.

Nella nuova fase adolescenziali dei dispositivi generativi, che vivremo nei prossimi 12/18 mesi, lo scambio con noi umani, non più in virtù di semplici prompt, o frugali informazioni, ma con vere e proprie elaborazioni, con la reciproca pretesa di indurre approfondimenti e citazioni a corredo, avviene sempre più per via orale, con la vocalizzazione di concetti e proposte di ricerca.

Il formato dell’audiolibro, cioè di un’opera letteraria complessa che viene trasmessa oralmente, sta integrando, se non superando nella conversazione con i bot intelligenti, l’apprendimento individuale mediante lettura e verifica tramite la scrittura. Oltre le mani anche le orecchie diventano supporti cognitivi.

Ci ricolleghiamo tramite l’oralità elettronica alle fasi iniziali della nostra vita culturale.

Infatti riaffiora la potenza di quella antica forma di trasmissione di contenuti che era la declamazione, che diede vita al teatro come primo, e per largo tempo egemone, media della comunicazione, come ci dice Andrea Tagliapietra nel suo saggio Il Lettore e lo Spettatore (Donzelli editore, 2024).

L’essere umano per gran parte del tratto iniziale della sua civilizzazione, fino a tutto l’ellenismo, faceva coincidere l’atto del leggere con la recitazione del testo ad alta voce, per conto e in nome di un ascoltatore privilegiato. Si leggeva in maniera ancillare, sempre per qualcuno.

A Roma erano gli schiavi che svolgevano questo servizio, identificandosi con uno strumento, una protesi, quale oggi è invece una piattaforma.

A Pompei sono diversi gli affreschi che raffigurano schiavi che leggono ai signori. Un’attività servile quella del lettore che ha impedito, a differenza della scrittura, ai loro praticanti di diventare una professione, o addirittura una casta, come invece è avvenuto per gli scribi in diversi contesti culturali e geografici.

La lettura, in questa fase era parte essenziale della struttura materiale del testo.

Infatti proprio in quanto vocalizzata, aveva principalmente il compito di rendere intellegibili testi che ancora fino al IV° secolo dopo Cristo erano scritti con la tecnica della cosiddetta Scripta Continua, quella forma di scrittura lineare senza stacchi o spazi, che legava ogni parola alla Successiva in un unico serpentone tracciato sulla pagina. Un format che presupponeva che fosse proprio la lettura, in pubblico, ad alta voce, il momento in cui tale linearità indistinta veniva spezzata e resa comprensibile con quelle pause che crearono la necessità della punteggiatura, come riporta ancora il saggio del Tagliapietra che abbiamo già citato.

LA NASCITA DEI LIBRI, E L’IMPATTO SUL SISTEMA SOCIO-ECONOMICO, IN BREVE

Successivamente non sono mancati ulteriori tornanti che ci hanno condotto, in maniera spesso convulsa, da uno stato all’altro delle relazioni comunicative, e quindi dei modi di organizzare la nostra convivenza. Pensiamo a cosa fu, almeno per l’Europa, l’avvento dei caratteri mobili di Gutenberg. Nel XV° secolo, in meno di cinquant’anni dalla scoperta della stampa furono editati 12 milioni di libri, inondando un mercato che prima ne vedeva circolare non più di qualche migliaio.

Anche in quel caso fu il decentramento dell’accesso alla nuova tecnica che mise all’opera intere comunità nazionali e, in poco tempo, trasformò il sistema di circolazione delle informazioni in un nuovo soggetto politico che era l’opinione pubblica, una realtà che diede corpo agli stati nazionali, aprendo così la corsa alla geopolitica contemporanea.

Ma non cambiò solo il potere con la trasformazione dei codici di comunicazione, mutarono i comportamenti sociali e persino l’atto biologico, vale a dire il riflesso istintivo del come leggere e come scrivere.

Ivan Illich, una singolare figura di pedagogo, fortemente critico della deriva meccanica della modernità, in un suo preziosissimo volumetto, Nella Vigna del testo (1996, Raffaello Cortina), descrive dettagliatamente le diverse tappe di questa evoluzione antropologica che lui identifica con la sostituzione della pergamena con i primi volumi copiati a mano fra il XIII° e il XIV° secolo: i testi non sono più scritti a grandi caratteri per essere letti in pubblico, gridati nei borghi, ma aumentano e vengono riprodotti in pagine sempre più fittamente compilate. Un tale volume, ormai simile ad un libro come lo conosciamo oggi, era destinato ad essere consultato individualmente, a bassa voce, per più volte, fino a quando non veniva memorizzato.

Grazie a questo processo di individualizzazione dei contenuti viene mediato e rinegoziato il totalitarismo dei poteri del tempo, in particolare l’uso discrezionale e del tutto pretestuoso di supposte leggi che non trovavano fondamento in nessuna formale deliberazione da parte di quella schiera di signorotti locali che, all’ombra delle gerarchie ecclesiastiche ed imperiali imponevano del tutto arbitrariamente obblighi e consuetudini.

Questo singulto della storia che repentinamente cambia il modo di scrivere e leggere apre la strada ad una nuova stratificazione sociale, accompagnando la nascita di quella borghesia artigiana e commerciale che guiderà l’affermazione del capitalismo moderno.

Con la stampa si industrializza il consumo individuale dei libri e dei primi giornali, un fenomeno che accompagna la privatizzazione dei beni comuni, le famose enclosures, i boschi recintati e sottratti all’uso dei braccianti da parte di un ceto di proprietari terrieri e di commercianti che preludono alla futura borghesia urbana, celebrando il primato della proprietà privata di beni materiali ed immateriali.

Lettura e scrittura si rivelarono un potente vettore ideologico a sostegno di questa forma di relazione economica basata appunto sulla proprietà privata, rendendo inevitabile l’affermarsi del rapporto intimo e personale con i testi, reperibili sempre più a basso costo, e stampati in caratteri sempre più piccoli, in modo da rendere necessaria la luce di una candela sul proprio tavolo da lavoro. Nasceva così la alfabetizzazione di massa, in cui ogni cittadino rivendicava il diritto /dovere a padroneggiare le tecniche di decifrazione delle lettere dell’alfabeto, con la lettura, e della loro riproduzione mediante scrittura.

Il tornio di Magonza, possiamo dire, ha alfabetizzato l’allora primo mondo.

Oggi il computer con il suo linguaggio ipertestuale ha digitalizzato tutto il pianeta, non solo mettendolo a leggere e scrivere ma abilitandone la connettività in rete. Siamo passati, per utilizzare un concetto televisivo, dal broadcasting (da uno a tanti) al browsing (ognuno cerca qualcun altro).

Questa succinta ricostruzione storica delle forme e condizioni che hanno selezionato il sistema di lettura e scrittura che consideriamo unico e immutabile ci dice quanti frammenti di alterità abbiano alle spalle e quanto possano ancora cambiare tali funzioni.

VERSO LA NUOVA MEDIAZIONE ALGORITMICA

Sono cambiate prima e stanno cambiando ora la logica e la titolarità della creazione dei testi, che diventa sempre più provvisoria e pluralista, mediante i continui rimaneggiamenti che ogni utente può apportare in rete.

La pagina, il libro, il giornale, o il video, diventano pretesti per una conversazione fra autori e lettori che si scambiano permanentemente i ruoli.

Questo brusio creativo che genera poi l’opera artistica è mediato e ordinato da tecniche semantiche che smistano, memorizzano, integrano e indicizzano ogni forma espressiva, assistendo gli utenti nella consultazione.

Si determina quella cooperazione fra l’essere umano e il sistema utente che altera irrimediabilmente le funzioni sensoriali.

Un concetto che nel nostro paese viene intuito e rappresentato brillantemente dai futuristi che, a cavallo della prima guerra mondiale, trascinano il sonnolento e provinciale dibattito culturale nazionale nell’agone di una trasformazione radicale della creatività artistica, non dissimile, per impatto traumatico, a quanto sta accadendo in questi lustri.

Affiora in quei primi anni del XX° secolo una contaminazione progressiva fra le tecniche di realizzazione delle opere, i linguaggi di espressione delle stesse e i modi di fruirne. Esattamente quella convergenza che nel processo creativo oggi giunge ad una delle fasi di massima applicazione con la rimodulazione di ogni forma di relazione e comunicazione alla luce della mediazione algoritmica.

FUTURISMO, HOLLIWOOD E LA CATENA DI MONTAGGIO

Come afferma nell’introduzione che precede il saggio di Filippo Tommaso Marinetti Lo Splendore Geometrico e Meccanico e la sensibilità numerica (2023, La Vita Felice Editore) Tommaso Di Dio “…a partire dal Novecento fra il sogno dell’artista e quello dell’ingegnere, fra il sogno di un mondo antropizzato, secondo i criteri dell’efficacia e dell’utilità, e l’opera d’arte, c’è una solidarietà terribile, inconfessabile, che forse nessuno dei due vorrebbe ammettere fino in fondo e che qui [nel Futurismo, NdR] invece si dichiara esplicitamente”.

Questa solidarietà fra artista e ingegnere oggi la ritroviamo sotto forma di una costante evoluzione delle strutture semantiche di ogni espressione letteraria, sia essa finalizzata alla produzione di informazione o di narrazioni o ancora di semplice scambio sociale, a partire dalle funzioni basiche di queste espressioni letterarie quali sono la lettura e scrittura che contraddistinguono la specie umana.

Intendiamo per evoluzione, come abbiamo già visto sopra, quella nuova modalità tecnologica, supportata da dispositivi digitali che, incrementando la quantità e specializzazione dell’atto di leggere e di scrivere, ha trasformato l’attività intellettuale degli esseri umani.

A sua volta il movimento fondato da Marinetti è la conseguenza diretta dall’avvento nel mondo occidentale di quel fenomeno segnato, contemporaneamente dal fordismo industriale e dalla pervasività delle fabbriche culturali che oggi chiamiamo semplicemente capitalismo moderno.

Il Futurismo, nella interpretazione che ci propone ancora Di Dio coglie un passaggio che oggi possiamo meglio soppesare e valutare.

Scrive ancora il prefatore al testo già sopra citato “ è la macchina la nuova musa della poesia futurista, ovvero è la tecnica umana a dettare la poesia, non più l’alterità celeste del Nume”, e aggiunge poi per farci bene intendere l’assonanza prodromica con quanto oggi sta accadendo “ la velocità e la simultaneità della vita tecnologica sono, secondo Marinetti, modificatori della nostra sensibilità a tal punto che l’umanità si potrà trasformare per sempre in una perpetua zona di vita intensa”.

La vecchia Europa, siamo appunto nel passaggio fra 800 e 900, è investita in pieno da quell’ondata americana composta dalla catena fordista e i sogni di celluloide hollywoodiani, una miscela che travolge ogni decadente illusione di prolungare il tempo della Bella Époque, ed inizia a reimpaginare, deformandole, le forme artigianali del pensiero con le nuove modalità di comunicazione intensificate da procedure artificiali quali il telegrafo, la radio e macchine da scrivere.

La pagina comincia ad essere elaborata da nuovi alfabeti che vengono compitati e trasmessi mediante vettori elettrici che danno una forza e un’ambizione diversa alle attività umane che cominciano ad ambire ad un’individuale universalità, alla possibilità per ogni singolo essere umano di potersi collegare con l’intero pianeta, di cui può conoscere e usare prodotti e culture.

Opportunamente la recente mostra romana del Futurismo collega Marinetti, Balla Boccioni Depero con Guglielmo Marconi, codificando una continuità e una mutua ispirazione fra l’ingegnerizzazione della creatività e l’elettrificazione della parola.

Uno shock per molti versi ancora più deflagrante di quello che oggi stiamo vivendo con la miniaturizzazione dell’intelligente artificiale.

NUOVA MEDIA, NUOVI UTENTI

Frederick Nietzsche dinanzi ad una delle prime monumentali macchine da scrivere commenta “sento che questo marchingegno condiziona il mio pensare”. È l’epigrafe di quanto sta accadendo: le forme condizionano i contenuti. Il come elaborare diventa più rilevante del cosa elaborare.

Una reazione che ci troviamo oggi ad esprimere quando il nostro telefonino ci parla, trasmettendoci percorsi analitici e informazioni complesse.

Proprio l’avvento della macchina da scrivere, introdotta in Italia da Camillo Olivetti che trasforma la sua impresa di sistemi di misurazione per impianti industriali in una pionieristica fabbrica di marchingegni per scrivere, appunto, simboleggia quel fenomeno di riorganizzazione delle attività intellettuali che oggi ha portato alla completa smaterializzazione di ogni produzione.

Cambiano i codici e gli alfabeti della comunicazione scritta e compaiono, con sempre più insistenza, modalità che attribuiscono ruoli e responsabilità diverse ai destinatari del messaggio, riducendo quelli degli autori.

Qualche decennio dopo, negli anni ‘60, uno straordinario sensitivo della mediamorfosi in corso, Marshal Mc Luhan, ci consegna oltre che il senso di quanto sta accadendo, gli scenari di quanto accadrà. Prima spiega che “Dopo l’avvento dell’energia elettrica il nostro sistema nervoso centrale viene tecnologicamente esteso fino a connetterci con tutta l’umanità. Con una repentina implosione concentrica il mondo è stato ridotto ad un villaggio in cui non è possibile ignorare le minoranze. L’era elettrica è caratterizzata dall’aspirazione alla totalità nella consapevolezza in profondità: se l’era meccanica che ci ha preceduti ha espresso la forte asserzione di opinioni personali, la nostra epoca esprime la ribellione contro gli schemi imposti” (Gli Strumenti del Comunicare, 1964). Poi sintetizzerà la principale tendenza dell’imminente svolta digitale integrando il suo più noto aforismo – il medium è il messaggio – con la versione, ancora più preveggente che “l’utente è il messaggio”.

Del resto la pervasività che in pochi anni assume il macchinismo – sia nella versione imponente del vapore, sia successivamente in quella più distribuita dell’elettricità – richiama un proprio linguaggio tecnico e promuove la necessità di una letteratura tecnica, codificata dagli esperti, da quelle figure emergenti che sono gli ingegneri, i nuovi sciamani del nuovo tempo automatico.

Si legge e si scrive più velocemente, con un continuo scambio di istruzioni o comunicazioni lungo la nuova scala sociale.

Si accorciano i tempi di validità di un testo che viene sempre più velocemente integrato e sostituito.

Si afferma una lettura, e una relativa scrittura, più rapida e continua, con format concentrati, sintetici, o comunque più agili, che spingono la circolazione delle idee, individuando le prime modalità di networking.

Aumenta, come abbiamo visto all’inizio, la quantità di nozioni che bisogna padroneggiare: i confini del mondo coincidono con l’insieme del pianeta, le modalità di movimenti e di connessioni aumentano, si formano comunità globali, scientifiche, culturali, religiose, e politiche: si scrive di più, e si deve leggere più convulsamente.

Sullo sfondo di queste tecniche editoriali, di queste nuove artigianalità dell’apprendimento, scorgiamo i contorni di un nuovo patto sociale che, nella società della conoscenza, deve sostenere un adeguato assetto della democrazia in cui equilibrare il potere di chi può autoprogrammare gli accessi ai testi e chi invece si trova sulla soglia di ricapitolazioni automatiche.

IN CONCLUSIONE

Se la conoscenza si sta riformulando mediante una nuova organizzazione degli atti fondamentali del sapere come sono fino ad ora state la lettura e la scrittura, che vengono riordinate dall’intermediazione di apparati e dispositivi computazionali che aggregano e distribuiscono imponenti quantità di informazioni, allora è proprio sulla struttura di queste macchine che si deve socialmente intervenire, preservandone i vantaggi nell’adeguare la limitatezza della natura umana all’infinita produzione di contenuti, ma neutralizzando la rendita che premia chi all’origine di questa intermediazione è in grado di modularne intensità e inclusività.

Sapendo che abbandonando la linearità di scrittura e lettura sillabiche per maneggiare i sistemi automatici della riproduzione semantica mediante calcolo ci troviamo comunque oltre la frontiera che separa l’umanità come è stata da quella che sta divenendo.

Ci dice il preveggente antropologo francese Leroi-Gourhan che già negli anni 70 lavorò proprio sulle prime avvisaglie di tecnicizzazione delle funzioni umane che “la macchina costituisce certo un vantaggio sociale molto importante, ma non ci lascia altra opzione di rinunciare a rimanere sapiens, per diventare forse qualcosa di meglio, ma certamente qualcosa di diverso” (Il gesto e la parola, Einaudi Editore, 1977, Torino)

Nello spazio fra qualcosa di meglio e qualcosa di diverso si contende il controllo della prossima evoluzione.

ABSTRACT

The more artificial intelligence devices become manageable—in the most literal sense of the word—the more they interfere with the very morphological and physiological structure of the individual. We are particularly in the midst of a reorganization of the ways we read and write. These two quintessential functions of our intellectual activity are increasingly slipping away from individual and psychological practice, becoming industrial activities. In this context, individuals rely on technological prostheses that enhance our ability to collect, select, curate, and process texts, regardless of the language in which they were produced. We have now reached the point of delegating to algorithms the organization of our instantaneous libraries, which are doubling in size every day.

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Le immagini di copertina dello Speciale “Lettura e Sviluppo” di Letture Lente sono tratte dal progetto “Visionaria” di Alessandra Carloni, un ciclo di opere ispirate ad alcuni dei racconti di Italo Calvino – dal Barone Rampante a “Marcovaldo” fino alle “Le città invisibili” – presentate in una mostra a Palazzo della Cancelleria a Roma a Maggio 2024, curata dalla Galleria Dadart e con la curatela di Daniela Pronestì. Alessandra Carloni, nasce a Roma nel 1984, dove vive e lavora. Si diploma all’Accademia di Belle Arti di Roma nel 2008 e si laurea nel 2013 in Storia dell’arte contemporanea presso la Sapienza, Università di Roma. Dal 2009 inizia la sua attività come pittrice e artista, esponendo in personali e collettive in gallerie di Roma e in altre città italiane, vincendo diversi premi e concorsi. In parallelo inizia la sua attività anche come street artist, realizzando opere murali in diverse città e borghi italiani e all’estero, vincendo premi e riconoscimenti.

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Michele Mezza

Michele Mezza

Michele Mezza, giornalista, saggista e docente universitario. Una lunga carriera in Rai, prima ck e inviato all’estero (Urss e Cina) poi come responsabile di sviluppo di progetti tecnologici. Fra l’altro ha ideato e realizzato il progetto del primo canale All News della Rai, Rainews24. Ora insegna epidemiologia sociale presso l’Università Federico II di Napoli.Collabora con Testate e Blog fra cui Huffington Post. Dirige la comunità digitale Mediasenzameditori.org. Ha scritto vari testi fra cui, sempre per l’editore Donzelli, Avevamo la Luna (2013), Algoritmi di Libertà ( 2016), Il contagio dell’Algoritmo ( 2020), Caccia al Virus, con Andrea Crisanti, nel 2021; ed infine Net War ( 2022).

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