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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
All’interno della collaborazione editoriale con Hangar Piemonte, questo mese ospitiamo una riflessione sul tema della partecipazione, a partire da alcune domande di fondo: come possiamo rimuovere gli ostacoli che compromettono la partecipazione di tutte e tutti? Quali innovazioni (giuridiche, amministrative, normative) possono favorire un impegno civico più inclusivo?
© Foto di João Marcelo Martins su Unsplash

La relazione tra partecipazione, rappresentanza e democrazia è apertamente in crisi: l’aumento dell’astensionismo elettorale, da un lato, e il radicarsi di forme di maggioritarismo estremo al potere, dall’altro, contribuiscono a minare la legittimità della democrazia rappresentativa (Levitsky e Ziblatt, 2018).

Eppure, se la partecipazione democratica è in difficoltà in tutto il mondo, in molte società democratiche stanno emergendo nuove forme di partecipazione civica che interpretano il concetto di partecipazione oltre lesercizio del (solo) voto.

Assistiamo da decenni all’espressione di un nuovo impegno civico che trova spazio sia nelle forme consultive tipiche della democrazia deliberativa (udienze pubbliche, giurie cittadine, bilanci partecipativi; Girard e Le Goff, 2010) che, soprattutto, nelle pratiche di attivazione dal basso che ruotano intorno alla cura dei beni comuni (Bollier e Helfrich, 2019).

Si tratta di una nuova ‘partecipazione al fare’, complementare alle tradizionali forme di ‘partecipazione al decidere’ e animata da una cittadinanza sempre più attiva, che ha voglia non solo di esprimere la propria voce, ma di impegnarsi in azioni concrete per affrontare questioni di interesse pubblico (Gallent e Ciaffi, 2014).

Una nuova concezione di democrazia prende forma attorno al rinnovato protagonismo della società civile. In Francia la chiamano ‘democrazia contributiva’ (Blanc, 2016), per indicare che chi si attiva in prima persona non ha solo l’esigenza di essere coinvolto nelle decisioni pubbliche, ma anche il diritto di ‘contribuire’ al miglioramento della società.

Qualcuno l’ha addirittura chiamata ‘democrazia riparativa’, a partire dalle pratiche di giustizia riparativa (Sullivan e Tifft, 2007) che hanno lo scopo di ripristinare la relazione tra individui (in particolare vittime e autori di reato in un contesto di giustizia penale), implicando forme di riparazione ‘attiva’ che cercano la ‘riconciliazione del conflitto’ (Zehr, 2015). Così la democrazia riparativa presuppone che queste tecniche possano avere valore anche a livello collettivo, vale a dire in contesti che hanno l’opportunità di coinvolgere gruppi e comunità (Hendriks e Dzur, 2021), contribuendo a ricostruire il legame ‘spezzato’ tra cittadini e istituzioni pubbliche.

CHI PARTECIPA? COME? BARRIERE STRUTTURALI E PROCEDURALI CHE (RI)PRODUCONO LE DISUGUAGLIANZE NELLA PARTECIPAZIONE

La partecipazione civica ambisce ad includere tutti gli interessi, i valori e i punti di vista in gioco; eppure, nella pratica, i cittadini attivi non sono mai perfettamente rappresentativi di tutte le fasce della popolazione. La capacità (e le possibilità) di attivarsi sono distribuite in modo diseguale nella società, o meglio, non sono distribuite in modo casuale, ma sistematicamente sbilanciate a favore di quei cittadini privilegiati in termini di reddito, istruzione e risorse personali (Lijphart, 2006).

Le barriere strutturali che impediscono ad individui e gruppi specifici di partecipare pienamente alla vita sociale, economica e politica (Dennis, 2005) riproducono le disuguaglianze sociali che caratterizzano le nostre società democratiche nel contesto della partecipazione civica (Lijphart, 1997). Allo stesso modo, i cittadini possono sentirsi esclusi dalle modalità stesse con cui sono organizzate le opportunità di partecipazione: protocolli formali e prassi processuali che possono far sentire i gruppi interessati, nel complesso, distanti dal sistema democratico. Questa forma di emarginazione viene detta procedurale, si aggiunge alle altre forme di esclusione sperimentate dai cittadini e può minare la legittimità delle istituzioni e delle pratiche partecipative.

Come rimuovere, dunque, gli ostacoli che compromettono la partecipazione di tutte e tutti? Quali innovazioni (giuridiche, amministrative, normative) possono favorire un impegno civico più inclusivo?

COSA STA SUCCEDENDO IN ITALIA? MIGLIAIA DI PATTI DI COLLABORAZIONE DAL 2014 AD OGGI

L’Italia, in questo senso, è un interessante caso studio. Nella primavera del 2014 è stata presentata a Bologna una vera e propria invenzione del diritto amministrativo italiano. L’idea consiste nel fatto che ogni abitante o gruppo di cittadini possa prendersi cura di beni comuni urbani stipulando un patto di collaborazione con i responsabili pubblici locali, sia tecnici che politici. Ciò è possibile a livello locale poiché esiste dal 2001 un ombrello costituzionale di livello nazionale. Si tratta dell’articolo 118 ultimo comma, detto principio di sussidiarietà orizzontale, che afferma che “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

In altri termini, se i Comuni, di norma, utilizzano i provvedimenti amministrativi fondati sul tradizionale paradigma bipolare (amministratori e amministrati), il Comune di Bologna ha deciso, per primo in Italia, di usare anche gli strumenti del nuovo Diritto amministrativo fondato sul paradigma sussidiario (Donati, 2014).

Il primo Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni bolognese ha dato il via ad una rivoluzione amministrativa teorizzata da Gregorio Arena già alla fine degli anni ‘90 (Arena, 1997). Oggi, dopo nove anni, più di trecento municipalità italiane di dimensioni piccole, medie e grandi hanno adottato questo regolamento in materia di collaborazione fra cittadini e amministrazione pubblica per lo svolgimento di attività di interesse generale. Stimiamo che in Italia siano in corso circa settemila patti di collaborazione.

Perché, dunque, i patti di collaborazione rappresentano un dispositivo dirompente rispetto ai dilemmi della partecipazione?

  1. Le pratiche di cura dei beni comuni danno risposte concrete ai problemi sociali, avanzando proposte dal basso che riguardano ambiente, iniziative culturali, attività educative e di inclusione sociale. I protagonisti dei patti hanno profili eterogenei e sono distribuiti sia nelle città che nei territori rurali e montani. Pensiamo, dunque, che l’uso condiviso, inclusivo e creativo delle risorse da parte delle comunità locali in collaborazione con le amministrazioni pubbliche possa contribuire a redistribuire opportunità e diritti in modo più equo (Bollier e Helfrich, 2019).
  2. L’autonoma iniziativa alla base del principio di sussidiarietà garantisce l’azione intenzionale della partecipazione civica, ma il buon esito dei patti dipende dall’interazione tra cittadini e funzionari pubblici che condividendo risorse e responsabilità (politiche e tecniche), collaborano per l’interesse generale (Arena, 2011). Alla base del rinnovato rapporto tra istituzioni e cittadini c’è un’effettiva cessione di potere da parte dell’amministrazione pubblica (amministratori e amministrati sono alla pari). Crediamo che questa orizzontalità possa incentivare la partecipazione democratica e generare un aumento di fiducia verso le istituzioni.
  3. I patti di collaborazione non sono casi isolati, ma esperienze di innovazione democratica che stanno all’interno di un quadro normativo che abilita e facilita la partecipazione a scala nazionale. In alcuni contesti l’amministrazione condivisa dei beni comuni sta diventando ‘sistemica’, ovvero viene usata per affrontare i tanti problemi complessi che affliggono le nostre società. Considerare questo modello organizzativo come “elemento strutturale nel rapporto tra Comune e cittadini” (Arena, 2022) vuol dire considerare centrale, e non episodica, accessoria o discrezionale, la collaborazione fra amministrazione pubblica e cittadinanza.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Arena, G. (1997). Introduzione all’amministrazione condivisa, in Studi Parlamentari e di Politica costituzionale, 29-65
  • Arena, G. (2011). Cittadini attivi. Un altro modo di pensare all’Italia. Laterza, Rome-Bari
  • Arena, G. (2022). Una visione sistemica dell’Amministrazione condivisa, in Labsus, https://www.labsus.org/2022/07/una-visione-sistemica-della-amministrazione-condivisa/
  • Blanc, Y. (2016). Pour une radicalisation démocratique, in La Tribune Fonda, 232, https://www.fonda.asso.fr/tribunes/democratie-contributive-une-renaissance-citoyenne
  • Bollier, D., Helfrich, S. (2019). Free, Fair, and Alive: The Insurgent Power of the Commons. New Society Publishers
  • Dennis, R. M. (ed.) (2005). Marginality, power and social structure: Issues in race, class, and gender analysis (vol. 12), Elsevier
  • Donati D. (2014). Il paradigma sussidiario. Interpretazioni, estensione, garanzie. Il Mulino, Bologna
  • Gallent N., Ciaffi D. (a cura di) (2014). Community action and planning. Contexts, drivers, outcomes. Policy press, Bristol
  • Girard C., Le Goff A. (a cura di) (2010). La démocratie délibérative. Hermann, Paris
  • Hendriks, C. M., Dzur, A. W. (2021). Citizens’ Governance Spaces: Democratic Action Through Disruptive Collective Problem-Solving, in Political Studies
  • Levitsky, S., Ziblatt, D. (2018). How democracies die. Broadway Books
  • Lijphart, A. (1997). Unequal participation: Democracy’s unresolved dilemma presidential address, American Political Science Association, in American political science review, 91(1), 1-14
  • Lijphart, A. (2006). Thinking about Democracy: Power Sharing and Majority Rule in Theory and Practice. Routledge, New York
  • Sullivan, D., Tifft, L. (2007). Handbook of restorative justice: A global perspective. Routledge
  • Zehr, H. (2015). The little book of restorative justice: Revised and updated. Simon and Schuster.

 

Leggi anche gli altri articoli sul tema della partecipazione nell’ambito del percorso di collaborazione tra Letture Lente e Hangar Piemonte:

La partecipazione culturale è sinonimo di comunità?

Dove va la partecipazione democratica?

Le strade della partecipazione

ABSTRACT

New forms of civic participation are emerging in many democratic societies, re-interpreting the concept of participation beyond the exercise of (only) voting of representative democracy. A new concept of ‘contributory’ and ‘restorative’ democracy indicates the right to actively ‘contribute’ to improving society while ‘restoring’ the broken relationship between citizens and public institutions. However, structural and procedural barriers reproduce social inequalities in the context of civic participation. How can we remove the obstacles that limit the effective participation? The Italian constitutional principle of horizontal subsidiarity and the Regulations for the shared administration of common goods are presented here as a regulatory framework that enables and facilitates the shared, inclusive, and creative use of resources by local communities in collaboration with public administrations.

 

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Giulia Marra

Giulia Marra ha una formazione da architetto urbanista (PhD in Urban Planning, Design and Policy al Politecnico di Milano) e un passato da commoner. Si è occupata di avviare pratiche di riuso, valorizzazione e gestione condivisa di spazi urbani in abbandono (Bunker e Cavallerizza Reale di Torino). Da molti anni studia, facilita e valuta processi partecipativi in Italia e all’estero (Buenos Aires, Dublino e Barcellona). Attualmente insegna Sociologia urbana al Politecnico di Torino e coordina l’azione territoriale di Labsus-Laboratorio per la Sussidiarietà nel Nord-Ovest, guidando azioni di ricerca, accompagnamento e divulgazione rivolte ad enti pubblici, organizzazioni del terzo settore, gruppi informali e cittadini attivi interessati a sperimentare forme collaborative per la cura dei beni comuni.

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