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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Uno studio pilota su competenze e gap formativi, “Opportunità e prospettive per lo sviluppo delle competenze delle imprese cooperative in ambito culturale”, condotto da PromoPA Fondazione per conto di ISFORCOOP (Istituto Sardo per la Formazione Cooperativa) e restituito nel volume “Future skills. Multidisciplinarietà e cooperazione per i nuovi ambiti del lavoro culturale”, edito da Fondazione Barberini e Culturmedia Legacoop, offre stimoli per una riflessione più ampia sulle nuove competenze da integrare nelle imprese culturali e creative (ICC) quale attore chiave dell’economia sociale, area di grande sviluppo. Quale ruolo per la cultura? Quali i gap formativi da colmare?
© hannah-busing-unsplash

L’ECONOMIA SOCIALE, QUESTO SCONOSCIUTO

Gli ultimi vent’anni hanno registrato un accresciuto e generalizzato interesse per le organizzazioni e le imprese gestite in forma partecipata da soggetti aventi obiettivi diversi dal profitto e che mirano piuttosto a rispondere a bisogni del gruppo promotore o della comunità. Soprattutto durante l’emergenza generata dalla pandemia da COVID-19 è emerso come queste organizzazioni siano in grado di contribuire a una crescita economica più sostenibile e a vantaggio dell’occupazione, anche in ambito culturale [1], risolvendo problemi sociali ancora aperti e riducendo le disuguaglianze.

L’interesse per l’“economia sociale” è confermato, a livello internazionale, dall’attenzione che la stessa Commissione Europea ha rivolto al tema, studiandone dimensione ed evoluzione [2] e adottando, nel 2021, un Piano d’Azione dedicato. Per altro, insieme a quello delle Industrie Culturali e Creative (ICC), anche l’Economia Sociale e di Prossimità rientra tra i 14 ecosistemi industriali che la Commissione europea sta supportando, in via prioritaria, nell’ambito della Strategia Industriale Europea e del Pact for Skills. Anche l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico) ha avviato numerose iniziative di studio per lo sviluppo di nuove politiche per l’economia sociale, nell’ambito della sua Global Action “Promoting Social & Solidarity Economy Ecosystems”, avviata nel 2020.

Ma cosa intendiamo esattamente con questo termine? In Europa, l’“economia sociale” (o “economia sociale e solidale”, secondo i più recenti approcci) comprende tre grandi famiglie di organizzazioni: associazioni, cooperative e mutue, a cui si aggiungono fondazioni e altre istituzioni non profit come le imprese sociali. Il panorama risulta dunque molto variegato, in quanto include vere e proprie imprese, come le cooperative, così come realtà senza struttura imprenditoriale, come molte associazioni.

In Italia, il concetto di economia sociale è stato meno usato di quello di “Terzo Settore”, con la ricerca, il dibattito pubblico e la legislazione concentrati sulle singole componenti (associazioni, cooperative, imprese sociali, ecc.). La nota riforma del “Terzo Settore” del 2016 arriva ad un importante riconoscimento e a un trattamento unitario di alcune tipologie di attori nonprofit che, seppur sotto forme diverse, perseguono missioni molto simili, rivolte alla comunità. Tuttavia, la riforma lascia fuori parte del mondo cooperativo, per esempio, diversamente da Paesi come Francia e in Spagna che hanno adottato il più ampio concetto di economia sociale, seguendo la definizione europea [3].

I NUMERI DELL’ECONOMIA SOCIALE

Difficile capire oggi il peso dell’economia sociale: lo studio più recente in materia riporta dati risalenti al 2015, anno in cui l’economia sociale contava oltre 2,8 milioni di organizzazioni e più di 13,6 milioni di lavoratori, pari al 6,3% della popolazione attiva negli allora 28 paesi dell’Unione Europea [4].

A livello nazionale [5], sempre per il 2015, l’economia sociale contava 379.176 organizzazioni con un valore aggiunto complessivo di oltre 49 miliardi di Euro, 1,52 milioni di addetti (di cui 1,49 dipendenti) e più di 5,5 milioni di volontari [6]. Tradotto in termini di peso percentuale rispetto al settore privato, l’economia sociale rappresentava l’8,0% delle organizzazioni, il 6,7% del valore aggiunto, il 9,1% degli addetti e il 12,7% dei dipendenti. Il 75,7% (286.942) risultava costituito in forma di associazione, mentre le cooperative rappresentavano il 15,6% delle unità. Tuttavia, considerando il peso economico, le proporzioni si invertono: le cooperative erano nel 2015 i principali produttori di valore aggiunto dell’economia sociale, con una quota del 60%, pari a 28,6 miliardi di Euro.

Le cooperative rappresentavano inoltre il principale bacino occupazionale, impiegando oltre tre quarti degli addetti (1,15 milioni, di cui 380 mila nelle cooperative sociali e 771 mila nelle altre) e assumendo dunque un peso persino superiore se confrontato alla quota sul valore aggiunto.

PESO E RUOLO DELLA CULTURA NELL’ECONOMIA SOCIALE

Se il peso dell’economia sociale sta assumendo dei connotati più chiari, è forse meno ovvio il ruolo che vi giocano gli operatori culturali. Questo, per almeno tre ordini di motivi: uno, la diversità di definizioni utilizzate (economia sociale, terzo settore, settore non profit, …); due, la mancanza di dati disaggregati a livello europeo (i dati del 2015, per esempio, includono i dati relativi alla cultura sommati allo sport); tre, la mancanza di dati aggiornati, soprattutto in seguito al COVID-19 che ha avuto un effetto devastante sul settore culturale.

Eppure, prendendo a riferimento i dati nazionali sulle istituzioni non profit più recenti, l’Italia conta un numero non indifferente di soggetti, secondo solo allo sport (55.326 vs. 121.402, ossia 15,34% e 33,66% del totale nel 2021, fonte: Censimento Istituzioni non profit 2022 [7]).

Ma non è tanto sugli aspetti numerici che vogliamo soffermarci – soprattutto in mancanza di dati chiari e aggiornati su economia sociale e cultura in Italia – quanto piuttosto sul ruolo che questo comparto economico gioca (e può ulteriormente giocare) rispetto alle grandi sfide epocali.

L’economia sociale di tipo culturale ha la capacità di agire e creare valore lì dove l’economia di mercato fallisce o semplicemente non arriva, adottando logiche di sviluppo territoriale co-costruttive piuttosto che estrattive, a partire dalla valorizzazione del patrimonio di conoscenze e saperi locali; riuscendo in alcuni casi a mettere in piedi modelli di governance partecipata a tutela dell’occupazione culturale; o ancora attraverso il ricorso a forme mutualistiche di servizi e attività culturali di prossimità, per aiutare a contrastare lo spopolamento di aree sia urbane che rurali.

Eppure, non si tratta “semplicemente” di riparare fratture puntuali, ancor più considerando che la presenza di questi attori non può e non deve far venire meno il ruolo della mano pubblica. L’urgente chiamata all’avvio di modelli di sviluppo più sostenibili dell’Agenda 2030 rende imprescindibile la capacità degli attori dell’economia sociale di tipo culturale di contribuire all’anelato cambio di paradigma. Nonostante l’assenza di un obiettivo di sviluppo sostenibile interamente rivolto al ruolo della cultura nell’Agenda 2030, l’Agenda altro non è che un’operazione di grande trasformazione culturale, la cui assenza è probabilmente la principale ragione del ritardo nel raggiungimento degli obiettivi.

In tal senso, è necessario che il comparto culturale si renda consapevole, responsabilmente, di questa capacità. Il contributo distintivo che la cultura può fornire a uno sviluppo più equilibrato tra presenti e future generazioni è per lo meno triplice: conservazione del patrimonio come fattore di connessione tra passato, presente e futuro, che alimenta processi dialettici di costruzione identitaria; sviluppo di attività, economiche e non, (potenzialmente) più diverse, eque e inclusive di quelle messe in atto da altri comparti, anche a livello territoriale; e, soprattutto, stimolo a processi di cambiamento valoriale e comportamentale, che contribuiscano a preservare e promuovere la biodiversità naturale e culturale sviluppatasi nel corso dei secoli, quale fattore di sopravvivenza della stessa specie umana. Questo contributo dovrebbe ormai essere ampiamente compreso e assodato, ma la regolare assenza della cultura dai tavoli decisionali è segno che i tempi siano meno maturi di quanto si potrebbe sperare, come per altro argomenta molto bene il recentissimo libro del prof. John O’Connor “Culture is not an Industry” (Manchester University Press, 2024). La stessa filantropia sembra non aver ancora del tutto compreso e “coltivato” il potenziale di trasformazione delle imprese sociali a base culturale (v. Carola Carazzone, su Letture Lente di Aprile 2024).

Il fatto che questi attori abbiano una grande responsabilità e potenzialità rispetto alle sfide di cambiamento poste dall’Agenda 2030, però, non significa che, nella condizione attuale, siano del tutto pronti ad affrontarle. Nonostante le sfide siano molteplici (motivo per cui diverse organizzazioni internazionali come l’OCSE stanno studiando nel dettaglio questo comparto dell’economia, derivandone raccomandazioni di policy), un tema chiave è quello del gap di competenze. Come per le imprese for profit, anche per le istituzioni non profit, infatti, vale la regola del necessario rinnovo di competenze per poter rispondere, in maniera efficace ed innovativa, ai nuovi bisogni delineati dalle grandi trasformazioni in atto – dal cambiamento climatico al rapido e massiccio invecchiamento della popolazione, soprattutto in Europa. Tuttavia, se per le grandi imprese l’investimento in formazione è spesso la regola, lo stesso non si può dire per comparti – come quello culturale – estremamente polverizzati e che fanno importante ricorso al lavoro volontario (nel 2021, oltre il 91% delle istituzioni non profit impegnate in attività culturali e creative non aveva nessun dipendente e impiegava il 16% del totale dei volontari delle istituzioni del comparto, ISTAT 2022).

Alla luce del ruolo strategico che gli attori dell’economia sociale a base culturale possono giocare nell’avvio di percorsi di sviluppo sostenibile e, allo stesso tempo, delle specifiche caratteristiche del comparto, l’investimento in formazione e competenze diventa non solo necessario ma imprescindibile. Un investimento che non può dunque essere lasciato alla buona volontà della singola istituzione e che va accompagnato da azioni sistemiche.

COMPETENZE E BISOGNI FORMATIVI DELLE IMPRESE COOPERATIVE IN AMBITO CULTURALE

Questo è il quadro in cui si inserisce un nuovo piano formativo che ISFORCOOP ha voluto realizzare in risposta all’Avviso 48 “Innovazione e sostenibilità” di Fon.Coop (Fondo Paritetico Interprofessionale per le imprese cooperative) e dietro sollecitazione di 12 imprese cooperative che operano in ambito culturale e turistico tra Liguria, Toscana e Umbria, per cui era necessario un piano che guardasse ai bisogni delle imprese cooperative, quale specifica categoria dell’economia sociale. La preparazione del piano è stata preceduta da un’indagine pilota a cura di Giovanna Barni e Francesca Velani – che rappresenta il cuore del volume “Future skills” (v. indice in calce) – avente un triplice obiettivo: primo, identificare i mega-trend rispetto ai quali le cooperative devono necessariamente posizionarsi, in ragione del loro carattere imprescindibile e inarrestabile; secondo, identificare, in maniera più puntuale, i gap di competenze e i desiderata delle cooperative in termini formativi; terzo, delineare le agende politiche e programmi di finanziamento che richiedono già la messa in campo di nuove competenze.

L’analisi desk, arricchita da due consultazioni di gruppo e un questionario online rivolto alle 12 cooperative coinvolte, ha così permesso di identificare, in via preliminare:

  • 10 Ambiti di sviluppo possibili, ossia: Accessibilità e inclusione, Nuovi modelli di governance pubblico-privato, Nuovo abitare urbano, Nuovo abitare rurale, Processi Creative Driven, Prodotti e servizi digitali, Prodotti e servizi green, Produzioni multidisciplinari, Slow Tourism e Welfare culturale.
  • 4 Ambiti di sviluppo in cui le 12 cooperative sono già attive: Prodotti e servizi digitali, Slow Tourism, Welfare culturale e Prodotti e servizi green (in ordine decrescente rispetto alla dichiarata offerta di servizi e attività).
  • 4 Ambiti di sviluppo in cui formare nuove competenze, in via prioritaria per le 12 cooperative intervistate: Accessibilità e inclusione, Nuovi modelli di governance, Processi Creative Driven e Nuovo abitare urbano e rurale: ossia quelli che presentano i maggiori gap tra il livello di priorità assegnata in termini di business development e l’effettiva capacità di sviluppare attività in merito (in ordine decrescente rispetto al gap riscontrato).
  • Una triplice finestra di opportunità – europea, nazionale e locale – per mettere in atto le nuove competenze: numerosi sono ormai i programmi di finanziamento che richiedono competenze nei dieci ambiti identificati. Nello studio ne sono stati evidenziati tre – tra i più recenti e a titolo esemplificativo: il New European Bauhaus, come iniziativa di livello europeo per la creazione di spazi abitativi inclusivi e sostenibili; il PNRR e, in particolare, i bandi della Missione 1 – Componente 3 “Turismo e Cultura 4.0” per il livello nazionale; i programmi delle Capitali della Cultura come quadro di azione che mobilita sempre più il mondo culturale e cooperativo per la rigenerazione – economica e sociale – delle città.

Questo lavoro ha in particolare permesso di sviluppare un primo strumento di rilevazione dei bisogni formativi, che sarebbe molto interessante estendere, al fine di testarne la validità, all’insieme degli attori dell’economia sociale a base culturale.

PROSPETTIVE FUTURE

Come accennavamo, quello delle competenze è soltanto uno dei nodi che l’economia sociale deve affrontare di fronte alla sfida dello sviluppo sostenibile. Ce ne sono molti altri, tra cui: come rafforzare, concettualmente e operativamente, i legami tra gli ecosistemi delle Imprese Culturali e Creative (ICC) e quello dell’Economia Sociale? In altri termini, come rendere più chiaro e allo stesso tempo più incisivo il ruolo che le ICC giocano all’interno dell’economia sociale? E come mappare, in maniera sistematica e comparabile, gli attori e gli impatti delle ICC afferenti all’economia sociale e il loro “peso specifico” rispetto alla componente for profit delle ICC? E come capirne meglio forze e sfide? Per esempio: Quante delle organizzazioni che ne fanno parte sono attive sul mercato e quanto dipendono dai bandi pubblici e in che misura? In che misura occorre sostenere la capacità di queste organizzazioni di sviluppare modelli di business che siano al contempo socialmente ed economicamente sostenibili? E in che misura questo supporto può essere offerto dalla filantropia? Quale ruolo può (deve?) giocare nel sostegno a questa specifica forma di economia di impresa? Non da ultimo: quanto l’economia sociale a base culturale è attrattiva nei confronti delle nuove generazioni? Genera occupazione? E quanto questa è sostenibile?

Un dibattito attualissimo e in corso, che inizia ma di certo non finisce con questa indagine “apripista”, e le cui risposte proveremo a forgiare anche grazie alle riflessioni che speriamo di alimentare in queste pagine, e di cui gli stessi decreti attuativi del DDL Made in Italy potrebbero arricchirsi.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Per un caso studio della cooperativa SMART (Società mutualistica per artisti), v. Galassi, L. (2021). Le grandi cooperative di fronte all’emergenza Covid Laura Galassi, Impresa Sociale.

https://www.rivistaimpresasociale.it/forum/articolo/le-grandi-cooperative-di-fronte-all-emergenza-covid

[2] European Commission (2020a), Social Enterprises and their Ecosystems in Europe. Comparative synthesis Report. Authors: C. Borzaga, G. Galera, B. Franchini, S. Chiomento, R. Nogales, C. Carini. Luxembourg, Publications Office of the European Union. European Commission (2020b), Impact of the European Commission’s Social Business Initiative (SBI) and its Follow-up Actions. Authors: S. Haarich, F. Holstein, S. Spule, C. Borzaga, G. Galera, B. Franchini, S. Chiomento, W. Spiess-Knafl, B. Scheck, G. Salvatori. Luxembourg: Publications Office of the European Union.

[3] Per una panoramica delle definizioni utilizzate a livello internazionale ed europea, v. https://www.rivistaimpresasociale.it/rivista/articolo/economia-sociale-e-solidale-una-prospettiva-internazionale

[4] CIRIEC (2017), Recent evolutions of the Social Economy in the European Union, European Economic and Social Committee, Brussels.

[5] Qui riportiamo i dati del più recente studio in materia, che risalgono al 2015: ISTAT-EURICSE (2021), L’Economia Sociale in Italia – Dimensioni, caratteristiche e settori chiave. Si tratta dell’unico studio che riporta stime sul contributo all’economia. Per altri indicatori, faremo riferimento ai più recenti dati del 2021, estratti dal censimento ISTAT 2022 sulle istituzioni nonprofit.

[6] ISTAT-EURICSE (2021), L’Economia Sociale in Italia – Dimensioni, caratteristiche e settori chiave.

[7] Sulle fonti dati, v. nota 4.

FUTURE SKILLS. MULTIDISCIPLINARIETÀ E COOPERAZIONE PER I NUOVI AMBITI DEL LAVORO CULTURALE

a cura di Giovanna Barni e Francesca Velani

Indice

Nota di apertura

di Simone Gamberini

Nota di apertura

di Gaetano Scognamiglio

Introduzione: la valenza cooperativa della trasformazione

di Giovanna Barni e Paolo Venturi

LA RICERCA

Opportunità e prospettive per lo sviluppo delle competenze delle imprese cooperative in ambito culturale. Un’indagine apripista

di Elisa Campana, Valentina Montalto e Francesca Velani

Introduzione

Il contesto di riferimento. Megatrend e ambiti di sviluppo

Le cooperative culturali di fronte alla sfida dello sviluppo sostenibile:

mappatura delle competenze e gap formativi

Conclusioni

Il dibattito e le buone pratiche

Il ruolo delle imprese culturali e creative nell’accompagnare e sostenere la trasformazione socio-economica

I fabbisogni di competenze nelle piccole e medie imprese su scala europea ed italiana

I fabbisogni professionali delle ICC: evidenze dal monitoraggio statistico nazionale

L’aggiornamento dei profili professionali per il sistema culturale e creativo

Buone pratiche dal sistema cooperativo. Esperti e cooperatori a confronto

Welfare culturale

Nuovo abitare urbano e rurale

Processi creative driven

Postfazione

Soft skills della cooperazione per un’economia sociale della cultura e della creatività

Appendice

Schedatura delle cooperative

Il team di ricerca

Short bio del team di ricerca

ABSTRACT

A pilot study titled “Opportunities and Perspectives for the Development of Skills in Cooperative Enterprises in the Cultural Sector” conducted by PromoPA Foundation on behalf of ISFORCOOP (Sardinian Institute for Cooperative Training), presented in the volume “Future Skills. Multidisciplinarity and Cooperation for the New Fields of Cultural Work,” published by Fondazione Barberini, offers insights for a reflection on the new skills to be integrated into cultural and creative enterprises. This article in particular sheds lights on the role that these enterprises (may) play in the social economy and the training gaps both to be filled and to be further analised.

 

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Valentina Montalto

Valentina Montalto

Forte di un’esperienza professionale decennale in ambienti internazionali, Valentina Montalto si è occupata di politiche, statistiche e indicatori per i settori culturali e creativi (SCC), a livello europeo e urbano. Dopo sette anni di lavoro come project manager e consulente presso KEA European Affairs, società leader nei SCC, con sede a Bruxelles, è attualmente policy analyst presso il Joint Research Centre della Commissione Europea, in qualità di ricercatore principale e coordinatore del Cultural and Creative Cities Monitor - strumento di monitoraggio e valutazione dell’ecosistema culturale e creative di 190 città europee. Valentina interviene regolarmente in conferenze e workshop in tutta Europa. Su YouTube il suo TEDx talk Quanto conta la cultura nelle nostre città? Valentina ha conseguito un Ph.D. in Urban Studies all’Università Paris 1 - Sorbonne. Parla italiano, inglese, francese e spagnolo.

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