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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Per continuare il percorso sulla funzione delle emozioni nei processi culturali, democratici e politici, questa nuova “sosta” offre la prospettiva dell’ex assessore all’Urbanistica e ai Beni Comuni al Comune di Napoli, Carmine Piscopo. Piscopo pone attenzione alla sfera del “Comune”, alla sua valenza trasformatrice dello spazio pubblico e, a partire dalla sfera emotiva della soggettivazione collettiva, pone le coordinate teoriche e normative per esplorare il concetto di Città Collettiva. “Soste” è un nuovo spazio di riflessione e approfondimento corale di Letture Lente su sfide emergenti. Il percorso di indagine sul ruolo delle emozioni ‘politiche’ nei processi decisionali culturali è ideato e curato da Giuliana Ciancio, ricercatrice, cultural manager, curatrice e docente, attiva nei contesti della cooperazione e delle politiche culturali in ambito europeo e impegnata nell’analisi critica della funzione delle emozioni nelle negoziazioni politico-culturali a livello locale e transnazionale
© Foto di Michał Bińkiewicz su Unsplash

CITTÀ PUBBLICA E CITTÀ COLLETTIVA: Universum e Multiversum

Se una lunga tradizione di studi ci consegna l’immagine della Città Pubblica come un Universum governato da Istituzioni (secondo principi di imparzialità, equità e amministrazione del patrimonio dei cittadini), la Città Collettiva è lo spazio di quanti abitano e attraversano ogni giorno la città, con il proprio carico di attese, immaginazioni, bisogni, perfino di conflitti. Un Multiversum cangiante, che assume dentro sé proiezioni e contraddizioni della città e ne chiede il cambiamento, secondo indirizzi condivisi, che da sempre legano l’esistenza dei luoghi alla collettività. Così la città collettiva risale le radici della sfera pubblica per orientarne politiche, dialettiche, attuazioni e guarda al fiorire di Nuove Istituzioni, quali luoghi democratici aperti alla sfera della decisionalità tutta. Ovunque tale spinta sia stata accolta senza pregiudizi e nelle sue espressioni autentiche, essa ha mostrato quanto il suo apporto abbia concretamente dato vita all’elaborazione di un pensiero progressivo, insieme con realizzazioni di progetti e di opere, le cui forme e ragioni appaiono profondamente mutate rispetto alle previsioni iniziali formulate in seno alla sfera pubblica.

WHAT’S THE CITY?

“What’s the city but people?”, fa domandare William Shakespeare ad un tribuno nel Coriolano (a.III, sc.1), rilanciando, quel pensiero latente, mai sopito, che di una Città non vede le sue sole mura, quanto, anche, il portato della sua soggettivazione collettiva.

E cos’altro è l’Amministrazione pubblica se non il campo ove trovano ideazione e attuazione le fondamentali espressioni dei diritti essenziali delle collettività, insieme con un quadro di proiezioni en avant?

Se da questo incontro, nella Città di Napoli, si sono generati numerosi atti volti all’affermazione dell’interesse collettivo e dell’utilità sociale, altrettanto la sfera della soggettivazione collettiva ha potuto riconoscere lo spazio di una nuova dimensione, entro cui hanno preso vita progettualità da sempre vive, insieme con immagini biografiche della vita della città, divenendo espressive della sfera del “Comune”. Un processo, questo, di natura complessa, che trova riferimento in una estesa letteratura, sulle concrete realizzazioni di spazio politico, urbano e di influenza delle politiche culturali. Dall’attivazione dei percorsi di neo-municipalismo, alle consulte, agli audit, agli osservatori, all’istituzione di luoghi di assemblearismo democratico fondati sulla partecipazione diretta, sul confronto e finalizzate alla formalizzazione delle scelte: è, questo, il terreno del fiorire delle Nuove Istituzioni. Queste sono il risultato di un processo di costruzione di nuovi luoghi, attraversati dalla passione e determinazione di collettività agenti entro percorsi volti a definire un nuovo metodo inerente alla sfera della decisionalità1. Quando si parla di decisionalità, ci si riferisce non a una generica cessione di sovranità, ma alla costruzione di uno spazio politico diverso, un quadro più ampio di rispetto di reciproche autonomie, passioni, immaginari. È qui, che la Città Collettiva propone un patrimonio di forme inedite a partire dal terreno delle condivisioni, oltre il cortocircuito derivante dal sovrapporsi di conflitti di competenze.

IL CASO NAPOLI

È alla luce di questi principi, che la Giunta de Magistris, sin dal suo insediamento (2011), si è incentrata nell’individuazione di percorsi amministrativi tesi a dare forza a un dibattito etico, civile, giuridico, ambientale, fortemente imperniato sulle forme d’uso del patrimonio pubblico, per il prevalente interesse collettivo. Un percorso, nel quale sono confluiti, nel tempo, numerosi contributi di esperti ed esperte in ambiti come quello giuridico, artistico, delle professioni culturali, della ricerca nazionali e internazionali. Tra i tanti, va ricordato il fondamentale contributo di Stefano Rodotà, Presidente della Commissione Beni Comuni, come di Paolo Maddalena, Vicepresidente Emerito della Corte Costituzionale, insieme con gli apporti di estese e ramificate reti di ricercatori e ricercatrici formali e informali nazionali e internazionali, a partire dalla rete costituitasi attorno ai beni comuni innervate da studiosi/e, attivisti/e, artisti/e, citymaker, practitioner, che animano lo spazio delle pratiche e il dibattito delle città. Una gran mole di studi confluiti in atti amministrativi e in delibere (tradotte poi in diverse lingue), che hanno riattraversato il corpo del patrimonio pubblico, rileggendo le sue relazioni con le Istituzioni e le collettività e aprendo squarci significativi sul legame inscindibile tra luogo e collettività, come, in senso giuridico, sulle relazioni tra Stato, Comunità e paesaggio. È qui, che la categoria dei “beni comuni”, intesi quali beni sottratti all’uso esclusivo di parte, al mancato uso sociale, e funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali delle collettività, diviene centrale.

USI CIVICI, REDDITIVITÀ CIVICA E RIGENERAZIONE URBANA

Non senza difficoltà, attraverso delibere costituzionalmente orientate, il Comune di Napoli ha inteso riaffermare la “proprietà” collettiva del patrimonio pubblico, in uno, con il proprio paesaggio. È il caso, ad esempio, dell’ex Asilo Filangieri, dove una collettività intera ha fatto da apripista nel riaffermare il valore della “cultura bene comune”, dando vita, in un percorso anche conflittuale con l’Amministrazione, a luoghi di elaborazione artistica e di produzione culturale non esclusiva. O, del complesso dismesso dell’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Sant’Efremo Nuovo, come dell’ex carcere dismesso dell’ex Filangieri, come, ancora, dell’ex Ospedale Militare sito nei Quartieri Spagnoli, dove in modo diverso in ognuno di questi casi numerose associazioni insieme con le comunità di abitanti e l’Amministrazione hanno dato vita a piani congiunti come il Piano di Azione Locale del già citato ex Ospedale Militare. Questi sono solo alcuni percorsi, le cui destinazioni non potevano che essere indirizzate verso una “ripubblicizzazione” del bene –concetto, questo, singolare per un bene pubblico, per sua natura inalienabile – ma non per un bene culturale, nella sua piena restituzione alla collettività. Divenendo, così, luoghi di redditività civica, di elaborazione del pensiero, di formazione artistica, di produzione culturale, oltre che di produzione di socialità. In breve, una riaffermazione della nozione di pubblico, di collettivo e di “comune”, costruita attraverso una rete di relazioni con i luoghi, le cui tracce, riconoscibili, hanno nel tempo strutturato stratificazioni di forme e di immaginari profondi nelle nostre città e territori. Questo ha riguardato luoghi essenziali per la vita delle collettività, quali, ad esempio, l’area di Scampia, con le sue Vele, o la trasformazione dell’ex area siderurgica di Bagnoli-Coroglio, o, ancora, del lungomare di Napoli, dei quartieri dei Vergini, Cristallini e Sanità, del waterfront cittadino, o dell’ex area Nato, luogo di logistica militare, da sempre negato alle collettività, nel suo rendersi nuovamente disponibile.

Casi, questi, che hanno richiesto, a partire dalle istanze poste dalle stesse collettività, l’attivazione di nuove forme di pubblicizzazione e di nuovi strumenti per la partecipazione, superando le forme consolidate, in favore di una rappresentanza diretta, con opportuna reciproca pubblicizzazione presso i luoghi che via via si aprivano alle trasformazioni. Un insieme complesso di azioni, che ha portato alla definizione di Osservatori e di Audit con compiti precisi (ratificati anche in sede di Consiglio comunale), tavoli di lavoro aperti a esperti sollecitati anche dalle collettività con confronto pubblico, assemblee plenarie con Enti, Università e Istituzioni, momenti di approfondimento e di scrittura congiunta degli atti da approvare. Alternando, di volta in volta, il luogo dell’incontro: dalle piazze alle aule del Consiglio, ai luoghi riconosciuti dalle collettività, alle sale municipali, ai parchi pubblici, alle sedi istituzionali e delle direzioni centrali, fino a Montecitorio, dove anche si sono svolti incontri congiunti con i diversi Governi che si sono succeduti nel tempo.

“COSA VUOLE SCAMPIA? TUTTO! Le assemblee territoriali che hanno preso vita a Bagnoli, a partire dal 2015 hanno dimostrato con chiarezza quanto la città fosse contraria al commissariamento di più di 300 ettari di territorio cittadino prospiciente sul mare, che il Governo, attraverso l’art. 33 della cd. Legge “Sblocca Italia”, aveva decretato. Attivando, così, insieme con l’Amministrazione, un complesso di azioni, culminate, con l’Ordinanza del Consiglio di Stato e la pronuncia della Corte Costituzionale e decretando la necessità di un piano coordinato con le rappresentanze democraticamente elette e con le collettività di riferimento. Processi, questi, avvenuti non senza attraversare la conflittualità tipica di spazi di vertenza e di riflessione comune. Giungendo, così, alla definizione di un Programma di Risanamento Ambientale e di Rigenerazione Urbana approvato dai Ministeri competenti e ratificato dal Presidente della Repubblica, nel 2019.  Analogamente, le assemblee territoriali originatesi nei quartieri di Scampia, in uno con l’Università e l’Amministrazione comunale, hanno prodotto la redazione di progetti, poi finanziati e messi a gara, di cui le collettività si sono sentite realmente autrici. Percorsi, questi, che hanno dovuto fare i conti con la rabbia, il senso di abbandono e di impotenza di intere collettività, nel loro sentirsi soggetti anonimi di sforzi, di privazioni, di condizioni di invivibilità, originatesi già dagli anni ’80, a partire dalle prime proteste portate avanti dal “Comitato Vele” e dal “Popolo delle Vele”. “Siamo sognatori abusivi!” è lo slogan che ha accolto l’Amministrazione comunale, nel varcare i confini dello spazio abitato delle Vele e le soglie dei suoi “mostri di cemento”. Per registrare, ancora, quanto la medesima collettività, che le narrazioni dominanti avevano assoggettato per sempre a quelle di Gomorra (“non siamo uno zoo!”), abbia saputo generare, con forza e determinazione, una centralità umana ed esistenziale, lontana dagli incantesimi del tempo sospeso. L’abbattimento della Vela Verde, nel 2020, l’approvazione dei progetti esecutivi relativi alle altre tre Vele, insieme con un articolato complesso di progetti riguardanti la rigenerazione dell’intera area, che hanno visto anche l’inaugurazione del nuovo Dipartimento universitario di Scienze Infermieristiche, hanno segnato un punto davvero alto nell’implementazione delle politiche pubbliche, nel rafforzamento della coesione territoriale derivante da tali percorsi innervati, nella valorizzazione dell’immaginario collettivo, come nella concreta realizzazione di progetti di rigenerazione urbana. All’interno di tali processi, ogni vertenza, figlia di radicalità, come ogni senso di abbandono percepito dalla collettività da parte delle Istituzioni, hanno potuto trovare spazio entro politiche innervate di relazioni comuni, di immaginari condivisi e di dinamiche agenti.

LA PARTECIPAZIONE AL PIANO URBANISTICO COMUNALE E L’USO TEMPORANEO DELLE ATTREZZATURE PUBBLICHE

L’insieme delle questioni sin qui affrontate hanno trovato un ulteriore rispecchiamento nel “Documento di Indirizzi” e nel “Preliminare-Documento Strategico” del Piano Urbanistico Comunale di Napoli, approvati, rispettivamente, nel 2020 e nel 2021. Il lavoro condotto in materia di beni comuni trova, così, nel Documento Strategico del Piano Urbanistico Comunale (dal titolo, “Città, Ambiente, Diritti, Beni Comuni”) un proprio assetto e una propria codificazione, sulla scorta di un lungo dialogo condotto dall’Amministrazione con le Assemblee e con l’Osservatorio Permanente sui Beni Comuni e i percorsi di Neomunicipalismo della Città di Napoli. Percorsi, questi, che ancora oggi rilanciano, su scala nazionale, la necessità di un aggiornamento giuridico in materia di “Commons”, come peraltro sollecitato da più parti.

Va ancora qui segnalato il lungo lavoro istruttorio e di partecipazione collettiva confluito nell’approvazione della delibera del 2017 per l’uso temporaneo di attrezzature pubbliche dismesse, senza modifica della destinazione urbanistica, finalizzata alla valorizzazione del patrimonio pubblico non utilizzato o in stato di abbandono. Essa fissa indirizzi e azioni relativi alla creazione di Comunità civiche urbane, alla sperimentazione di usi temporanei, alla fruizione di chiese del Centro storico non più adibite al culto, alla creazione di Comunità agricole temporanee per i giovani e orti didattici sociali e di quartiere, alla realizzazione di nuove forme dell’abitare collettivo, per l’accoglienza a rotazione di persone e famiglie.

Il lungo percorso iniziato nel 2011, tra i suoi successi, difficoltà, trova nel corpus delle Delibere dei Beni Comuni il suo perno più significativo, secondo principi e indirizzi largamente percepiti in Europa. Come, ad esempio, nella Convenzione Europea del Paesaggio (Firenze 2000), che dispone ad asse centrale del discorso valori comunitari, secondo cui l’identità di un luogo non è data da valori astratti, quanto, piuttosto, dal riconoscimento dei valori che le collettività di riferimento danno di quei medesimi luoghi. Un approccio, questo, dell’Europa, che vuole ulteriormente sottolineare la necessità di definire, nelle politiche pubbliche, assetti coerenti tra il piano delle scelte amministrative e i valori che legano le comunità a un luogo. Principio, questo, ulteriormente ribadito dalla Corte di Cassazione, allorché individua, attraverso precisi richiami, la necessità di operare un passaggio dallo Stato-Apparato allo Stato-Comunità. Per quanto complesso da affrontare, tutto ciò, e non privo di ostacoli, si ritiene che entro tali nodi si renda una maggiore possibilità di incontro (per non dire di convergenza) tra due diverse sfere: la pubblica, con il proprio carico di azioni amministrative e di attese politiche, e la collettiva, nel suo portare avanti, in forma di soggettivazione, idee, immaginazioni, come un portato che spesso viene da lontano e innerva passioni ed emozioni. È qui, che la vertenza si può trasformare in dialettica politica, e la rabbia, derivante dall’isolamento e dal senso di impotenza, in impegno civile costruttivo.

STAGIONI POLITICHE E PRINCIPI GIURIDICI

Se numerosi appaiono ancora i nodi da sciogliere e se ogni stagione politica necessita di revisioni, messe a punto, trasformazioni, perfino cambiamenti di direzione, il dibattito che si va oramai diramando e stratificando a partire dalla città di Napoli indica con chiarezza principi giuridici, etici, civili, amministrativi, politici che sollecitano la sfera dei “beni comuni”. Al centro, sono il superamento della pianificazione autoreferenziale, il potenziamento dell’immaginario collettivo, l’attraversamento democratico degli spazi di conflitto, l’uso condiviso dei nostri beni e la salvaguardia del nostro ambiente che insieme compongono l’idea di città collettiva. E, con essi, il nostro futuro e il respiro delle generazioni che verranno.

NOTE

Per una trattazione più esaustiva, si vedano, tra gli altri, i due volumi a firma di Carmine Piscopo e di Daniela Buonanno, “La Città Collettiva. Esperienze” e la “Città Collettiva. Riflessioni”, LetteraVentidue, Siracusa 2024. Ancora, cfr. P. Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani, Donzelli, Roma 2014; G. Micciarelli, Introduzione all’uso civico e collettivo urbano, in “Munus”, 1, 2017; N. Capone (a cura di), Rapporto sui beni comuni a Napoli, Istituto Italiano di Studi Filosofici, Napoli 2021.

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ABSTRACT

During the decade spanning 2011-2021, the City of Naples placed a complex policy at the heart of its administrative agenda aimed at safeguarding common goods. These goods are integral to exercising essential community rights, engaging with the diverse needs, aspirations, and visions of the Collective City. This article details the efforts of a transformative journey that shifted the emphasis from the notion of “public” to “collective,” encompassing initiatives ranging from protecting public water resources and defending the territory and environment to socially enhancing heritage values and transforming urban landscapes. Additionally, cultural policies and participatory management were prioritized. Naples, pioneering in Italy by establishing the first Department of Common Goods, propelled the sphere of the “Common” as a natural manifestation of the Collective City. This text outlines the coordinates of this initiative by describing the notion of the Collective City and the new tools adopted to foster collective decision-making through close collaboration with communities.

 

Carmine Piscopo è Professore Ordinario in Composizione architettonica e urbana presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Autore di saggi e articoli sull’architettura e la città, tra le sue pubblicazioni, La Città Collettiva (Siracusa 2024), Diritto alla Città e Spazi Collettivi (EU 2019); Proprietà, Beni Comuni e Democrazia. Il caso Napoli (EU 2018); Il progetto Bagnoli (Milano 2018); Restart Scampia (Roma 2018); Architecture and Commons. The Prospect of Civic Use (Roma 2017); La Città, macchina desiderante (Roma 2012); Architettura: la macchina dall’infinita resistenza (Napoli 2011). Assessore, dal 2013 al 2021, all’Urbanistica e ai Beni Comuni al Comune di Napoli, ha ricoperto la carica di Vice Sindaco del Comune di Napoli.

 

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